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SUD SUDAN: Sudafrica e stati annessi - III
Diari di Viaggio
10 Agosto 2019

...segue 

11° giorno 

La pioggia non intende smettere, la notte è un continuo e così la mattina, riposizioniamo le tende sul tetto e partiamo per trovare colazione in un locale della cittadina, pochi avventori in questa mattinata natalizia, tra quelli uno elegantissimo in procinto di entrare in chiesa ma che prima si lava diligentemente le mani in una pozzanghera. Abbiamo nuovamente una gomma bucata, anche questa volta riusciamo ad arrivare da un gommista senza doverla sostituire, per il gommista la festività non esiste, anzi ha più lavoro del solito ma capendo che siamo di passaggio si adopera immediatamente per una cifra talmente bassa che vien da chiederci se abbiamo capito bene, utilizzando il solito metodo del punteruolo. Prendiamo la R61 che seguiamo fino a Redoubt, il tempo è pessimo, le nuvole basse regalano spesso pioggia, la strada è asfaltata ma con grandi buche, quando giungiamo a Redoubt azzardiamo il taglio verso Izingolweni, abbandoniamo l’asfalto per uno sterrato che con la pioggia diventa fango puro. Si sale e scende per oltrepassare il fiume Mtamvuna che segna il confine tra la regione dell’Eastern Cape e KwaZulu Natal, il tempo migliora e l’ultima parte del sentiero è in condizioni migliori, passando tra tanti piccoli villaggi. Ritroviamo l’asfalto della N2 che abbandoniamo poco dopo Paddock per andare all’Oribi Gorge NR, il cui ingresso settentrionale è in corrispondenza del piccolo campsite, tutto esaurito. Percorriamo così la strada che scende un lato del canyon per risalire sulla parte ovest dirigendoci al Lake Eland GR, splendido parco tra animali, canyon, placidi laghetti, percorsi a piedi di ogni tipo e lungo canopy. Qui c’è possibilità di campeggio, preferiamo le piazzole più distanti ma direttamente sul lago, dove arriveremo solo in serata, il pomeriggio è destinato alla perlustrazione della riserva che risulta piena di animali, tra cui il blesbok, un’antilope contraddistinta da un muso schiacciato e bianchissimo. La particolarità del luogo è data ovviamente dai canyon, purtroppo il pessimo clima limita sia gli spostamenti sia soprattutto le viste, affrontiamo il superamento del suspension brigde proprio in un momento di pioggia e vento, ogni passo pare effettuato durante il terremoto con secchiate d’acqua gelida in faccia, ma volete mettere l’esaltazione dell’impresa compiuta? La maggior parte degli animali (kudu, eland, blesbok, zebre) si avvistano nella parte alta, mentre la parte bassa, percorribile solo con un 4x4 è più interessante per il lago. Il percorso di canopy oggi non è funzionante causa condizione climatiche avverse, nella parte bassa i mezzi devono prestare attenzione agli avventori perché se ne condivide la via. Prendiamo possesso di una piazzola sulla riva, i servizi a disposizione sono ottimi, c’è possibilità di vari percorsi a piedi e un piccolo ponte cigolante permette di andare su di un’isola nel lago, invasa da uccelli vocianti. All’ora del tramonto un raggio di sole illumina il parco che regala una visione ben diversa di sé, anche se poi qualche goccia continua a cadere e il freddo ci costringe a felpa e giacca antivento. Riusciamo comunque a cenare al coperto grazie ai capanni predisposti in corrispondenza di ogni piazzola, ma rientriamo prontamente in tenda per evitare il freddo. Percorsi 247 km, su strade di ogni tipo, buone ma anche pessime.

