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Zimbabwe, Sudafrica e Botswana - III

Diario di un viaggio nei tre paesi ricchi di parchi naturali
22 Febbraio 2020

 

... segue 

 

9° giorno

Ci prepariamo la colazione nel parcheggio della guest house, alle 7:30 la temperatura già oltrepassa i 30°, si prospetta una giornata calda in tutti i sensi. Lasciamo il covo pakistano dopo vari saluti e la richiesta di dire ad amici e conoscenti la bontà del posto, usciamo da Musina seguendo il flusso in lento movimento verso il posto di confine pronti ad affrontare lunghe trafile che iniziano subito. La coda si forma un kilometro prima di incanalarci verso il primo dei controlli, molta gente prosegue a piedi scendendo da ogni mezzo possibile, brutto segno. Un inserviente devia i mezzi in due spazi distinti, noi andiamo in quello più grande proseguendo di fatto diritto, lì ci indicano dove parcheggiare e nient’altro. Iniziando a chiedere capiamo che occorre fermarci sotto una tenda provvisoria dove registrare l’uscita dell’auto dal Sudafrica, pratica velocissima, siamo contenti che le terribili note udite siano solo leggenda. A piedi raggiungiamo un grande magazzino dove occorre registrare i passaporti in uscita, ci sono 5 posti di controllo con lunghe file, e qui la faccenda rallenta, le pratiche sarebbero veloci ma alcune volte tutto si ferma, se poi qualcuno arriva con bambini, allora auguri. Ma anche questa la passiamo, riprendiamo l’auto e ci incanaliamo verso il posto di controllo finale, la fila non procede, da almeno 10 vie d’accesso occorre incrociare chi viene in senso opposto per arrivare a un passaggio solo, sarebbero ben due ma in uno un camion è in panne e non si passa. I controlli a carte e auto sono quasi inesistenti, è più il traffico che rallenta che altro, almeno sarà che siamo stranieri e verso di noi sono tutti veloci e premurosi. Dopo nemmeno due ore e mezza siamo fuori dal Sudafrica, e sul ponte Beithbridge, dopo 300 metri, c’è il primo stop nella terra di mezzo. Un addetto della polizia turistica ci chiede se vogliamo un aiuto e sale in auto con noi. Elenca velocemente una lunga lista di documentazione da portare con noi e un’ancora più lunga da ottenere ovviamente in uffici e sportelli uno diverso dall’altro sparando pure una cifra che sulle prime pare alta e più una mancia nei suoi confronti che altro. Ci conferma che avremo una ricevuta per tutto, consulto alla velocità della luce la guida Bradt e in effetti più o meno tutto torna. Iniziamo così la processione d’entrata, partendo dal visto con due ingressi (40$), li richiede lui e un inserviente è lestissimo a rispondere alla chiamata e qui essendo tra i pochi necessitanti del visto la sbrighiamo veloce, poi occorre pagare il ponte percorso in entrata, Beithbridge e anche questa non è pratica complessa. Usciamo dal primo ufficio dove ovviamente ben poco è indicato per continuare con altre pratiche. La carbon tax, a seguire il famigerato CVG che viene richiesto quasi sempre quando fermati dalla polizia ma per averlo poiché non siamo i proprietari dell’auto serve una sorta di fidejussione rilasciata da un’agenzia preposta, di questi agenti è piena l’area, il nostro poliziotto turistico ci chiama il suo contatto che procede per noi ad attivarla davanti a uno sportello dove decine di persone si spintonano, io devo stare con quest’addetto nella bolgia, mentre guadagnando tempo il poliziotto e l’altro mio compare di viaggio si addentrano all’ufficio per la tassa stradale. Unite queste ultime carte possiamo finalmente ottenere la tanto agognata CVG, poi con tutta questa carta (che unita a tutto quello che mi porto al seguito pare un volume della Treccani) passiamo all’ufficio della polizia, e lì il nostro addetto ha gioco facile bypassando una lunga fila (gioca in casa qui), per riprendere finalmente l’auto. Finito? No, c’è il controllo carte e auto, il fardello di documentazione non interessa a parte il piccolo foglietto che ci ha rilasciato la polizia, un addetto qui lo timbra e un altro a fianco lo ritira. Il controllo dell’auto significa giusto aprire il frigo, non fanno storie di nulla e pare che si possa andare. Vorremmo ringraziare l’addetto della polizia turistica, ci ha fatto un grande servizio in queste ulteriori 2:30 