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Madagascar, l'isola rossa - IV

Il nostro Luca ci racconta il suo viaggio nella grande isola africana
20 Luglio 2021

... segue 

 

10° giorno

Ottima colazione in hotel, nel giardino avvistiamo un camaleonte di notevoli dimensioni facile da scambiare per un ramo dell’albero su cui staziona, poi partenza per una visita cittadina presso la casa artigianale di produzione di carta Antaimoro che visitiamo con una guida del posto che ci accompagnerà anche nell’escursione a seguire. Il processo di lavorazione è spiegato in ogni suo dettaglio, interessante vedere come dal foglio che ne esce, ancor prima dell’essicazione siano inseriti motivi naturali direttamente sulla carta per un prodotto destinato in ogni caso ai turisti, questi prodotti hanno per noi prezzi irrilevanti ma per la popolazione locale sarebbero solo un vezzo troppo costoso. Il piccolo negozio all’interno ha non solo carta, ma anche porta oggetti, borse, cornici, tutto quanto con carta e cartone si possa elaborare, rigorosamente a mano. Rimanendo ad Ambalavao saliamo sul pianoro che domina la città per l’evento clou del mercoledì, il mercato degli zebù. Per arrivare fin qui ci sono allevatori che partono anche 20/30 giorni prima, le mandrie si spostano a piedi, soprattutto nella stagione delle piogge l’operazione diviene complessa. La guida ci spiega i vari passaggi, dall’ingresso al mercato passando per le serrate contrattazioni, i controlli e la messa nel recinto dei “pezzi” acquistati. La confusione è totale, il numero di capi elevatissimo, fortuna che nel mezzo c’è una specie di piattaforma di rocce da dove si può dominare il mercato con vista sulle montagne circostanti che hanno cambiato lo scenario, arenaria rossa tra valli verdi. Arriviamo dopo le 9:30, il clou termina verso le 11, giriamo indisturbati, ma occhio alle bestie, mansuete ma a volte tra di loro qualche bisticcio nasce e trovarsi nel mezzo non è piacevole. Lasciamo la guida in centro città e proseguiamo per una riserva naturale circa 10 km dopo la cittadina, Reserve d’Anja nata ad inizio anni ’90 da un progetto del WWF assieme a una comunità locale che ora la gestisce. Da lontano si scorgono i tre grandi monoliti che la contraddistinguono chiamati le Tre Sorelle, dal visitor center partono vari percorsi che si differenziano dal tempo a disposizione e solo nel caso del percorso più lungo anche dalla difficoltà di ascesa nei paraggi delle Tre Sorelle. Optiamo per quello intermedio venendone ripagati. L’attraversamento del bosco che porta alle rocce ci fa incrociare con distinti esemplari di camaleonti, e mai come qui è possibile vederli nei loro più incredibili colori, ma anche di lemuri tra cui il catta con la sua coda a 13 anelli più estesa dell’animale stesso. Il percorso sale lungo uno sperone dove la vista è spettacolare su tre distinti panorami, le Tre Sorelle di fronte, a sinistra il lago e gli zebù e a destra le risaie. Si sale e si scende in alcuni casi aiutati da corde fisse, la guida fornisce innumerevoli dettagli tra cui la storia relativa ad alcune tombe incassate tra finestre naturali nelle rocce, oltre a prestare attenzione alle decorazioni delle terrazze delle case all’ingresso, saranno le ultime da qui a sud, cambiano le etnie, cambiano usi e costumi, le case diverranno molto più povere perché l’usanza sarà quella di bruciarle nel caso un familiare muoia al suo interno, quindi niente arredo superfluo. Ho tempo per scendere tra le risaie e girarle sui muretti di terra che le delimitano comprendendo così al meglio anche il sistema idraulico che le tiene vive. Lo spettacolo cromatico qui è al suo massimo, un giro che assolutamente merita di essere intrapreso anche se il passaggio di più persone potrebbe mettere in difficoltà questo fragile ecosistema, ma sono da solo quindi pochi danni con alcuni locali felici di salutare una faccia mai vista. Nei paraggi dell’ingresso si trova un ristorante vero e proprio (dai tempi lenti) e qualche posto dove trovare cibo locale. Ripartiamo col minivan destinazione Ranohira che raggiungiamo dopo circa 3:30 (poco più di 200 km) lungo una strada in discrete condizioni (rispetto al solito…) passando alcuni paesi grandi e pieni di attività come Ihosy. All’arrivo abbiamo un dubbio sull’hotel prenotato, non c’è traccia solo perché ora ha un nome unico col ristorante sulla strada, dove dato l’orario già col buio imperante decidiamo di cenare scegliendo subito cosa mangiare. Sarà perché molto affollato, sarà perché in posizione tattica, la qualità non è il massimo (ma comunque più che decente) e il servizio non impeccabile, ma abbiamo tempo dato dal fatto che la guida prenotata per l’indomani passa in hotel per un piccolo punto di quello che ci aspetterà. La guida ci informa che non potrà accompagnarci ma avremo comunque un suo collaboratore che conosce a menadito il Parco Nazionale de l’Isalo, la meta dell’intera giornata dell’indomani.