 

L'Oceano Indiano visto dalla Umhlanga Lagoon National Reserve

 

12° giorno

All’ora della sveglia piove di nuovo, fortuna che il capanno ci fa da riparo e possiamo scaldarci a colazione, ma dobbiamo nuovamente ripiegare le tende sotto la pioggia, ormai un cliché in questa zona che invece dovrebbe essere meno soggetta alle piogge rispetto ad altre. Non torniamo a visitare la riserva perché l’intensità aumenta, ripercorriamo la strada interna al canyon vedendo ben poco, prendiamo la N2 che diventa M4 poco prima di Durban, dove giriamo rapidamente il centro ma non facciamo sosta, preferendo la limitrofa Umhlanga Lagoon NR. Situata al termine della zona dei grandi resort, per nulla segnalata quasi fosse una scomodità per l’industria alberghiera, vi si accede gratuitamente e si percorrono le passerelle che attraversano le paludi/lagune, piene di piccoli uccellini che entrano ed escono da minuscoli nidi. Al termine di questa si passa alla macchia boschiva vera e propria dove qualche babbuino osserva curioso, oltrepassate le dune c’è l’accesso al mare, col cielo coperto e un accenno di pioggia vediamo un oceano particolarmente alterato da fine del mondo, solcato da numerose petroliere. Qui la città ha la meglio sulla natura, riprendiamo il pick-up quando la pioggia si fa di nuovo intensa e puntiamo all’interno della regione del KwaZulu-Natal passando per i territori che contraddistinsero le lotte degli zulu contro i boeri per arrivare alla città consacrata al re zulu più celebre, King Shaka, ovvero KwaDukuza (Stanger). Cittadina di per sé anonima, abitata al 99% solo da autoctoni, la nostra presenza è presa con curiosità, e anche la visita al King Shaka visitor center (ingresso gratuito) pare strana. Il museo non è molto grande, appena entrati ci viene proiettato un filmato di 10’ in inglese dove è ricostruita la vita e le imprese di questa icona zulu, ucciso nel 1828 da 2 fratellastri, la cui figura svetta su tutti gli altri zulu per aver capito per primo che l’unica maniera di opporsi ai nuovi arrivati dall’Europa era quella di costituire un’unica entità. Ma come troppe volte accaduto nella storia, il principale nemico è tra gli amici, e non tra chi ci si trova di fronte. La dinastica zulu continua ancora oggi, come si può apprendere dalle illustrazioni presenti, usciti dal museo si trova la tomba, mentre di fronte, sull’altro lato della strada sorge il Dukuza Museum (offerta libera) dove trovare altre informazioni ed esposizioni riguardanti una delle tribù più celebri e importanti d’Africa. Rientriamo sulla N2 spostandoci verso Richards Bay, questo tratto è a pagamento. La cittadina è un insieme di più frazioni che nulla hanno da dire l’una con l’altra, in realtà una Richards Bay vera e proprio non c’è, prima di arrivare al mare, incontriamo il gigantesco RB Caravan Park, un luogo destinato ai tanti amanti della pesca d’altura che qui fanno anche rimessaggio e lavaggio delle loro grandi imbarcazioni. Ci si perde nel campeggio, almeno c’è energia elettrica per ricaricare qualsiasi cosa, ma non è adatto a chi solo di passaggio, le piazzole gigantesche servono per chi staziona a lungo e costruisce abitazioni più grandi di tante case come le intendiamo noi. Unica soluzione nei paraggi, ci adattiamo, cena da campo senza rischio pioggia, dopo un’escursione verso l’oceano che diventa un labirinto da raggiungere. Percorsi 251 km, tutti su strada asfaltata in buone condizioni.
 

Rinoceronti all'iMfolozi Game Reserve

 