trascorse, ma il più felice pare lui, probabilmente stando con noi tutto questo tempo si è risparmiato servizi ben peggiori. Non vuole nemmeno una birra fresca, giusto una sigaretta. Ora comprendo appieno cosa significhi attraversare un confine africano con mezzo al seguito senza agenzie accomodanti o mance elargite con facilità, va detto che senza l’addetto sarebbe stata impresa non facile visto che le indicazioni sono pochissime, la gente un mare infinito e ognuno ha le sue priorità da rispettare, a volte urgenze che se non sfiorano il dramma poco ci manca. In ogni caso Welcome to Mugabe, come vien detto da queste parti, visto che l’anziano leader è un tutt’uno con lo stato che ha creato e reso indipendente e dal quale non c’è verso di staccarlo. Prendiamo la A4 e facciamo sosta per riprenderci, carote, mele, una fetta di salame con qualche tuc e l’immancabile caffè ce li siamo meritati. Notiamo subito che i posti di blocco sono numerosissimi, ma non ci fermano mai, evidentemente da queste parti per gli stranieri hanno un occhio di riguardo, la strada sale in buone condizioni verso Ngundo con formazioni rocciose particolari tali da regalare splendidi panorami, il verde è intenso e ovunque, il vecchio nome di Giardino d’Africa che fu appioppato alla Rhodesia ci sta tutto. Nota a margine, l’attuale Zimbabwe per i più distratti corrisponde alla Rhodesia del sud, divenuto indipendente nel 1980, a differenza della Rhodesia del Nord, attuale Zambia che conquistò l’indipendenza ben prima, nel 1964. Le formazioni rocciose, come tanti monoliti distribuiti casualmente su questa zona continuano anche quando prendiamo a est sulla A10, l’asfalto è sempre in buone condizioni e lungo la strada, sarà anche per il periodo di festa, c’è tanta gente che si muove verso bar, ristoranti, luoghi all’aperto per ballare e suonare, quasi tutti in perfetto tiro! Ma abbiamo ancora strada da fare, vogliamo passare la notte al camping del Gonarezhou NP, occorre passare il piccolo villaggio di Nandi e s’incontra l’ingresso sulla destra. Alla porta un addetto ci informa che sarebbe già troppo tardi perché chiude alle 18, sono le 17:50 ma all’ingresso del parco vero e proprio mancano 30 km, su strada sterrata il limite è di 60 km/h. Prova comunque a sentire, visto che lamentiamo il fatto di non avere alternative su dove passare la notte, pensando pure di farlo qui dove ci sono rudimentali costruzioni che servono per gli addetti alla sicurezza, almeno un “dentro” in cui sostare c’è. Ma ci accettano, procediamo lungo la larga via d’accesso incrociando qualche giraffa, facoceri e pure le sable antilope, non proprio comuni. A metà del percorso c’è un nuovo controllo dove lasciamo un micro biglietto in dotazione dal primo cancello, quando arriviamo all’ingresso vero e proprio un addetto sonnolento ci accoglie, paghiamo il dovuto ma non riceviamo nessuna mappa, solo vaghe indicazioni e raccomandazioni a non starcene troppo in giro visto che gli animali vagano liberi. Non facile capire dove andare, ovvio che qui il navigatore serve poco, in tutto il parco siamo in ter auto, ma le altre due sostano in luogo diverso presso i bungalow. Dopo svariate inversioni troviamo la piazzola che ci è stata assegnata, posizione pessima, visto che non c’è nessuno scegliamo la n. 2, vicina ai bagni e un attimo più ripartaa. È un caldo impressionante anche di sera, servirebbe una doccia, i bagni ci sono ma l’acqua non arriva, dato che c’è una gigantesca vasca di raccolta provo a trovare un rubinetto, nel lato in fondo a destra c’è, lo apro e in un attimo l’acqua sgorga, non c’è l’illuminazione elettrica ma poco male. Facciamo campo nel nulla, occorre avere tutto al seguito tranne l’acqua (ma per berla va purificata), ovvio che qualsiasi minimo rumore ci allerti, il campeggio non ha reti di protezione, ma dato che girano indisturbati waterbuck e kudu immaginiamo che di felini non ce ne siano. Terminata la cena il caldo è ancora elevato e gli insetti più fitti della nebbia tra Ferrara e Rovigo, una tappa sul fiume Chiredzi la stoppiamo subito, un passo fuori dalla piazzola e gli ippopotami dichiarano di chi sia quella terra. Meglio prendere la via della tenda e prepararsi per l’indomani. Percorsi 373 km, quasi tutti su strade asfaltate in buono stato.      

