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Amazzonia - XIII

Data: 22/04/2014 BRASILE - COLOMBIA - PERU Categoria: Diari di Viaggio

 

18 – Danze Bora

 

Vana preoccupazione la mia, quella se mi sarei svegliato in tempo o meno. Evidentemente quei pochi turisti che dormono qua - visto un biondo barbuto a spasso la sera prima - lo fanno solo per prendere il Rapido e quindi dapprima, verso le 2:00, mi sveglia il baccano infernale del generatore elettrico del hostal che pare installato sotto il mio letto, poi 20 minuti dopo ci pensa la padrona a bussare energicamente alla porta della mia stanza, per quanto non glie lo avessi richiesto. Avevo già preparato lo zaino e alle 2:30 sono in strada.

 

Vedo un mototaxi e chiedo quanto vuole per portarmi all’imbarcadero. Mi chiede 5000 pesos, ieri sera ne avevo pagati solo 3000. Non accetto la maggiorazione notturna: fa fresco, sono in perfetto orario, il porticciolo non è lontano e ho la torcia. Lui non cambia idea e allora mi incammino. Dopo un po’ mi affianca e mi chiede se ho cambiato idea, ma vuole sempre la stessa cifra. Neanch’io cambio idea e giungo a destinazione con una bella passeggiata notturna. Salgo sul Rapido e segnalo al personale di bordo che devo scendere a Pevas. Qui la partenza non è come a Iquitos, dove i passeggeri sono circondati fino all’ultimo minuti da venditori ambulanti e io devo ancora, visto l’orario, fare colazione. Non posso far altro che attendere che la portino loro, cosa che avviene non appena fa completamente luce: un panino con prosciutto cotto e formaggio. Stavolta però non rimando indietro il caffelatte, anche se non ne vado matto, perché sono a corto di liquidi.

 

Viaggio tranquillo, faccio in tempo a beneficiare del secondo giro di distribuzione dell’acqua ma non del pranzo, visto che mi scaricano a Pevas - stavano per dimenticarsene, meno male che glie l’avevo ricordato poco prima - attorno a mezzogiorno. Scendo al porticciolo e chiedo al primo mototaxi se ci sono alberghi. Dice di sì, alla faccia delle informazioni che avevo raccolto in precedenza. Mi porta in un hostal davvero basico, suo unico punto a favore, oltre al prezzo basso, è la corpulenta ma simpatica Doña Imelda, a quanto pare un’autentica istituzione cittadina, che appena entro fa subito le fusa: “Roberto, ma che bel nome!”.

 

Per non rovinarle il business stendo un velo pietoso sulla descrizione della stanza e soprattutto del bagno comune. La cosa che non posso non menzionare è la geniale disposizione: da un lato vi sono le stanze, dall’altro il bagno, in mezzo un ampio salone – peraltro pavimentato con un cemento che era sempre bagnato e scivolosissimo pure se affrontato con gli scarponi da trekking – con televisione, tavolate e sedie che sembra proprio un locale pubblico. Come se uno dovesse andare dalla propria camera alla doccia passando per il ristorante.

 

Vado al porto in cerca di chi mi possa portare al villaggio di Puca Urquillo abitato sia da Bora che da Huitoto, due popoli che hanno parecchio in comune. Chiedo a tre tipi che sono lì al porto e non sapendo chi indicarmi alla fine, quasi controvoglia, si offrono due di loro di portarmici. Trattativa molto agile: chiedo quanto vogliono, non paiono molto abituati, uno dice 20 soles e io accetto subito - mi avevano detto che mi avrebbero chiesto 50 soles - ai quali aggiungo 10 soles in cambio del fatto che dovranno aspettare che finisca di visitare il villaggio coi miei tempi. Si va e, come ormai da prassi consolidata, all’ultimo si aggiunge la moglie di uno dei due, col figlioletto, che si farà tutto il viaggio e tornerà a Pevas: una gitarella non la si nega e nessuno.

 

Nel viaggio di andata il più giovane si mette al motore, il più anziano mi affianca e parlicchia, cercando di indicarmi alcuni punti salienti, fra cui alcuni insediamenti Yagua: prove tecniche di guida turistica. Arrivati a destinazione in circa 45 minuti i due optano per il secondo porticciolo, quello più a monte ubicato in corrispondenza della parte del villaggio abitato dagli Huitoto. A fianco della piazza principale, dove una maloca è stata eretta a fianco di un campo di calcio, vi sono un giovane e due anziani sotto ad una veranda. Come mi vede il giovane si piazza dietro il banco dell’attiguo negozio, dei due anziani il più sveglio mi chiede di cosa ho bisogno e gli faccio il primo dei due nomi di cui Hector mi aveva detto di chiedere. “Vado a cercarlo” e sparisce.

