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La Cina delle minoranze etniche - Parte V

Data: 28/12/2012 CINA Categoria: Diari di Viaggio

 11° giorno 

Oggi visitiamo la zona abitata dai Miao dalle Lunga Corna (Chang Jiang Miao), in pratica il vero motivo che mi ha spinto a quasi 400 chilometri di distanza dalla zona dei Miao veri e propri. Sono stati scoperti fuori dai confini cinesi solo nel 1994, quando venne costruita la strada asfaltata che porta a Longga e venne girato il primo documentario che, trasmesso alla tv di stato, sorprese perfino gli stessi cinesi. Sono circa 6000, anche se i Miao in senso esteso sono oltre 7 milioni, ma la loro dispersione nell'enorme e remoto territorio del Guizhou e di alcune provincie confinanti ha finito col generare dei clan con usi e costumi distinti dal ceppo originario. Vivono in appena 12 villaggi a oltre 1600 msl nella zona di Longga, a 60 km da Luzhi, da dove, dopo un'infruttuosa attesa di un bus che non c'è, ci incamminiamo a piedi verso il villaggio di Suoga (o Suoja) che è ad alcuni chilometri. Le scuole sono finite da poco e, seguendo i ragazzini che rientrano a casa, troviamo la strada e anche la compagnia. Il nome a questo clan viene dato dalla curiosa impalcatura a forma di forma di corna di bufalo che le donne portano per reggere le improbabili acconciature, composte da capelli delle ave defunte misti a fili di lana nera. Una volta anche gli uomini portavano questa ingombrante decorazione, ora non più. Anche gli abiti sono rimarchevoli: nelle maniche e nella parte superiore del busto sono concentrati fitti ricami di colore dominante arancione, mentre sulla schiena la decorazione è data da finissimi disegni a riserva ottenuti con la tecnica del batik, di norma di colore blu su sfondo bianco. La ricchezza dei loro costumi fa da contrasto con la palese povertà di questa gente: case misere, galline che razzolano dappertutto, bimbi dai vestiti laceri e che fanno i bisogni per strada. E' la lontananza dalla civiltà e di riflesso la miseria che ha mantenuto questa comunità quasi intatta nel tempo, chissà per quanto tempo ancora. Girando nel villaggio si notano ben pochi uomini, probabilmente al lavoro nei campi o fuori dal villaggio, e le donne, quasi tutte di una certa età, non indossano lo scenografico baldacchino in testa, cosa di norma riservata alle occasioni importanti.

 

Vediamo due donne che si stanno incamminando verso i campi, chiediamo loro se sanno a chi rivolgersi per vedere un abito tradizionale e la più giovane, una diciottenne, con un sorriso smagliante si rende disponibile. La seguiamo fino a casa, coi vicini che si affacciano, e comincia a legarsi le "corna" che sosterranno la capigliatura sulla nuca, annodandole ai propri capelli. Poi, mentre lei è seduta, la madre prende la folta capigliatura posticcia e, formando un otto, la posiziona sulle estremità delle corna. Il tutto viene poi fissato con un nastro bianco, in un'operazione che richiede una mezz'oretta. L'abito è quello della festa, pieno di fitti ricami che servono a dimostrare la bravura e l'intelligenza della ragazza che ha appreso così bene questa complicata arte, indiretta affermazione di altre qualità che la renderanno una sposa perfetta. Indossa una gonna pieghettata tradizionale sopra a pantaloni della tuta che poi rimboccano nei calzini che terminano in bianche scarpe da ginnastica, entrambi un vero must da queste parti. Quando ha terminato la vestizione, si mette in posa nella caratteristica mossa con i pugni poggiati sui fianchi, portanado al collo una specie di grande borsa circolare di feltro nero e una sorta di collier con la parte frontale decorata con gli stessi simboli presenti sull'abito.

