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SUDAFRICA - SWAZILAND: Sudafrica e stati annessi - IV
Diari di Viaggio
24 Agosto 2019

...segue 

16° giorno

È la prima mattina che ci si sveglia già accaldati, il clima variabile di qualche giorno fa è un lontano ricordo, come ci accennano anche alcuni sudafricani di rientro dal limitrofo Mozambico, solo sole e caldo, tanto caldo. Terminata colazione decidiamo di vedere come sia la vicinissima laguna di Kosy Bay ed appena arriviamo al bordo dell’acqua prendiamo contatto con Ray, una guida che con la sua imbarcazione porta in escursione tra i canali e le lagune. Accettiamo immediatamente questa possibilità di escursione in zona e partiamo nel giro di breve, la barca è dotata di tetto, anche se precario, che ripara da un sole cocente, siamo a bordo con una famiglia italo-sudafricana bianca e una orgogliosamente nera di Soweto, una delle rare in vacanza, devo dire che l’interazione tra le due famiglie è stata sorprendente, anche se quella di Soweto sempre impegnata a mangiare e bere in continuazione ogni sorta di schifezza… Visitiamo tre laghi passando per due stretti canali che potrebbero costringerci a scendere, la prima laguna quasi tutta di acqua dolce, la più grande delle tre è la Kuhlange o Kosy Lake, con onde che lavano la barca, sorta di chiatta che si muove che è un piacere. Il primo canale è il più lungo dei due, decisamente interessante anche per la fauna che lo abita, riusciamo a passarlo indenni impiegandoci parecchio tempo perché il motore pesca pochissimo. La seconda laguna eNkovukeni ad acqua mista ospita alcuni grandi trappole naturali per la cattura dei pesci, da qui si dipana un successivo canale molto più piccolo che ci porta all’ultima laguna visitabile. La Makhawulani è quella con la maggior concentrazione di animali, branchi di fenicotteri e ippopotami, l’aria profuma già di mare ma il passaggio è chiuso, l’ingresso all’estuario vietato, lo sbocco al mare porta in oceano quasi in corrispondenza col confine col Mozambico, ora confine tranquillo. Volendo lo si può passare via mare registrandosi a Ponta do Ouro, il problema non è dato dal confine ma dal fatto che la zona è protetta, le imbarcazioni adatte al mare non possono solcare la laguna per evitare danni al suo ambiente protetto, mentre le chiatte che navigano per la laguna andrebbero a fondo appena messo il naso in oceano. Nel canale tra la seconda e la terza laguna ci fermiamo a fare snorkeling, non parrebbe ma l’area è affollatissima di pesci dai mille colori e dalle dimensioni diversissime, l’acqua come prevedibile un brodo, guai buttarsi senza protezioni solari in acqua, consigliata anche una t-shirt. Rientrati alla base completamente lavati usciamo dal campsite regolarizzando la nostra presenza, cerchiamo lungo la via Ray per pagare il dovuto e torniamo a Manguzi dove riparare una gomma che si sta sgonfiando, fare rifornimento e prenderci un fish’n’chips in un negozio del centro. Ci fermiamo a pranzare sotto a un albero di una villa lungo la strada prendendocela comoda, facciamo uscire tavolo e sedia, ci scorge il custode ma è più incuriosito che preoccupato, gli basta una sigaretta per essere soddisfatto e anche incredulo di quanto visto. Direzione ovest lungo la P522 che teniamo fino all’ingresso del Tembe Elephant Park, parco transfrontaliero tra Sudafrica e Mozambico, ma con sentieri percorribili solo nella parte sudafricana. Scorgiamo da molto vicino molti nyala, al Mahlasela Pan si trova un bel hide dove pian piano più animali fanno un passaggio ad abbeverarsi, elefanti, giraffe, nyala, kudu, zebre, mai assieme però se non per la presenza di elefanti, quelli sì assieme ad altre specie. Facendo da qui un giro ad anello prima verso nord poi spostandoci ad ovest impieghiamo poco più di tre ore in questo parco ben poco considerato, dove incontriamo un solo altro avventore. Da qui decidiamo di spingerci fino a Jozini, non abbiamo nessuna indicazione di campsite e anche chiedendo riceviamo dei "non so", sperando che si tratti di non conoscenze invece che una mancanza di campeggi. La prima parte del percorso è una specie di deserto, poi pian piano s’intravvedono montagne e il verde ritorna ma all’ingresso di Jozini, dopo aver passato la grande diga, è già buio e non abbiamo ancora trovano una sistemazione. Un addetto al traffico ci conferma che non ci sono campeggi ma ci consiglia una guest house economica ma in ottimo stato che raggiungiamo attraversando tutto il paese. La guest house si trova nella periferia nord sul lato sinistro della strada arrivando dalla città, c’è l’indicazione sulla via principale. Affronto con apprensione l’approccio al portone visto che qui fanno sempre bella mostra di sé insegne con pistole e fucili e alle 20:00 per la popolazione locale è già notte. Non c’è campanello, ma un labrador capisce che un avventore bussa alla porta e docilmente richiama l’attenzione del proprietario che comprendendo che non di svaligiatori si tratti ci gira prontamente alla moglie, vera tenutaria della guest house. Le camere, sorta di miniappartamento, sono molto belle, curatissime e dotate di svariati confort anche se non c’è wi-fi. Cena “al sacco” nel grande giardino più per stanchezza che per divieto di predisporre la nostra cucina da campo da parte della proprietaria, col labrador che incontrati nuovi personaggi con cui giocare non ci abbandona un attimo. Percorsi 157 km, a parte quelli nel Tembe, tutti su asfalto in ottimo stato.