 

Donna Bora con le pitture sul volto per la danza

Donna Bora con le pitture sul volto per la danza - Archivio Fotografico Pianeta Gaia

 

Quello meno sveglio dei due, o forse solo ubriaco, mi dice che è il capo villaggio, cosa che mi pare piuttosto improbabile visto che tutti i capi villaggio conosciuti finora erano al massimo dei 40enni, e in più lui non riesce a finire una frase. Uno dei due barcaioli mi presenta una paffuta signora Huitoto - lei preferisce definirsi Muruy - che mi invita ad entrare in casa sua, proprio di fronte. Mi porge una sedia e una tazza di kawana (?), una densa bevanda a base di yucca e farina. L’aspetto è poco invitante, provo a berne dei piccoli sorsi ma è talmente densa che non ci riesco, devo quasi ingoiarla e non è nemmeno buona. Per cortesia continuo a berne un po’ fino a quando la donna non mi porta alcuni prodotti di artigianato - bamboline e braccialetti - da lei prodotti che visiono con grande piacere visto che mi danno il motivo per mollare la tremenda bevanda.

 

Finalmente torna il vecchietto sveglio con quello che, tanto per cambiare, non è quello di cui avevo chiesto ma il suo facente funzioni. È un Bora e mentre ci spostiamo nell’altra parte del villaggio si presenta col nome del secondo contatto che avevo. Allora gli dico che è stato Hector a mandarmi da lui e gli si illumina il volto. Mi porta a casa sua, dove conosco anche la loquace moglie, e mi mostra i suoi dipinti: tele di gusto naif che a Hector piacciono, mi dice, e mi chiede di fotografarle per fargliele vedere, cosa che eseguo, nella non tanto recondita speranza che ne voglia acquistare qualcuna anch’io.

 

Non cado nella rete e porto subito la conversazione su ciò che mi interessa, le loro tradizioni, nello specifico le danze. Inizia una breve fase di studio, come negli incontri di scherma. “Quanto sei disposto ad offrire?”. Affondo. “Dipende da quanto volete”. Parata. Intanto si è già sparsa la voce che c’è un turista e cominciano ad affluire quelli che devono prendere parte allo spettacolo. Un’anziana, scherzosamente definita la Regina in quanto moglie di un altrettanto scherzoso Re, mi getta la braccia al collo, come se fossi il figlio che le era stato portato via in gioventù. Alla fine la moglie del vicecapo, che pare quella che porta i pantaloni, fa il primo passo: “200 soles per 3 danze”. Io: “100”. Lei: “150”. Pausa teatrale e concludo: “Ok, però posso fotografare tutti i preparativi e fare ritratti a chi voglio”. Fumata bianca.

 

Il vicecapo allora conferma l’adunata generale al megafono, cosa che viene ribadita in maniera più tradizionale suonando un manguaré - tamburo tradizionale costituito da due tronchi, udibile anche ad una 20ina di chilometri - nella grande maloca dove si terranno le danze con due martelli ricoperti di quello stesso caucciù che tanto impatto ha avuto sulla storia di questa popolo.

 

Col termine di Guerra del Caucciù si intende quel periodo, tra il 1890 e la  fine della Prima Guerra Mondiale, in cui la nascente richiesta di caucciù da parte dell’industria automobilistica - ma inizialmente soprattutto quella delle biciclette - spinse in questa parte del globo una massa di avventurieri attratti dal miraggio di una facile ricchezza, i cosiddetti caucheros. Non diversamente dal Far West nordamericano, in queste terre abbandonate a sé stesse vigeva la legge del più forte: i più intraprendenti costruivano dei veri e propri regni personali approfittando del disinteresse dei governi centrali, desiderosi solo di incassare i diritti di concessione, e appoggiandosi su eserciti privati composti da migliaia di uomini, armati fino ai denti e spesso delinquenti della peggior risma.

 

Costoro effettuavano le correrias durante le quali rapivano indios che poi assoggettano ad una vera e propria schiavitù per raccogliere il caucciù nelle foreste: a chi non raccoglieva la quota giornaliera prefissata venivano inferte cento frustate - quando andava bene - non importa se uomini, donne o bambini. Per evitare che gli indios, una volta nella foresta fuggissero, moglie e figli venivano tenuti in ostaggio. Molto spesso subivano stupri, mutilazioni, venivano legati in sacchi intrisi di petrolio e bruciati vivi, uccisi a colpi di machete, anche senza motivo, per puro sadismo, al punto che le compagnie a volte si lamentavano coi gestori delle  stazioni per la perdite di preziose risorse umane.