 

Proseguendo a curiosare nel villaggio alcune donne si fanno avanti, nella speranza di spillare due soldi per una foto e un paio le faccio più per questo motivo che per la foto in sè: la povertà è tangibile e le dentature completamente devastate, non so se dalla masticazione di qualcosa o se più semplicemente dall'incuria, non aiutano certo a farsi un'idea diversa. C'è un piccolo negozietto di prodotti artigianali che sembra una specie di cooperativa del villaggio dove alcune ragazze stanno lavorando col metodo del batik (e uno che gli unici batik che ha visto sono quelli dozzinali delle nostre bancarelle o, alla meno peggio, quelli indonesiani/asiatici in genere, non ha idea di quale minuzia e definizione vengono raggiunte dalle minoranze etniche in Cina): acquisto un abito tradizionale che fa il paio con una giacca comprata dalla "modella". Prima di rientrare nell'anonima Luzhi, nell'uscire dall'arretrato villaggio noto, incredibilmente anche qui, un campo da basket.

 

Abbiamo appena cominciato il non brevissimo percorso a ritroso che passa un camion. Keith mostra il pollice e il camionista, che di sicuro non si aspettava di vedere due bianchi a spasso da quelle parti e men che meno che facessero l'autostop, appena realizza inchioda, lasciando il segno dei pneumatici per alcuni metri. Saliamo, i posti davanti sono tre, loro sono già due e noi siamo in due, peraltro dotati di zaino. Senza pensarci un attimo il passeggero si alza in piedi per lasciarci sedere e lui resta in piedi, stretto tra Keith e il pilota e con la testa piegata in avanti per non sbattere sul soffitto. Quattro meritate sigarette saranno il premio.

 

Luzhi: scrivere con con un pennello bagnato è un

Luzhi: scrivere con con un pennello bagnato è un'effimera forma d'arte e un modo per tenersi in forma - Archivio Fotografico Pianeta Gaia

 

12° giorno

E' domenica e la grande piazza davanti a noi sembra quella di una caserma all'ora della reazione fisica. Decine e decine di cinesi, quasi tutti piuttosto agées, intenti a svolgere le più disparate attività fisiche, quasi il Partito avesse appena proclamato il Quinquennio della "mens sana in corpore sano". C'è un gran trambusto perché molti gruppi danzano al ritmo di gracchianti impianti che diffondono musiche che si sovrappongono. Le più buffe sono le vecchiette che, in lucenti completini di raso, danzano col ventaglio: ce ne fosse anche solo una che va al tempo con un'altra... A parte la danza, le altre attività fisiche non trovano riscontro dalle nostre parti: vi sono donne che palleggiano col fianco del piede una pallina piumata senza farla cadere per svariati minuti; donne che giocano a volano col pargolo ancorato sulla schiena; uomini e donne che colpiscono con la frusta una o più trottole che, ruotando, emettendo un fischio sordo. Ma il più bello di tutti è il vecchio che intinge una specie di lungo pennello da calligrafo in un secchio d'acqua e poi traccia, in ogni piastrella di cemento, un elegante pittogramma, che poi immancabilmente asciugandosi sparirà. È questa l'immagine poetica che mi accompagna alla stazione dei bus dove la visione di un gruppo di uomini a sedere nella rotonda di fronte, in attesa che qualcuno abbia bisogno delle loro braccia per qualche lavoro, mi riconduce in breve tempo alla meno idilliaca realtà.

 

Oggi cerchiamo di andare in area abitata dai Buyi (o Buyei), una minoranza etnica famosa per i suoi canti e per l'Opera Dixi, una delle più apprezzate forma di opera cinese di strada che però non vengono tenute in questo periodo. Non so se è per questo ma facciamo una gran fatica a trovare il posto. Dapprima alla stazione degli autobus, forse a causa di una pronuncia non perfetta della destinazione da raggiungere, ci fanno salire su un bus che solo una volta giunti al capolinea capiamo non essere quello giusto. Ci scaricano presso un bivio dove, dopo un'ora, finalmente passa un bus che ci porta dove volevamo. In effetti non era facile da capire, nemmeno nel cartello stradale che segnala il posto pare molto chiaro: "zona della minoranza etnica Buyi del fiume Yelang". Visto che di bus non ce n'è, proseguiamo a piedi ma dopo alcuni chilometri sotto il sole mettiamo fuori il dito e un camionista che trasporta maiali ci dà un passaggio che ricambiamo con delle sempre apprezzate sigarette. Ci scarica ai piedi di una collina che scaliamo, in cima alla quale c'è uno spiazzo dove troneggia un gigantesco gong di bronzo, raggiungibile tramite una scalinata di pietra e guardato da un vecchio al quale va fatta la donazione di rito. Non lontano vi è un lungo porticato nel bosco dal quale si gode un bel panorama sulle valli circostanti e che porta fino al villaggio di cui non scopriamo il nome, che pare essere il centro di questa verde valle ben coltivata, come è tradizione nelle terre Buyi.