 

Nyala mentre si abbevera ad una pozza all'uMkhuze National Game Reserve

 

17° giorno

Per pochi spicci la proprietaria ci prepara una colazione che può considerarsi un abbondante pasto dove i wurstel russian sono i protagonisti principi della tavola. In Sudafrica le tipologie di wurstel e salsiccia sono numerosissime, ognuno vanta la sua preferita, a volte la differenza è data da una singola spezia, tra i wurstel, anche se io sono ignorante in materia, devo ammettere che i russian non sono per nulla male. Di mattina Jozini è invasa da una marea di gente, la città è un mercato totale, bello farsi un’idea di un Sudafrica diverso, come bello vedere il lago creato dalla diga che s’insinua tra le vallate delle montagne quasi a formare canyon pieni d’acqua. La prima meta di giornata è l’uMkhunze Game Reserve che raggiungiamo dal lato nord-est via strade sterrate malamente segnalate, affidandoci in toto al navigatore. All’Ophasi Gate, raggiungibile dopo aver attraversato il fiume Mkuze e aggirato le lagune createsi nei dintorni, non c’è traccia di avventori, registrazioni veloci e immediatamente pronti per la visita dove cerchiamo di raggiungere gli hide segnalati al Nsumo Pan. In realtà non di posti di avvistamento veri e propri si tratta, ma i sentieri portano al grande lago e lì la sorpresa di trovarsi a tu per tu con un numeroso gruppo d’ippopotami lascia di stucco. L’ippopotamo è l’animale più pericolo dell’Africa, o meglio, quello che causa più morti, il trovarseli in acqua a pochi metri se da un lato galvanizza dall’altro qualche timore lo incute. La possibilità di scattare foto uniche spazza via qualsiasi timore, la presenza di un notevole numero di specie volatili in totale serenità è ragione ulteriore di tranquillità, così abbandoniamo il posto dopo lunga attesa, riprendiamo il percorso con successiva sosta a kuMasinga, zebre e svariate tipologie di antilopi, fra cui il tipico nyala, niente felini né elefanti. Usciamo dall’ingresso principale a eMshopi Gate ma invece di prendere immediatamente la N2 preferiamo percorrere le vie più interne, sterrate ma in buono stato, a fianco della Ghost Mountain, la montagna sacra degli ndwandwe, che può ricordare in piccolo il Waterberg Plateau per chi ha dimestichezza con la Namibia. Arriviamo così nuovamente al bacino artificiale di Jozini ma dal lato sud riprendendo la N2 che abbandoniamo per inoltrarci lungo la R69 direzione Magudo, un percorso sterrato che valica le montagne nel mezzo di una natura rigogliosissima, un verde intenso in ogni dove, il lago sullo sfondo con dietro la Ghost Mountain, luoghi poco conosciuti ma molto interessanti. Poco lontano da Magudo dovrebbe esserci un campsite in corrispondenza di un wildlife sanctuary, ma purtroppo non si trova nulla, così prendiamo direzione Pongola e trovato un campeggio facciamo tappa per l’ultima notte dell’anno. Il campsite è enorme ma praticamente vuoto, c’è una piccola piscina ma non pensiate di trovare un wi-fi da queste parti, domandando alla reception ci han chiesto cosa fosse… Le poche persone che vi stazionano sembrano più abitanti che abbiano abbellito le tende trasformandole in piccole abitazioni con tante stanze che avventori di passaggio, sfruttiamo gli ultimi raggi di sole per un bagno in piscina per poi prepararci il cenone di fine anno, che di nulla varia dalla media dei giorni precedenti. A fianco del campsite c’è il campo sportivo municipale, per la serata d’eccezione vi si tiene una manifestazione canora, qualche locale folk singer improvvisa un intrattenimento per gli avventori che si dispongono con l’auto sul prato tutti intenti a grigliare in continuazione qualsiasi tipo di carne, la musica, che continua ininterrotta fino oltre le 3 di mattina è un dettaglio che non disturba più di tanto dalla gradella… Noi cediamo ben prima della mezzanotte, come tutti quanto presenti al campeggio. Percorsi 198 km, quasi tutti su sterrato ma in buone condizioni. 