 

Vista all'ingresso del Gonarezhou National Park

 

10° giorno

Alle 6 in tenda fa già molto caldo, quindi colazione quando il termometro scrive 33° e dopo aver scorto qualche ippopotamo nel vicino fiume partiamo all’escursione del parco, che è la parte in Zimbabwe del celebre Kruger sudafricano. Il sentiero sale e dalla sommità la vista spazia sulla foresta imperiosa, forte impatto anche se di animali non c’è traccia. Nel periodo delle piogge possiamo proseguire solo fino alle Chilojo Cliffs, ma raggiungere questo luogo non è cosa semplice. Nella stagione secca si può provare a guadare il fiume a nord andando in direzione Chivira Falls e uscire da lì, ora occorre ritornare sulla via già percorsa. Il sentiero è pessimo, non c’è traccia di piogge recenti, in ogni caso alcuni passaggi sono ostici e in generale occorre procedere molto lentamente, i 30 km si percorrono in oltre 1:30, è talmente caldo che ci muoviamo con aria condizionata sempre accesa e finestrini chiusi, cosa che non sopporto durante un game drive ma il termometro tocca i 44° e allora questo è l’unico rimedio. Arrivati di fronte alle Cliffs, in un campeggio dove non c’è traccia di presenza da molto tempo, solo affacciarsi sul fiume per rimirarsi la montagna spaccata e i suoi spettacolari colori sembra di farsi una sauna. Ma non si può certo evitare, poi rientriamo con qualche deviazione lungo il percorso come quella a Runde Gorge. Animali fin qui pochi, in una piccola valle interna c’è una grossa mandria di elefanti non propriamente amichevoli, hanno poca intenzione di farci passare, bello vederli da così vicino, ma qualche preoccupazione la danno, a differenza di giraffe, kudu e waterbuck. Usciamo dal parco (il guardiano del posto intermedio ci da 10$ da consegnare a quello dell’uscita, fiducia al 100%) e sempre lungo la A10 prendiamo direzione nord, solita sosta cibo e relax lungo la strada nella zona di Chibunji, ormai abbiamo familiarizzato con questa pratica e non cerchiamo nemmeno più un luogo appartato, e poi via ancora verso nord. A Kondo, attraversando zone rurali dove la maggior parte della gente è impiegata nell’agricoltura con mezzi rudimentali, inizia a piovere, una situazione che nell’area est del paese sarà la prassi. Arriviamo a destinazione a Chimanimani tra le montagne a 1800 m. troviamo una piazzola (la sola a dire la verità) presso il Frog & Farm, un complesso turistico costruito dalla signora Jane High in quest’angolo di mondo. In realtà lei offre splendidi bungalow e una piazzola da campeggio con a disposizione pure una costruzione dove poter sostare (ci sarebbero anche due letti nel caso, ma li usa per appoggiare vestiti e altro) e cenare o ripararsi. C’è una sorgente d’acqua minerale, la consiglia caldamente e così facciamo scorta di tutte le taniche a nostra disposizione, attiva il suo smartphone come hot spot e riesco pure a connettermi col mondo per capire cosa avvenga a Natale a casa, ma senza esagerare giacché non voglio rubarle troppo traffico. Particolare simpatico, quando ci mostra il lavabo ci mostra pure uno scorpione e la sua tana, lo prende nella mano e ci parla come fosse un amico, per lei è importante averlo perché di notte si mangia un numero spropositato di zanzare, qui numerosissime ma mai portatrici di malaria, insomma, non dobbiamo disturbarlo. La pioggia riprende, così ceniamo a tavola nella casupola a disposizione dei campeggiatori, un cenone di Natale alternativo, finito il quale Jane ci raggiunge e ci illustra percorsi per l’indomani. Mi spiega che è nata in Zimbabwe, anche se immagino che a quel tempo fosse ancora Rhodesia, si è trasferita quassù nel ’90 quando nelle città la vita per i bianchi si fece difficile e ora ha creato un piccolo e splendido mondo, è pure la responsabile turistica della piccola cittadina, insomma si è rigenerata da queste parti dove è sicuramente meglio stare per non farsi troppo notare. Tra le montagne di notte la temperatura precipita, l’escursione della giornata elevatissima. Percorsi 336 km, fuori dal parco su strada asfaltata ma in pessimo stato, quelli nel parco veramente scomodi.     