 

Uno di questi Baroni del Caucciù era Carlos Fermin Fitzcarrald Lopez, attorno alla cui vicenda, benché un po’ romanzata, è stato girato il film Fitzcarraldo di Werner Herzog, ma forse il più noto fu Julio Cesar Arana de Aguila, il fondatore della famigerata Peruvian Amazon Co., che nel periodo di suo massimo fulgore poteva, a ragione, sostenere: “Qui lo stato sono io”, novello Re Sole di Iquitos.

 

Danze Bora

Danze Bora - Archivio Fotografico Pianeta Gaia

 

In questo contesto, il bacino del fiume Putumayo divenne terreno conteso tra i caucheros peruviani e colombiani e le rappresaglie verso la concorrenza straniera venivano ammantate di inesistente patriottismo. Ma chi ne faceva le spese erano quasi sempre gli indios: i Bora, agli inizi del secolo scorso, nel giro di una trentina d’anni, passarono da essere circa 15.000 ad appena 427 (oggi stimati fra gli 800 e i 1500). Fu così che tra il 1934 e il 1937 un cauchero peruviano, nell’intento di sfuggire allo scontro, si spostò con i suoi indios nella zona del fiume Ampiyacu e Puca Urquillo fu il primo insediamento in questa zona, originariamente abitata da altri popoli amazzonici.

 

Quando il cauchero chiuse la sua attività nel 1958, causa il lento ma inesorabile crollo della richiesta di prodotti amazzonici, i Bora dovettero reinventarsi la maniera di vivere. Provarono dapprima col bestiame, poi attraversarono un florido periodo quando, a metà negli anni ’80, coltivavano foglie di coca che vendevano ai cartelli colombiani, fino a quando l’esercito peruviano non prese il controllo su questa zona. Ora sono soprattutto orticoltori, cacciatori e pescatori.

 

Alla spicciolata giungono uomini, donne e bambini che cominciano a dipingersi sul volto e sul torace, le donne a seno scoperto: segni neri sul volto, segni bianchi sul corpo. Le donne indossano gonne bianche con disegni geometrici neri, gli uomini pantaloncini decorati nello stesso stile. Entrambi indossano dei copricapo piumati. Le condizioni di luce sono come sempre proibitive e i migliori scatti li ottengono solo chiedendo ai soggetti di portarsi sulla soglia della porta. Iniziano le danze: gli uomini hanno ognuno un bastone al quale sono appesi dei sonagli e sbattendoli a terra costruiscono la base ritmica sulla quale poi sia uomini che donne cantano e ballano. Ballano anche i bambini, alcuni tenuti in braccio, altri tenuti per le mani. La danza più divertente, anche per loro, è quella dell’anaconda, durante la quale corrono da un lato all’altro della maloca.

 

Terminato lo spettacolo, chiedo di fare qualche ritratto aggiuntivo, visto che mentre ballavano nel buio squarciato da un fastidiosissimo raggio di luce che penetrava dal soffitto non ho potuto ricavare scatti di qualità. La prima alla quale lo chiedo è una delle ragazze più giovani e capisco, dai risolini e dai commenti, che dicono che ho voluto lei perché giovane e a seno nudo. Eppure quando prima avevo fotografato solo bambini e un paio di anziani non avevano avuto questo sospetto. Il villaggio è piccolo e la gente mormora…

 

C’è il rompete le righe, elargisco quanto stabilito e mi siedo nella maloca. Per stemperare un po’ la tensione turista-indio dapprima mostro le foto nel display, poi mi gioco l’asso di briscola con le foto delle altre etnie che tanto successo avevano riscosso presso i Matsés e che anche qui suscitano notevole interesse. Anche se una ci prova ancora dicendo che è stanca per le lunghe danze e tanto assetata, dopo un po’ smettono di andare a caccia di soldi e più d’una mi chiede spontaneamente delle foto a sé o ai propri figli anche solo per rivedersi. Stando a quanto mi diceva Hector visitare il villaggio Bora di Ancon sarebbe stata un’esperienza più autentica, visto che fin là non ci arriva praticamente nessuno, ma sarebbero serviti due giorni di navigazione solo per arrivarci.

 

Dopo aver ricevuto l’ennesima esortazione a mandar loro degli altri turisti, come se fossi un’agenzia viaggi, e promesso di inviar loro le foto tramite Hector, saluto e torno nella parte Huitoto, dove c’è ancora la barca. I barcaioli invece sono qui con me, anche loro ne hanno approfittato per gustarsi le danze Bora. Nella parte Huitoto gli adulti sono da tempo radunati nella maloca per discutere di non so quali problemi. Attendo per un po’ che il consesso termini ma dopo una ventina di minuti mi arrendo e faccio per andarmene.