 

Paesaggio nella Malolotja National Reserve, Swaziland

 

18° giorno

Orario standard a colazione anche in questo primo giorno dell’anno, poi trovato il passaggio non segnalato più di tanto dal centro di Pongola andiamo verso il passaggio di confine per lo Swaziland di Onverwacht/Nsalitje. Strada asfaltata nel lato sudafricano, pratiche di frontiera tutto sommato veloci, 50r da pagare per il pedaggio auto entrando in Swaziland, una volta fatte tutte le registrazioni alcuni addetti ci chiedono più volte se abbiamo al seguito una guida e mostrata rimangono interdetti, poi ci offrono ugualmente la loro, sorta di guida/rivista abbastanza utile ma non indispensabile. I primi 13 km sono su sterrato, carichiamo un ragazzo del posto che si sbraccia in mezzo alla strada con scarpette da calcio al collo, è in ritardo e deve andare alla partita, prima di lasciarlo poco oltre sempre sulla MR21 sorpassiamo i suoi compagni ed avversari che lo guardano increduli. Imboccata la MR11 l’asfalto ritorna ma questa parte nel sud del paese è in pessime condizioni, migliora quando si sale verso nord lungo la MR9, strada attorniata da coltivazioni in ogni dove, anche qui molti alberi di tek. Non entriamo a Manzini, la città principale ma non la capitale, prendendo la MR103, vecchia strada che ha lasciato il passo alla moderna autostrada MR3. La nostra destinazione è la Mlilwane Wildlife Sanctuary, un parco che in questa giornata di festa è preso d’assalto, ma fortunatamente pochi si fermano per la notte. Alla reception sbrighiamo le formalità, prendiamo posto in una delle piazzole che si trovano dopo il bel villaggio di bungalow e decidiamo subito di partire all’esplorazione del parco dato il bel tempo. Prendiamo come punto di riferimento la Hippo Pool, anche se d’ippo non c’è traccia a differenza dei coccodrilli, per poi affrontare la Mountain Route, aperta solo a 4x4, preferibilmente molto alti da terra e non delicati. Gli animali si vedono quasi esclusivamente nella parte bassa del parco, ma dal punto di vista paesaggistico quella più interessante è tra le montagne. Lasciamo il pick-up sul percorso per salire sulle rocce in corrispondenza del Nyagato View Point, verde ovunque intensissimo tra montagne tutto attorno, il sole accentua oltremodo i colori ma in direzione ovest si scorgono alcune nuvole minacciose tra le montagne, dove spicca la “celebre” Execution Rock. Continuiamo il percorso, la discesa dal Bird’s Eye View Point mette a dura prova il mezzo: buche, radici, rami da spostare, strettoie, passaggi ripidi, insomma non proprio un percorso agevole. Per percorrere la parte nord-ovest impieghiamo oltre un’ora per nemmeno 10 km, quando arriviamo al campeggio i visitatori giornalieri hanno già lasciato il luogo e facciamo così un passaggio anche nella zona sud dove sono presenti molti animali, antilopi di tanti tipi diversi. Alcuni nyala, cuccioli e femmine girano indisturbati per il campeggio e non hanno la minima intenzione di andarsene fino a quando un intenso acquazzone si scarica a lungo proprio qui, fortuna che gli enormi servizi a disposizione sono dotati pure di una vasta area coperta dotata di tavoli, illuminazione, lavabi e acqua così ci prepariamo la cena al coperto mentre la pioggia, anche se meno intensa, continua a cadere. Le tende sul tetto confermano la loro totale impermeabilità, visto il clima forse per l’unica volta chiudiamo tutte le aperture non accontentandoci della zanzariera come unica copertura. Percorsi 235 km, quasi tutti su asfalto in buono stato, a parte una piccola parte in condizioni pessime all’interno del parco, ma situazione ben segnalata. 