 

Come sempre pochi uomini nei paraggi, qualche vecchia con in testa dei copricapi di colore verde/azzurro, nei cortili larghe stese di rossi chicchi ad essiccare. Attraversiamo il fiumiciattolo che divide il villaggio dalla zona delle risaie e ci imbattiamo in un bufalo che pare proprio imbufalito e un gruppo di donne che raccolgono patate con le quali ci fermiamo a scambiare qualche chiacchiera. Niente di straordinario ma posti autentici e gente cordiale.

 

Non essendoci molto altro da vedere torniamo sulla strada principale in attesa di un bus. Nell'attesa passano due bimbi che giocano con una biscia ormai passata a miglior vita e notiamo strani mezzi che paiono delle automobili a tre ruote. Ma il bus? Dopo letteralmente ore di attesa, a occhio almeno un paio, forse si è sparsa la voce che ci sono dei che bianchi stanno aspettando qualcosa che non arriverà mai e due locali ci vengono in soccorso, con le loro moto stese. Si qualificano come i maestri del villaggio e, poiché abitano a Luzhi, si offrono di darci un passaggio gratuito: veramente gentili, specie se si considera che ci sono ben 45 chilometri da percorrere. Peccato solo che la motocicletta di quello che porta Keith non sia proprio nuova di fabbrica e un paio di volte, per evitare di ripetere quanto successo a Gaozeng, faccio fermare il mio pilota per attendere gli altri. Visto lo strano giro fatto all'andata, passiamo da posti non visti prima ed un paio di paesaggi che ammiro sono tra le cose più belle che abbia mai visto in vita mia: risaie che costellano piccole pianure circondate da pareti verticali e verdissime, baciate da raggi di sole che filtrano tra le rocce. Peccato non poter scattare le foto visto che devo tenermi aggrappato alla sella della moto: mi accontenterò di lasciarle indelebilmente impresse sulle mie retine.

 

All'avvicinarsi alla città di Luzhi non entriamo da una strada principale ma da stradine che conducono ad un quartiere periferico, dove abitano i motociclisti. Difatti ci portano a casa loro e diventiamo gli inaspettati trofei del loro trionfale ritorno sotto gli occhi di tutti il vicinato. Saliamo in casa loro in uno dei tipici casermoni di periferia e ho l'ennesima conferma, più che della povertà, di quanto la casa non sia una cosa alla quale i cinesi tengono: arredamento scompagnato, il tavolino di vetro del salotto che sta in piedi per miracolo, mura disadorne e piene di striscioni. E dire che questi non sono proprio dei poveracci, sono due maestri e quindi hanno lo stipendio, per quanto non stratosferico, sicuro. Ovviamente la giovane moglie del padrone di casa ci offre del vino di riso, chiacchieriamo per un po' e alla fine giunge l'invito a cena ma noi, un po' perché il tempo è tiranno e un po' perché uno dei due è già palesemente piuttosto bevuto (meno male che era appena uscito da scuola...), gentilmente ma fermamente rifiutiamo l'offerta, benché reiterata allo sfinimento.

 

Una piazza a Shidong, brulicante di donne Miao in costumi tradizionali

Una piazza a Shidong, brulicante di donne Miao in costumi tradizionali - Archivio Fotografico Pianeta Gaia

 

13° giorno

Oggi è il primo giorno della Festa del Pasto delle Sorelle e quindi torniamo di nuovo a est per oltre 300 km a Kaili. E' una bella giornata e dai finestrini si vedono paesaggi mozzafiato, eppure né le guide (cartacee) né gli altri passeggeri del treno paiono curarsene. Giunti a Kaili prendiamo un bus per Shidong, la cittadina che sta ad ulteriori 60 km dove si tiene la Festa: sul nostro stesso bus noto un paio di ragazzi che poi rivedremo più avanti.