 

Tra le risaie nella Reserve d’Anja

 

11° giorno

Colazione in hotel, poi a pochi metri di distanza dall’hotel sempre in Ranohira (che significa acqua dei lemuri) ci rechiamo a comprare i biglietti d’ingresso in uno stabile, di fronte invece a pagare la tassa del villaggio e la guida. Ora siamo pronti per partire destinazione ingresso del parco dal lato basso del canyon su strada in pessime condizioni. Il parco è possibile visitarlo nelle due vie, ci sono anche due campeggi ed è meta di trekking di più giorni, noi su indicazione della guida scegliamo di visitarlo nel percorso più duro ma scenograficamente e tecnicamente migliore. Prima il canyon, poi erta salita e pianoro con arrivo per relax alla piscina. Occorre portarsi tutto il necessario, acqua e cibo, non c’è nulla all’interno. Il percorso inizia dall’ingresso al canyon dove i primi camaleonti sono in attesa, oltrepassato il campeggio con servizi basici si prende a sinistra un percorso di nemmeno un km per due piscine naturali, la blu e la nera, chi ha il fisico può fare il bagno, ma tra le pareti a strapiombo del canyon il sole non arriva, fa fresco e l’acqua non è certo termale. Rientrati si prende un sentiero a sinistra in salita per la cascata, da qui si rientra verso il campeggio dove nei dintorni c’è il tutto esaurito di lemuri, paura zero, in pratica mi passano a fianco quasi scansandomi, il luogo di tutto il viaggio dov’è stato possibile osservarne maggiormente e di tipologie diverse compreso il siffaka di Verreaux che vive praticamente solo qui. Ora è tempo di salire, la scalinata naturale a destra sale senza soste per 350 metri di dislivello, noto che nessuno la percorre nel nostro senso, mentre pian piano incontro altri avventori in senso opposto, la fatica in effetti molto minore, si domina il canyon poi quando l’ascesa termina ci sono due percorsi, quello sulla cresta e quello nella valle desertica, opto per quest’ultimo per permearmi di queste rocce colorate all’ennesima potenza. Le rocce lavorate dal vento e dalla pioggia disegnano luoghi impensabili per questa zona, par di stare tra la savana e il deserto, ma poi dalla roccia sorge una flora inaspettata, comunque è la roccia la vera padrona di questo luogo magico. Alcune spaccature delle montagne contengono tombe dei Bara, un’etnia che vive ancora in questi luoghi attorno al parco. Poi dopo salite e discese su rocce di ogni tipo si può scendere alla piscina azzurra, una piscina naturale incastonata sotto a una cascata nascosta in un canyon che senza indicazioni è proprio introvabile. Non è una pozza banale, grande tra le palme con la sabbia, l’acqua non si può dire calda ma dopo un lungo cammino (indicativamente nella giornata saranno circa 16 km) almeno immergere i piedi è un piacere non di poco conto. Chi vuole può immergersi totalmente, arrivandoci dopo il lungo percorso ha due grandi vantaggi, ovvero poter godere di questo refrigerio dopo le fatiche maggiori e di poterlo fare quando praticamente tutti gli avventori se ne sono già andati. Altra nota, col percorso in salita si è sempre a favore di luce, quindi di fronte sempre le immagini del parco nelle condizioni migliori, garantisco che la fatica di procedere in questa maniera è ampiamente ripagata. Dalla piscina azzurra si sale attraversando il secondo campeggio alla cresta dove s’incrocia il percorso che lo attraversa, lì c’è un ultimo pianoro tra rocce anche qui spettacolari e poi ultima discesa per il parcheggio dove l’autista del minivan ci recupererà. La guida che ci ha accompagnato è stata prodiga d’info e consigli nella parte del canyon, dopo ho proseguito per conto mio e non so dire, ma direi che sia andata molto bene. L’escursione del P.N. de l’Isalo in teoria termina qui, in realtà c’è un’altra visita che però non sarebbe all’interno del parco ma che viene comunque intesa parte di esso, o meglio, non serve il biglietto per accedervi, la Fenêtre de l’Isalo, raggiungibile in 15 minuti. Questa finestra naturale è celebre perché regala un tramonto da cartolina, peccato che tutti quanti siano in zona abbiano la stessa idea, così un luogo nel mezzo della natura diviene accalcato oltre modo, tanto che c’è un addetto a regolare le soste per foto nel punto indicato. Meglio trovarsi un luogo nei paraggi, di tramonti africani non c’è che l’imbarazzo della scelta. Ovviamente appena il sole saluta è gara a rientrare per non trovare la fila lungo il sentiero che dalla RN7 porta qui. Ritorniamo a Ranohira col buio, troviamo ancora qualche negozio aperto così da procurarci cibo per la colazione dell’indomani che sarà sul bus, i prezzi come al solito in questi negozi sono molto contenuti, ma tra una cosa e l’altra trovare un ristorante in città è già tardi e per comodità rimaniamo nuovamente a cena in hotel che meno assediato del giorno innanzi non guadagna in qualità ma nei tempi del servizio sì. Serata fresca, Ranohira è sui 1.100 metri d’altitudine, all’aperto una maglietta non basta, mentre durante il giorno, soprattutto camminando, il caldo si fa sentire.