 

Elettricità a Kondo, Zimbabwe

 

11° giorno

Il Natale porta con sé la pioggia, dopo una notte intera non si ferma nemmeno di mattina, così riutilizziamo il capanno per colazione. Sistemiamo il pick-up dopo essere passati a salutare Jane nella sua misteriosa casa costruita tra gli alberi, stivata quanta più acqua sorgiva possibile ci spostiamo fino al centro di Chimanimani dove diamo un’occhiata a questo buen retiro di montagna e ne approfittiamo per verificare le forniture degli shop locali. A parte che ci guardano tutti incuriositi, non devono passare molti stranieri da qui, allo shop sono però estremamente gentili con noi, anzi ogni richiesta viene accolta precedendo i locali, notiamo che le paure diffuse anni fa siano falsi miti, c’è tutto quello che può servire nei negozi (cambiano pure i vuoti delle bottiglie di birra comprate in Sudafrica), preferibile avere contante poiché le carte di credito raramente sono accettate, unica nota i prezzi sono estremamente alti, una bottiglia si succo di frutta costa 3 volte quanto la si paga in Sudafrica, ora capisco meglio perché gli Zimbabwiani facciano avanti e indietro dal confine per stivare all’inverosimile ogni mezzo a loro disposizione con qualsiasi prodotto, cibo o bere che sia. Tutto si paga in $, sovente arrotondato a cifra pari, poi si sono inventati una banconota da 2$ chiamata bond notes che i più vecchi possono assimilare ai miniassegni anni ’70 italiani. Ci sono anche monete divise in centesimi, ovviamente tutte queste non hanno valore fuori dallo Zimbabwe, liberatevene prima di uscire. Chimanimani non è che abbia molto da mostrare se non le verdissime montagne che la circondano, allora su indicazione di Jane partiamo verso Corner lungo la Cashel Scenic Route. La strada asfaltata ci abbandona dopo poche curve, ma poco male visto ieri come si trovava in più punti, inizia a salire e a peggiorare (altitudine massima 1900m), percorriamo un sentiero sempre peggiore tagliando le montagne, ha smesso di piovere per fortuna ma le nuvole avvolgono le cime. Più volte chiediamo lumi ai passanti, sempre cordialissimi, nonostante il navigatore ci guida spesso ci chiediamo come possa avere le vie corrette qui in mezzo dove alcuni passaggi sono interrotti e le deviazioni sembra conducano alla fine del mondo. Passiamo più che piccoli villaggi giusto gruppi di case, oggi quasi nessuno lavora, è festa anche per loro, anzi si vedono gruppi di persone vestiti eleganti magari con stivali di