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Madagascar, l'isola rossa - II

Il nostro Luca ci racconta il suo viaggio nella grande isola africana
22 Giugno 2021

...segue 

 

4° giorno

Dopo il canto del muezzin è tempo di colazione, il paese sarebbe interessante da visitare per i suoi mercati e botteghe, ma a parte la via dove risediamo e buttiamo un occhio non c’è tempo, inoltre gli autisti delle jeep sono anche poco sicuri dei luoghi, quindi si parte per Bekopaka, 100 km per quasi 4 ore di sentiero polveroso, dove nel mezzo del nulla capita d’incontrare qualche viandante a piedi. Il villaggio rimane sulla sponda nord del Manambolo, da attraversare su chiatta, di fatto poche baracche da un alto e dall’altro del fiume in corrispondenza di hotel che fanno da base per l’escursione al parco nazionale des Tsingy de Bemaraha, indubbiamente il parco più esaltante visto nel viaggio. Ci fermiamo presso una specie di mega resort nascosto nella foresta, i bungalow che abbiamo fermato si trovano fuori dal complesso principale, sono splendidi ma ovviamente per il posto i meno costosi. La struttura è di altissimo livello per il luogo, qui in pratica esistono sistemazioni solo in resort, non ci sono pensioni o camere in affitto. Raggiunta la prima vera meta del viaggio abbiamo buona parte del pomeriggio libero, in realtà occorre organizzare le visite del giorno seguente, tra parco e navigazione su Manambolo. Prendiamo i biglietti per il parco presso l’ufficio preposto ma per le guide e il resto occorre ritornare all’imbarco dove c’è la reception per tutte le escursioni. Lì definiamo anche una piccola navigazione sul fiume, da fare di mattina presto alle ore 6:00, perché di pomeriggio sale il vento e non si può navigare con le piroghe, mentre il giro del parco è meglio non farlo sotto il sole cocente. Riusciamo ad incastrare il tutto e proseguiamo coi pagamenti, operazione non banale. Ci si accorda con una guida, si sottoscrive il contratto che però si paga in un ufficio esterno, assieme al biglietto per l’escursione in barca e la tassa per l’ingresso al villaggio. Coperti di carta e ricevute abbiamo espletato tutte le formalità e definito i punti di ritrovo per l’indomani, rimane un briciolo di tempo per il relax in piscina, poco però, già prima delle 18:00 fa buio. I bungalow, dotati di zanzariere e zampironi quanto mai utili, isolano dal fresco che sale di sera, sono dotati di una misera illuminazione, per il resto ottimi, mentre la cena è servita nel vasto padiglione centrale dove converge gente da tutto il mondo. Prima di cena la guida che avremo per il parco ci raggiunge per un consulto, ci sono più percorsi e preferisce definire fin da ora cosa affrontare, dovrà dotarsi di almeno un collaboratore ed a seconda della nostra scelta opererà in merito. Cena nella media, alle 22 la fornitura di energia elettrica termina, in quel caso anche il wi-fi termina, ma a dire il vero chi ci ha provato non l’ha mai trovato funzionante se non per qualche attimo, quindi non pensate di tirar tardi navigando.

 

Le rocce del Parco Nazionale des Tsingy de Bemaraha

 

5° giorno

Colazione pochi minuti prima delle 6:00, si ritorna all’imbarco dove il sole inizia a colorare il luogo regalando splendide viste. Non così veloci le procedure di partenza, in pratica leviamo l’ancora che son quasi le 7:00, l’urgenza di partire è stata archiviata. Si entra in una specie di largo canyon, non risaliamo molto, diciamo circa 500 metri, l’acqua è bassa e più volte il barcaiolo deve scendere e trainare la piroga, la parte nord è molto più bella dal punto di vista scenografico, mentre facciamo tappa presso una grotta su quella sud, con l’ingresso lavorato da vento e acqua in modo certosino. All’interno le formazioni rocciose sono interessanti, ovviamente senza un’accurata illuminazione nulla si percepisce, il barcaiolo illumina molte di queste, ma per camminare con un minimo di sicurezza ognuno deve avere una propria torcia, meglio se quella frontale da agganciarsi in testa. Terminata l’escursione e rientrati alla base si parte in jeep per il P.N. Tsingy de Bemaraha dove ci fermiamo all’incirca dopo 30’ di trasferimento. Non c’è un ingresso vero e proprio, in una spianata ci sono fornite le informazioni sul percorso, l’istruzione per l’utilizzo dell’imbragatura e si parte per un giro di circa 4 ore nei Grands Tsingy, non lungo come chilometraggio, ma che consta di salite e discese, passaggi in cunicoli ed un ponte tibetano, in realtà banalissimo da attraversare. La prima parte passa nella foresta dove iniziamo a scorgere qualche lemure, e ovviamente è festa grande, avifauna numerosa e dopo circa 30’ inizia l’avventura vera e propria. Si scalano queste formazioni rocciose a forma di pinnacoli grigi scuri, frastagliati e alti fin oltre 100 metri, formati nel corso di milioni di anni per il lavoro di vento, ghiaccio e acqua. L’emozione è solo nel compiere il percorso, la vista poi è grandiosa, soprattutto raggiungendo i due punti panoramici da dove non si vorrebbe mai scendere sovrastando un numero incalcolabile di guglie. Ma occorre farlo, passato il ponte tibetano ci s’immerge nella cattedrale, il luogo più basso e riparato, una specie di grande spazio sotterraneo che ispira la vista di una cattedrale naturale. La guida che parla inglese è brava e fornisce indicazioni di suo e risponde con competenza (almeno quello che sembra a me) a qualsiasi domanda, lentamente ritorniamo al parcheggio dove ci togliamo imbragatura e guanti (le rocce calcaree sono taglienti, ho utilizzato un paio di guanti estivi leggeri da moto con protezioni), quanto mai fondamentali in molti passaggi. Qui ci fanno trovare pure uno spuntino molto sostanzioso, riso con verdure, penne condite, ma pure pollo, verdure e frutta, con arance che grondano sugo. Il tutto recuperato da un anonimo ristorante lungo il percorso, di quelli dove i più non amerebbero mettere piede. Con calma torniamo in hotel per le 16:00, giusto il tempo per un breve relax a bordo piscina, schivando la fuliggine prodotta dai tanti incendi (ci dicono controllati) che si avvistano anche a occhio nudo. Cena in hotel, notando che alcune facce incrociate nei giorni precedenti sono di nuovo qua come noi, lungo questi luoghi non c’è tanta possibilità di scegliere dove far tappa. Al solito, ore 22, tutto spento.