 

Avvoltoi si accaniscono su una carcassa al Kruger National Park

 

19° giorno

Durante la notte la pioggia si ripresenta, come di mattina i nyala, ormai parte integrante del campeggio, faranno pagare anche loro? Colazione veloce e via verso Matsapha dove fare spesa al locale Pick’n’pay per prendere poi la MR18 che gira nel mezzo della Malkerns Valley, una specie di enorme giardino, nel mezzo di quel giardino-nazione che è lo Swaziland. Passiamo piccoli paesi ben tenuti con bancarelle volanti di artigianato locale, qui la lavorazione del legno ha fatto la storia del posto e ora nessuno rinuncia ad esporre le proprie lavorazioni (ma tutto questo sarà sempre frutto del lavoro artigiano, mah?) ai passanti. Al bivio di Bhunya la strada circolare diventa la MR19 che sale immergendosi nella foresta in area Mhlambanyatsi per poi scendere in corrispondenza dal bacino artificiale di Luphohlo Dam, con la capitale Mbabane che già s’intravvede. La città viene descritta come poco interessante, su di un picco si nota l’imperiosa e kitsch residenza reale ovviamente non raggiungibile, in zona si può ammirare anche Sibele Rock ma la nostra meta di giornata è la Malolotja Nature Reserve che raggiungiamo dopo aver imboccato la MR1. Alla reception si pagano ingresso e campsite che si trova in zona isolata con i blesbok che lo ritengono parte integrante del loro terreno, servizi basici ma posto splendido. Preso possesso di una piazzola (sono poche ma grandi, alcune ben appartate ma non raggiungibili col nostro pick-up, solo a piedi, buone per chi abbia tende separate dal mezzo) e fatto un veloce spuntino andiamo subito in esplorazione prendendo direzione Longwalk View Point. Se la mattina non prometteva nulla di buono ora il cielo si apre e il sole illumina il parco regalando una vista mozzafiato sulle montagne di velluto. Da qui si può velocemente salire sulla montagna alla destra ma il percorso migliore è quello che scende nella vallata fino al fiume, da lì si può scegliere se proseguire per andare nell’altro versante o salire le montagne in direzione Malolotja Falls, che è quello che faccio. Si risale il sentiero (non indicato se non perché c’è una traccia, quello sulla sinistra per intenderci) fino all’ultima forcella per poi ridiscendere nuovamente, dopo circa 30’ si arriva alla base della cascata che in questo periodo ha una portata limitata. Però il bello non è la cascata ma queste dolci montagne verdissime nel blu del cielo. Risalito al parcheggio dove avevamo lasciato il pick-up (dopo circa tre ore) ci inoltriamo in zona nord, un sentiero molto accidentato, percorribile solo in 4x4 con tanta luce a terra. Notiamo subito come le distanze siano brevi ma i tempi lunghi, così puntiamo al Silottwana View Point, raggiungibile con difficoltà causa appunto terreno accidentato dove goderci il tramonto. Qui sembra che i colori siano frutto di una pesante saturazione di PhotoShop, in realtà è tutto naturale, vicino a noi stazionano i soliti blesbok, zebre ed altre antilopi più comuni e pure un pensieroso sciacallo. Cerchiamo di tornare al campsite prima che cali il sole soprattutto per avere visibilità lungo la via, al campeggio non c’è energia elettrica nemmeno nei bagni, quindi torce fondamentali. Unica consolazione l’acqua calda delle docce, il vento abbassa di molto la temperatura, ma riusciamo comunque a prepararci la cena. Fa decisamente freddo, giusto il tempo di fare una veloce conversazione con alcuni sudafricani di rientro dal Mozambico per scambiarci info buone si spera per futuri viaggi ed è bene riparare in tenda, le nuvole basse rendono la visibilità quasi nulla e si percepisce il correre nei dintorni di tanti blesbok. Percorsi 158 km, le strade su asfalto tutte in ottime condizioni, quelle nel parco su sterrato pessimo, ma fa parte dell’avventura.  