13° giorno

Colazione al campo, spesa da un Pick’n’pay in zona e partenza destinazione iMfolozi GR, uno dei primi grandi parchi dell’area. Ancora lungo al N2 e deviazione per la R618 che conduce diritta all’ingresso. Purtroppo non c’è possibilità di campeggiare all’interno così pagato l’ingresso optiamo per la visita dell’iMfolozi GR visto che una volta varcato l’ingresso si trova anche la Hluhluwe GR, ma in giornata è già molto visitarne accuratamente una sola. La prima parte del parco, quella dove si trovano i resort, non è foriera di avvistamenti, si attraversa il Black Umfolozi River che è secco nel periodo e quindi gli animali non trovano pozze per bere, gli animali si riparano ben oltre questa zona, passato il Mpila Resort quando il sentiero si fa sterrato. Il re indiscusso del parco è il rinoceronte, sono numerosissimi, sovente con i piccoli, per nulla timorosi, passano vicinissimo al pick-up, uno addirittura lo usa per grattarsi, vista la mole e la struttura da animale preistorico fortuna che abbiamo in dote le coperture assicurative complete. Impieghiamo circa 8 ore a percorrere quasi tutti i percorsi del parco, gli animali si susseguono, ai rinoceronti si uniscono giraffe, elefanti, antilopi di tanti tipi, varani oltre a scenari naturali interessanti. Ma è quando il sole inizia a calare che si avvistano gruppi di rinoceronti in una luce spettacolare, quasi che l’ente del turismo ci voglia lasciare un ricordo indelebile del proprio territorio. I rinoceronti visti sono tutti bianchi, molto più numerosi dei neri, fino a poco tempo fa in pericolo di estinzione. Non è una questione di colore della pelle, il bianco ha una mandibola larga (wide, da lì il white), mangia solo a terra, il nero ha preso il nome proprio in antitesi al bianco ha un muso affusolato e può mangiare anche arbusti perché il muso può passare tra i rami. Usciamo alle 18:15, 15’ prima della chiusura dei cancelli, a questo punto decidiamo di fare una tirata fino a St. Lucia, sulla costa, sapendo di arrivare tardi nella speranza di incontrare qualcosa sul posto. Percorriamo la R618 che una volta attraversata la N2 s’immerge tra infinite coltivazioni di alberi di tek, c’è perfino una ferrovia dedicata proprio per il trasporto di questi alti e sottili alberi che si trasformeranno in pregiati parquet o in assi per navi. Una volta giunti a St. Lucia, luogo ad alta concentrazione turistica, proviamo a seguire le indicazioni per un campeggio, è già buio, l’illuminazione pubblica non arriva nella zona dell’estuario e il primo campeggio incontrato ci è indicato come al completo da volontari sulla strada, così arriviamo fino al termine della via al Sugarloaf, che sarebbe già chiuso. L’addetto alla sicurezza però gentilmente ci riceve, paghiamo a lui che ci rilascia una ricevuta da esibire l’indomani poiché non siamo registrati, poi sempre al buio ci cerchiamo una piazzola visto che non sono assegnate e il tutto pare lasciato molto al caso. Cosa che facciamo pure noi, staremo per pochissimo tempo e ci buttiamo dove possiamo, giusto il tempo di una doccia, preparare la cena e salire a dormire. Percorsi 240 km, la parte nel parco su sterrato comunque buono, il resto tutto asfalto ben tenuto.

 

Un nyala si abbevera presso una pozza

 