 

Lo spettacolare scenario dell'Allée des Baobabs

 

6° giorno

Colazione in hotel sempre ore 6, ci aspetta un lungo trasferimento in jeep e l’appuntamento imperdibile col tramonto all’Allée des Babobas, meglio programmarsi per un’eventuale attesa che giungere a giochi conclusi. Riattraversiamo il Manambolo e a ritroso abbiamo i 100 km fino a Belo Sur Tsiribihina dove giungiamo dopo poco meno di 4 ore, in tempo per un veloce spuntino. A Belo nuovo imbarco su chiatta e dopo 30’ raggiungiamo la sponda a Port Bac Tsimafana. Sul fiume durante il giorno gente ovunque, chi lava, chi raccoglie alghe, chi gioca, chi pesca, una via di vita irrinunciabile per gli abitanti di qui. Abbiamo tempo così possiamo fare alcune soste presso villaggi locali, dove il carbone raccolto in sacchi fa da supporto a piccoli pannelli fotovoltaici atti ad alimentare i telefoni mobili, parabole e televisori comuni. A Kirindy c’è il baobab sacro, mentre poco oltre i baobab amoreux (ovvero due baobab avvinghiati tra di loro in un abbraccio interminabile), lentamente arriviamo all’Allée des Baobabs con anticipo, il sole ancora alto, spettacolo che attende. Nello spazio a est i più però iniziano in anticipo a prendere posto per godersi lo spettacolo dall’angolatura migliore, in realtà vero che rispetto ad altri luoghi qui c’è una concentrazione di turisti elevata all’ennesima potenza, ma posto c’è per chiunque. Gli scatti fotografici piovono copiosi, la vista pare costruita per quanto incredibile e non figlia della natura come in realtà è, ma ogni particolare e in ogni condizioni di luce viene immortalato. Nella calma generale spunta un nutrito gruppo di cinesi dotati di una montagna di tecnologia fotografica al seguito, già si pongono nel mezzo, ma soprattutto fanno decollare una decina di droni proprio nel mezzo dei baobab. A quel punto viene fatto notare come lo spettacolo sia di tutti e nel mezzo della natura i loro droni non ci stanno proprio benone, strano ma vero li ritirano, anche se in seguito manderanno i figli a saltare all’impazzata tra i baobab per essere immortalati nella palla di sole calante. Vabbè, a parte questo lo spettacolo è veramente notevole, visto in innumerevoli immagini pubblicitarie (vedi esempio il sito Nikon giusto per rimanere in tema) ma dal vivo l’emozione è consistente. Sceso il sole si riparte per Morondava, 20 km, dato l’orario anche qui meglio cenare subito ma vogliamo evitare di farlo in hotel, che scorgiamo fuori città. Sul lungomare, clima caldo, umido e ventosissimo, la scelta cade su un ristorante casalingo con abbondanti razioni e molto frequentato da avventori locali. L’hotel, uno spettacolare resort, una negatività doveva averla dato il prezzo, e in effetti è data dalla location, ben fuori dalla città, senza un mezzo a disposizione si vive isolati tra le zanzare. Copre un’area talmente vasta che per giungere a certi bungalow è a disposizione un servizio di trasporto, ha di tutto e di più, piscina favolosa, accesso al mare, sala lettura e biblioteca, wi-fi che però non funziona quasi mai, peccato che per chi passa solo a dormire il più sia superfluo.

 

continua...

 

Madagascar, l'isola rossa- I

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