 

Un lemure catta nel Parco Nazionale de l'Isalo

 

12° giorno

Partenza ore 5, il trasferimento a Tulear per l’imbarco verso Anakao dista quasi 250 km e occorre prevedere circa 4 ore, anche se la strada, sempre asfaltata, scendendo e uscendo dalle montagne pian piano è sempre migliore e non tanto trafficata. Nel minivan col sole non ancora padrone della situazione fa freddo, poi pian piano la situazione migliora e all’arrivo a Tulear si sta benissimo. Qui andiamo direttamente all’imbarco dell’Anakao Express, prenotato anzitempo su indicazione della francese proprietaria del Safari Vezo, dove alloggeremo. Arriviamo in anticipo, abbiamo il tempo per sistemare i bagagli, sul motoscafo non possiamo imbarcare tutto, quindi zainetto per tre giorni, il resto rimane qui in deposito. Ci comunicano che difficilmente prima delle 11 avremo il motoscafo a disposizione, di fronte ci sono alcuni baracchini dove un caffè costa poco ma il tempo a disposizione ci permette anche un giro veloce dell’area di Tulear prospicente al mare e una veloce sosta al Blu Bar. Causa bassa marea per raggiungere il motoscafo occorre salire sopra un carretto trainato da zebù percossi a non finire dagli “autisti” ai quali va data una mancia a piacere, da qui saltare direttamente sul motoscafo e finalmente si parte per Anakao che non è un’isola, ma si raggiunge praticamente solo via mare nel canale del Mozambico. Chi ha tempo e coraggio, nella stagione secca, può provarci anche via terra, non ci sono collegamenti fissi e servono 7/8 ore di jeep. Il viaggio è tranquillo, mare calmo e poco vento, il problema casomai è che Anakao non ha né porto né pontile, così ci scarica in mare nella vicinanza di una sacca di sabbia (gli orari di attracco solitamente sono regolati per la bassa marea appositamente), con trasferimento alla terra ferma semplice, acqua cristallina e a temperatura ottimale. Il Safari Vezo è una delle varie strutture caratteristiche del posto direttamente sul mare col quale occorre definire tutto con largo anticipo dalla proprietaria francese Catherine. I bungalow sono splendidi, con bagni altrettanto spettacolari, peccato che le docce non funzionino, l’acqua fredda c’è solo nel lavandino, per le docce dalle 18 si può richiedere l’acqua calda che viene portata in secchi profumati, calda all’inverosimile… L’energia elettrica c’è dalle 18 alle 22, si può cenare tra le 19 e le 21, il wi-fi teoricamente funziona tra le 18 e le 21, personalmente non sono mai riuscito a connettermi come in pratica tutti quelli che qui stazionano, ma dato il luogo meglio dilettarsi con altro. All’arrivo è servita una bibita e fatto un briefing per spiegare il funzionamento del tutto, particolare, ogni consumazione o altro non va pagata ma segnata su di un