 

Gabriel, il vecchietto sveglio che mi aveva aiutato all’arrivo, è molto dispiaciuto che me ne vada, comincia a raccontarmi delle sue difficoltà e prima che si umili troppo gli lascio una mancia che accoglie con un largo sorriso sdentato. Parlando col barcaiolo avevo appreso che sullo stesso fiume, l’Ampiyacu, vi sono anche villaggi di un’altra etnia, gli Okaina. Per visitarli occorrerebbe risalire il fiume per almeno altre due ore, non ho tempo a sufficienza e non so niente su di loro, nemmeno se valga la pena visitarli (da ricerche successive, non sono molto diversi dai Bora/Huitoto per lingua e costumi).

 

Bimbo Bora dipinto per la danza

Bimbo Bora dipinto per la danza- Archivio Fotografico Pianeta Gaia

 

Torno a Pevas e cerco dove si prendono i biglietti per il Rapido del giorno successivo, operazione che si rivela più complicata del previsto. A parte il fatto che riesco a trovare chi li vende solo alla quarta indicazione, i biglietti sono di due tipi: garantiti, che costano la tariffa piena da Leticia a Iquitos, e non garantiti, che costano la metà ma che potrebbero riservare la sgradita sorpresa di non farmi salire se i posti a sedere fossero tutti occupati. Nei due viaggi precedenti c’erano sempre diversi posti liberi ma, anche se mi pare un discreto furto, non posso permettermi di rischiare di perdere nemmeno un giorno, visto che dopodomani ho il volo da Iquitos.

 

Comunicata la scelta alla bigliettaia, rimane il problema di come avvisare il comandante della barca - stavolta viaggerò con la Golfinho - di non tirare dritto ma fermarsi a Pevas. Cosa che si rivelerà piuttosto complicata visto che il comandante non si trova e di cui ho conferma solamente verso le 18:00. Pago l’esorbitante cifra e la donna mi dice: “Ci vediamo domattina alle 8:00, orario in cui mi confermeranno a che ora passa il Rapido”. “Si tiene i soldi e non mi dà il biglietto?”. Non ci siamo proprio, le faccio capire. Lei dice che non può emettere un biglietto, che lo può fare solo il comandante della nave domani. “Bene, allora pago domani” e non me ne vado dal suo ufficio fino a quando non mi restituisce il denaro. Torno al hostal e approfitto di un momento in cui il ristorante è deserto per andare al bagno doccia, anche se il mio tentativo viene rispedito al mittente: nemmeno una goccia esce dalla doccia. Non posso che uscirne piuttosto presto e Doña Imelda butta lì un irridente: “Già?”.

 

La sera in piazza c’è fermento. Stasera è la notte di Halloween e, avendo già trascorso un 31 ottobre in Perù, so che viene festeggiato. Ero a Cuzco, città di ben altre dimensioni e molto turistica, e ricordo, prima che la gente si riversasse in strada mascherata, una sfilata per le vie della città di migliaia di persone, ognuna col suo costume e un cartello della propria categoria/gruppo. Qua la gente si sta raccogliendo davanti alla chiesa nella piazza principale, ma prima devo trovare dove cenare.

 

Scendo verso il porto ma non trovo granché: alla fine mi accomodo in un posticino specializzato nel pollo alla brace anche se poi, pur di non sedermi all’interno e restare fuori al fresco, mi faccio portare l’unica altra specialità della casa, una specie di hot dog, accompagnato da un succo di maracuja spremuto al momento al quale viene aggiunto zucchero e latte. Gradisco e bisso entrambi. Torno nella piazza ma la processione è partita e sento che lentamente sta rientrando alla base. Comincia a piovere, io sono sotto una tettoia ma dopo un po’ la musica della processione s’interrompe e comincio a pensare che Giove Pluvio abbia avuto la meglio in uno scontro tra pezzi grossi. Poi la musica riparte, smette e riparte ancora. Quando, sotto l’acqua non violenta ma ininterrotta, la processione giunge in piazza, capisco il perché delle pause: viene portata, a spalle da alcuni uomini, l’immagine sacra del Nostro Signore dei Miracoli che ho già avuto modo di ammirare nella ben più seguita processione che si tiene a Lima il 18 ottobre. Qua a Pevas la fanno la vigilia di Ognissanti, detto anche “el dia del los vivos” in contrapposizione al giorno seguente che è quello dei morti.

 

continua...



Roberto è un grande appassionato di minoranze, arti e culture extraeuropee e una prolifica penna. Si diverte a raccontare le sue avventure in giro per il mondo su libri autoprodotti e sul nostro blog, arricchendo il tutto con scatti che immortalano volti e posti unici.

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