14° giorno

Colazione da campo, poi capito come uscire dal campeggio prendiamo la strada in direzione Cape Vidal entrando all’iSimangaliso Wetland Park, Eastern Shore dal Bhangazi Gate. Il lungo e grande parco, patrimonio dell’umanità UNESCO, parte da qui per arrivare al confine col Mozambico diviso in svariate sessioni, caratterizzato da grandi dune, laghi salati, oceano con barriera corallina, animali e spiagge, risulta ancora poco esplorato soprattutto nella parte centrale, difficile da attraversare. Questa zona è invece la più turistica come si evidenzia girando per St. Lucia. In questa stagione arida (incredibile come per giorni abbiamo avuto piogge che qui non sono mai minimamente arrivate) i laghi e le lagune sono al minimo idrico, vedi il grande Lake St. Lucia che dai vari view point dista centinaia di metri, con i fenicotteri piccoli e indistinti punti. Le dune sono continue tra la strada e il mare, ma coperte di vegetazione così da non impressionare come quelle di un deserto perfetto (per chi pensa di vedersi un Namib al mare non ci siamo), si trovano percorsi ad anello per esplorare le zone dove incontrare kudu e zebre sotto ad un sole fortissimo, temperatura fortunatamente mitigata dalla brezza del mare. Arriviamo ad una Cape Vidal completamente congestionata dal traffico turistico, con molti avventori locali su potenti jeep trainanti carrelli che portano barche altrettanto ingombranti, la spiaggia è presa d’assalto così come ogni minimo spazio all’ombra, forse non proprio l’attimo migliore per godersi la natura e le dune. Dopo una piccola escursione a piedi in questo contesto e un pranzo al sacco volante cercando di non farselo sottrarre dai babbuini, ripariamo verso il Lago Bhangazi, ma il percorso ad anello che dovrebbe passare nelle paludi, denominato Grassland Loop è interrotto così rientriamo verso St. Lucia lungo la medesima via della mattina. Proprio sotto al ponte che attraversa l’estuario di St. Lucia fanno bella mostra di se svariati ippopotami, i primi che vediamo durante il viaggio, animale che da qui fino al termine del Kruger diventerà una costante degli avvistamenti. Alcuni si mettono in mostra spalancando l’enorme bocca in un’immagine tipica da wild Africa. A questo punto cerchiamo di spostarci più prossimi alle mete di domani, così ritorniamo sulla N2 che percorriamo fino al bivio per Hluhluwe dove lungo la R22 troviamo la deviazione per la D540 verso il Sand Forest Lodge, a metà tra lodge e campeggio, offre qualche piazzola nel mezzo del bush e qualche bungalow. Per il proprietario, classico afrikaaner riparato qui nel nulla prodigo di consigli e informazioni, il campeggio è un di cui della sua attività, ospitare gente un diversivo per scambiare qualche chiacchiera. C’è ancora un briciolo di luce, proviamo ad avventurarci verso questa zona del parco ma l’ingresso è già chiuso. Lungo la recinzione ci imbattiamo però in un nyala solitario che ci scruta prima di decidere di nascondersi nella boscaglia. Rientriamo al lodge, nell’area campeggio siamo solo noi (anche se il proprietario ci avvisa che sul tardi arriverà una famiglia con bambini che faranno confusione…) e ci godiamo il vuoto assoluto con tempi lenti, dall’ottima doccia alla cena, per poi sfruttare la connessione e rientrare per un attimo in contatto col mondo. In effetti una famiglia arriva a fianco della nostra piazzola, ma i bambini non fanno confusione, forse perché nessuno in famiglia ha intenzione di parlare né rispondere ad un saluto… forse perché hanno inteso che non parlavamo afrikaans. Percorsi 184 km, quasi tutti su strada asfaltata.

 

Acqua e rocce s'incontrano nell'iSimangaliso Wetland Park

 