 

Ippopotamo appiedato, Kruger National Park

 

20° giorno

Sveglia col fresco, colazione proprio per scaldarci, ma appena il sole buca le montagne la temperatura s’inverte velocemente, tempo di sistemare tende e pick-up e pare tutto diverso. Prendiamo la MR1 in direzione nord sempre nel verde intenso che s’intravvede tra le piantagioni di alberi che lasciano spazio solo in corrispondenza della discesa e risalita per attraversare il Komati River in corrispondenza della Maguga Dam, scenari splendidi. Risaliamo verso la caratteristica e turistica zona di Pigg’s Peak formata da piccoli villaggi immersi nella foresta poi ci dirigiamo al posto di confine di Matsamo/Jeppes Reef con pratiche veloci. Percorriamo la R570 asfaltata fino a Malelane dove in paese facciamo scorta di tutto quanto ci possa essere utile nei giorni del Kruger, dove entriamo dal Malelane Gate a sud del parco. Qui al Gate esibiamo la prenotazione per i campsite e non dobbiamo pagare altro, ci rilasciano la ricevuta con tutto il percorso previsto e date le indicazioni di cosa chiedere a ogni campeggio e dove pagare l’ingresso al parco, purtroppo hanno terminato le mappe in inglese e ci consigliano di far tappa al prossimo punto di sosta per procurarcela. Facciamo così ufficialmente l’ingresso al Kruger National Park nella parte del Sudafrica (una parte è in Mozambico denominato Limpopo National Park), uno dei più famosi, se non il più famoso, dell’interno continente, circa 20.000 km2, in pratica come l’intera Emilia Romagna. Percorriamo la H3 asfaltata in direzione nord, la temperatura già sale verso i 40°, il parco si presenta con poca acqua e particolarmente brullo data una siccità che si sta espandendo a largo raggio in quest’area, prima tappa all’Afsaal Trader’s Rest, con possibilità di sosta e relax in zona delimitata, dove troviamo anche un’utile mappa del parco, con percorsi, possibilità di avvistamenti, info per foto e così via. Ci dirigiamo fino allo Skukuza Rest Camp (in pratica una piccola città), il campo principale del parco, dove paghiamo l’ingresso, facciamo rifornimento di gas per la bombola da cucina al grande market rifornito di tutto ma con prezzi non proprio economici e prendiamo possesso di una piazzola nel campeggio. Non sono assegnate, si va a caso, ovviamente chi prima arriva meglio alloggia, e visto che c’è chi arriva con casa-cantina-dependance-lavastoviglie-lavatrice, non rimane molto all’ombra, se non in zona limitrofe ai bagni, nemmeno così male. Spuntino per far passare il momento di massimo caldo quando gli animali non si muovono e poi via alla scoperta del parco lungo al S114 non asfaltata, anello con le H1-1, H3, S21, H4-1 lungo la quale iniziamo a scorgere alcuni animali nella zona del fiume Sabie (ippopotami fuori dall’acqua, elefanti, avvoltoi, tante antilopi ma comuni), anche se non siamo troppo fortunati. Occorre rientrare per le 18:30, i cancelli si chiuderanno per quell’ora, poco prima del tramonto che ci vediamo al ristorante dello Skukuza con terrazza sul fiume ma poco battuto, così ne approfittiamo per riconnetterci un attimo col mondo, con molta calma data dal caldo e da una rete wi-fi non proprio celere. Al campeggio sembriamo gli unici di passaggio nel mezzo di grandissimi insediamenti, nemmeno ci abitassero qui, nei momenti di picco non si può rimanere nello stesso camp/resort per più di 5 giorni, 10 nel campeggio. Fa caldo, si sorpassano i 40° con facilità, tutto un altro mondo dalla mattina in Swaziland. Percorsi 284 km, in larga parte in ottimo stato.  

 

continua...

 

Sudafrica e stati annessi - I

Sudafrica e stati annessi - II

Sudafrica e stati annessi - III



Luca viaggia con lo stesso spirito dei suoi esordi portando con sé non solo il fido zaino ma soprattutto un’innata voglia di conoscere e di vivere il viaggio, che non è solo vedere cose mai viste prima ma anche affrontare le sorprese, belle o brutte, che possono capitare dietro ogni curva.

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