gomma in mezzo al fango, ma la forma è rispettata. Lambiamo più volte il confine col Mozambico, va prestata attenzione visto che più volte i guerriglieri antigovernativi utilizzano questi angoli remoti di paese come basi logistiche e si spingono oltre confine per spostamenti sicuri e per cacciare animali in forma di sostentamento, ma non abbiamo di questi problemi. Arriviamo all’incrocio con la 441 in zona Cashel, la strada migliora (per peggiorare avrebbe dovuto cadere nel burrone sottostante…) e lì facciamo tappa per una sosta cibo, temperatura che ha ripreso a salire, in precedenza anche affrontare una sosta per foto in maglietta era scomodo, ripartiamo per raggiungere la zona delle Vumba Mountains, sempre nella regione del Manicaland, prima lungo la A9, poi A10. Per salire quassù occorre entrare appena a Mutare, una delle grandi città di questa nazione, ci arriviamo durante una specie di tifone, vie completamente allagate, pare di navigare più che viaggiare in auto, il Prince of Wales View Point non solo non ha vista ma non lo si nota nemmeno, così continuiamo per il centro delle montagne. Entriamo al Vumba Botanic Garden and Reserve e da qui dopo un lungo e tortuoso percorso giungiamo a un primordiale camping. La vista spazierebbe sulla vallata e tutto attorno sulle montagne, siamo nel mezzo delle nuvole e non si vede oltre 5 metri, anche arrivare ai bagni è più un’escursione che un passaggio. I bagni poi non sono dotati di acqua calda né di luce, arriva un addetto ma non riesce ad accendere il fuoco per riscaldare l’acqua (nei campeggi questo è sempre il sistema, non pratico ma l’acqua scaldata con la legna regala sensazioni che un moderno boiler non regala), così questa sera per non prendersi una polmonite niente doccia, fortuna che non si è sudato nulla. Anche solo per prepararsi la cena occorrono pile e k-way, siamo in montagna, non lo vediamo ma ce ne accorgiamo ugualmente. Per cena una sostanziosa e calda pasta e fagioli, presa appositamente per serate come questa. Spente le nostre luci ed unici nel camping, siamo attorniati dal buio totale, se ci mettiamo pure le nubi muoversi porta alla mente il nonno di Amarcord (Giuseppe Ianigro), solo che lui era nella nebbia totale di giorno, qui ci aggiungiamo pure la notte. Vabbè, cosa di meglio di leggersi per qualche ora serale un buon libro? Percorsi 286 km, molti dei quali in pessime condizioni, quelli su sterrato più sentieri che strade.  

 

Cascate di Nyangombe, Zimbabwe

 