libretto della camera e definita o in serata o la mattina seguente in contanti, le carte di credito (se funzionano) sono assoggettate a una maggiorazione del 6%. Lungo la spiaggia si svolge la vita commerciale di Anakao, piena di piroghe di pescatori che all’occorrenza portano in escursione all’isola di fronte Nosy Ve, oppure oltre la barriera corallina per l’avvistamento delle balene. Oggi non è giornata idonea, il mare è stato mosso e freddo nei giorni precedenti, per le balene il meglio sarebbe dopo domani, e così mi adatto a questa prospettiva. Faccio un’escursione prima lungo la spiaggia tra strutture di vario tipo per turisti, baretti improvvisati e piroghe coloratissime in ogni dove fino al promontorio più a nord dove iniziano le dune di sabbia, noto che esiste anche un vero e proprio paese interno così immergendomi a caso tra sentieri delimitati da rami che fungono anche da barriere per le case dei nativi giro la parte più vera di Anakao. Se una situazione del genere avvenisse da noi avvertirebbero immediatamente che uno straniero malintenzionato si addentra nel vicinato, qui invece sono tutti sereni e salutano sempre senza stupirsi. Le abitazioni, sia quelle in muratura sia quelle di rami e lamiera, hanno sempre lo spazio dove cucinare all’esterno ben visibile dai passanti con aragosta come piatto quotidiano. Rientrato al bungalow mi godo un po’ di relax, notando come se non si staziona al sole la temperatura è frizzantina, ma poco male, mi adatto velocemente per attendere un tramonto da palla di sole che s’immerge nel mare e piroghe a segnare la terraferma dopo una giornata di pesca. Ora si che fa freddo, fortuna che alle 18 mi portano l’acqua calda per la doccia (che nel mio caso va domandata, nessuno in autonomia si palesa come indicato), assolutamente da miscelare coi vari secchi di acqua fredda già in dotazione per non ustionarsi. Ovviamente a disposizione un mestolo per abluzioni di alto livello, nel bungalow zanzariere (da usarsi, di notte fa freddo e le zanzare trovano ospitalità nelle camere dove l’utilizzo del ventilatore è sconsigliato), cassaforte, sedie sdraio e panni, fidatevi che se di giorno paiono superflui di notte sono necessari. Cena a base di pesce, scelta non possibile, giusto per i vegetariani se lo segnalano con anticipo, qualità buona, per caffè e amari si deve ritornare nello spazio bar dove volendo si attende l’orario di termine elettricità, poi buio ma non totale, luna piena che si rispecchia nel mare e pian piano pare una vera e propria via dei led, anche se solo per chi ha i bungalow prospicienti il mare.

 

continua...

 

Madagascar, l'isola rossa - I

Madagascar, l'isola rossa - II

Madagascar, l'isola rossa - III

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