15° giorno

Colazione al campo con clima ottimo, ritorniamo sulla R22 che percorriamo fino a Mbazwana dove facciamo sosta allo Shoprite per rifornirci di acqua e cibo, mentre al mercatino nel parcheggio per la frutta, banane e favolosi ananas che le contadine locali ci tagliano al momento e ci imbustano per consumarle in seguito. Da qui deviamo lungo la A1108 in direzione Sodwana Bay che si rivelerà un posto troppo affollato, così tagliamo per la A1112 e iniziamo a inoltrarci nella Coastal Forest, riemergiamo un po’ prima della propaggine meridionale del Lake Sibaya e da lì entriamo in territori da vera esplorazione. Al controllo occorre registrarsi, accesso permesso solo a 4x4, si attraversa la fitta vegetazione che copre le dune della D1848, nel tratto che ci porta nel lato settentrionale del lago non incrociamo mai nessuno, fortuna visto che non c’è spazio per 2 mezzi. Ogni tanto una macchia blu si apre tra le fronde, ma solo al termine riusciamo ad arrivare al lago, vista spettacolare, la prima parte verde smeraldo, l’altra, più ampia e lontana dalla foresta blu intenso. Segnalati ippopotami e coccodrilli, bagno sconsigliato anche se in questo angolo di paradiso non bagnarci i piedi è impossibile. In lontananza alcuni pescatori se ne stanno nel bel mezzo del lago, coraggiosi. Arriva pure a piedi molto, molto lentamente, un addetto più curioso che pronto a proporci un biglietto d’ingresso. È il volontario che ci informa del pericolo animali feroci, certo che a quella velocità potevamo già essere stati sbranati, ma pensare che un volontario se ne stia qui nel mezzo del nulla fa una strana impressione. Continuiamo il cammino fino al Rocktail Camp, dove se s’intende proseguire lungo la Costal Forest occorre comprare il permesso e registrarsi in uscita, ovviamente anche questa tratta aperta solo a mezzi 4x4. Non è possibile sbagliare strada anche se non segnalata, nel mezzo della foresta vi è solo un tracciato con i rami che sbattono in continuazione contro il pick-up, dritto senza paura di perdersi, sono indicate le deviazioni che oltrepassano le dune sempre ricoperte di fittissima vegetazione e portano ad alcuni accessi al mare in zone spettacolari, come a Lala Neck (dove ci gustiamo un favoloso ananas fresco al punto giusto e dissetante come non mai), Rocktail Bay, Black Rock e Dog Point, quest’ultimo un promontorio da dove godersi la vista di questa natura selvaggia senza però riuscire ad accedere al mare. Nei punti precedenti la possibilità di entrare in acqua è fattibile, si tratta d’insenature se non proprio protette, almeno un minimo riparate, ma le onde sono impetuose in ogni caso. Qui il verde e il blu si fondono assieme senza la minima traccia della presenza umana. Sono 40 km di percorso durissimo, impieghiamo ore, un 4x4 non è sufficiente, occorre che sia molto alto da terra, poi necessario sperare che chi abbia tentato la fortuna con mezzi non adeguati non s’insabbi perché le possibilità di evitare chi si ferma sono limitatissime, nel caso pronti col badile e con una corda per trainare via dai problemi gli avventori maldestri. A noi è bastato usare con perizia il 4x4 con le ridotte sempre inserite, fortunatamente non abbiamo dovuto sgonfiare le gomme, ma nel caso un mezzo del genere ha in dotazione il compressore per ripristinare la situazione ideale una volta usciti da passaggi del genere. Il percorso migliora quando si prende per l’interno e si arriva nella zona di Malangeni e da qui puntiamo verso Manguzi da dove deviamo subito per trovare un camping in zona Kosy Bay. Vi sono più campsite e lodge, optiamo per il Kosy Bay Campsite & Chalets, ma quando arriviamo è già chiuso. Proviamo a intavolare una trattativa con i guardiani, il primo parla pochissime parole d’inglese, ma con la ricetrasmittente ne chiama un secondo che prova a rintracciare una delle gestrici, la quale ci accorda la possibilità di entrare e pagare l’indomani. Il campsite è un posto enorme e totalmente immerso nel verde, il guardiano sale con noi e ci accompagna in una piazzola splendida, su ben 3 piani distinti, peccato che per il nostro mezzo con tende sul tetto sia poco sfruttabile, la piazzola può essere occupata fino a 6 persone, ovviamente niente wi-fi, niente elettricità, servizi igienici non distanti e in buone condizioni, come sarà tutto quanto ci circonda lo scopriremo l’indomani, è già buio e subito dopo la doccia è tempo di prepararci la cena e dormire. Percorsi 205 km, quasi tutti su sterrato, buona parte dei quali in condizioni dure.

 

continua...

 

Sudafrica e stati annessi - I

Sudafrica e stati annessi - II



Luca viaggia con lo stesso spirito dei suoi esordi portando con sé non solo il fido zaino ma soprattutto un’innata voglia di conoscere e di vivere il viaggio, che non è solo vedere cose mai viste prima ma anche affrontare le sorprese, belle o brutte, che possono capitare dietro ogni curva.

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