12° giorno

Piove tutta notte, fortuna che all’alba smette e possiamo fare colazione muovendoci anche fuori dall’area coperta dal tendone, rimaniamo comunque sempre al freddo attorniati dalle nuvole e di vedere il giardino botanico non c’è possibilità. Prendiamo la via d’uscita sia dal giardino sia dalle Vumba Mountains, le nuvole si alzano ed al Prince of Wales View Point almeno riusciamo a buttare uno sguardo all’area dove abbiamo sostato. Le strade sono tutte asfaltate, è luogo per escursioni da fine settimana degli abitanti di Mutare e dintorni, molto traffico su strade piene di curve ma ben tenute. Rientrati in città proviamo il primo rifornimento e notiamo come non ci sia nessun problema di sorta, almeno in questa stazione di rifornimento di una grande catena internazionale si trova ogni tipo di alimentazione, attenendosi però al pagamento in dollari e basta. Probabilmente forzando la mano i rand potrebbero essere accettati ma di carte di credito non c’è traccia. Da considerare che il gasolio per noi è la spesa maggiore da affrontare, immettere sui 150 litri x 1,12/1,2$ litro in contanti è una spesa pari a qualche giorno di permanenza. Da Mutare saliamo a nord destinazione Nyanga National Park seguendo la A15, in buono stato. Da Juliasdale si prende la A14 e l’ingresso del parco, ben segnalato dista pochi km. Anche questo è meta di passaggi giornalieri, la Mutare vip sembra tutta attorno alla reception, ma pochi stazionano la notte. Il Nyanga NP sorge presso la montagna più alta della nazione in zona di numerose cascate, anche questo lungo il confine col Mozambico. Preso posto in una piazzola del camping, poco segnalato ma immerso nel verde e con un addetto praticamente a nostra disposizione e fatta veloce sosta per cibo, partiamo subito in escursione alle Nyangombe Falls, sul lato ovest, per raggiungerle occorre uscire da questa parte di parco per entrare nel settore opposto e riregistrarsi (portate con voi la ricevuta del pagamento) prima di avanzare su di un sentiero in pessimo condizioni (solo 4x4 alti da terra) al termine del quale un parcheggio custodito da guardia armata segna la fine della via. Da qui si scende a piedi per circa 10’ verso le cascate, non altissime, formate da più salti ma decisamente coreografiche poiché si aprono sul verde assoluto della foresta ai suoi piedi. Divelte le protezioni in passato e non sistemate si può andare ovunque, un gruppo familiare locale vedendomi mi chiede di entrare con loro in 1000 fotografie, forse di bianchi qui ne arrivano pochi, gentilissimi ed entusiasti, per loro sentir parlare che si arriva dall’Italia è poco diverso che dalla Luna! Ritorniamo sui nostri passi per andare in direzione opposta, meta a est sul confine dove si eleva il Mt. Nyangani (2.592 m) la vetta più alta dello Zimbabwe. Il percorso per arrivarci passa per la Mare Dam, un lago artificiale e resti di alcuni forti, quando sale diventa di dubbia percorrenza, avendo tutte le assicurazioni del caso sul pick-up procediamo ugualmente, usciti dalla foresta la vallata che da sul gruppo delle montagne è particolarmente suggestiva, al posto di parcheggio c’è un punto di controllo presidiato da guardaparco e doganieri. Questi sostano quassù a 2.140 m per 2 settimane a fila, ci sono i servizi igienici ma per il resto devono essere autonomi di tutto, si procurano il legno per il fuoco girando avanti e indietro nel controllare che i guerriglieri mozambicani non facciano fuori troppi animali. Alla vetta si può salire senza troppe difficoltà, serve solo avere a disposizione cinque ore e che il clima sia benevolo, come possiamo vedere pure noi il vento è fortissimo e le nuvole vanno e vengono che è un piacere pure in una giornata limpida come quella odierna. Ci facciamo un caffè anche qui, ormai è il nostro marchio di fabbrica, assieme ai guardaparco e poi riprendiamo la via del rientro, ci consigliano però di prendere al primo bivio quella a destra, più lunga ma in migliori condizioni nella parte iniziale (non viene segnalata in senso contrario per salire) guadagnando un po’ di tempo che investiamo nella sosta a Pit Structures, sorta di arcaico villaggio al tempo del Great Zimbabwe dove vivevano in perfetta comunione d’intenti indigeni locali e animali. Piccole costruzioni a mo’ di trulli incavati nel terreno, parte centrale dedita al bestiame che poteva uscire solo da un lungo e interrato tunnel, questo proprio a protezione del bene maggiore che avevano i locali. Cena al camping, c’è solo un altro gruppo presente, dedito ad alcol e ovvia grigliata di carne, ma di buon ora spengono tutto e nessun rumore si sente nel parco che pare abbandonato, solo le stelle che ci regalano una nottata serena. Percorsi 174 km, fuori dal parco in buono stato, all’interno male se non malissimo.

 

continua...

 

Zimbabwe, Sudafrica e Botswana - I

Zimbabwe, Sudafrica e Botswana - II

 

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