 

Nel tardo pomeriggio giungiamo a destinazione e mentre stiamo girando per il villaggio da un minibus appare una donna che ci dice di salire: è la proprietaria della guest house dove dormiremo, una commerciante in antichità etniche, che ci porta nel sito dove si tengono le danze oggi pomeriggio. Mentre noi stiamo arrivando molti Miao se ne stanno già andando ma comunque ce ne sono ancora tanti e posso sbizzarrirmi a scattare foto. Per la prima volta mi sento un turista: ci sono degli occidentali, neanche tanti in verità, direi alcune decine ma ancor più fotografi cinesi, tutti attrezzati con giubbotti da reporter, macchine dagli ingombranti teleobiettivi, treppiedi e assistenti coi quali bisogna lottare per riuscire a fare una foto senza che uno ti salti davanti all'improvviso: i cinesi sono abbastanza cafoni, figuratevi i fotografi cinesi... Ma come non capirli? Le ragazze Miao addobbate per la Festa sono a dir poco incantevoli, tutte tintinnanti di argento e agghindate come delle bamboline.

 

Ballano in cerchio, al ritmo di un tamburo suonato da una donna, con passi piuttosto impacciati data la quantità di metallo che portano addosso: fino a 15 chili per le mises più vistose. Ma andiamo con ordine. La Festa del Pasto delle Sorelle viene indetta per salutare l'arrivo della primavera e cade in un periodo con poche feste, di norma concentrate, come le Feste dei Lusheng, a gennaio che è il periodo in cui i campi non richiedono lavori. In realtà il motivo che l'ha resa così popolare è che, nel tempo, è diventata una specie di "festa del fidanzamento", durante la quale giovani di entrambi i sessi giungono dai villaggi circostanti per una tre giorni di danze e incontri. Poiché ci si deve mettere in mostra, ecco che le ragazze sfoggiano gli abiti più appariscenti e si ricoprono di gioielli e decorazioni in argento, il metallo che rappresenta la luce che scaccia lo spirito oscuro del demonio. Anche gli abiti stessi sono degli spettacolari "biglietti da visita": servono a palesare l'abilità di ricamatrice (e di donna di casa). Tradizionalmente, prendendo spunto, come spesso succede in Cina, da un'antica leggenda, il corteggiamento avviene in questo modo: le ragazze preparano delle palline di riso, di norma dai vivaci colori ottenuti con tinture vegetali, da consegnare ai ragazzi che le corteggiano, all'interno delle quali mettono dei "messaggi in codice". Di norma si tratta di sapori gradevoli che rappresentano un incoraggiamento al giovane, fino a giungere ai ripieni di pistilli rossi o uno spino che significano "sposami!" oppure "sei tu quello che voglio!". Mentre se nel cuore della palla c'è aglio, peperoncino oppure una singola bacchetta, il ragazzo capirà di doversi rivolgere altrove. Come ho già scritto in precedenza, i Miao sono talmente tanti che ogni zona ha i suoi costumi caratteristici: qui a Shidong le donne indossano una giacca azzurra, in testa portano una fascia rossa con striature bianche, blu e verdi e frai i capelli spilloni d'argento e decorazioni floreali.

 

La sera giunge troppo presto e, mentre la cittadina è tutta un brulicare di gente per le strade, noi siamo invitati a cena presso la casa della signora sopracitata. Oltre a noi due c'è anche un americano, un commerciante di antichità che compra qua e rivende a prezzi decuplicati ai galleristi di New York, che è assieme a noi nel tavolo dove c'è la signora, l'unica a parlare inglese. Un po' di esperienza nella materia ce l'ho e non credo dica falsità: certo che vendere questi articoli a dei ricchi americani è molto più facile che a degli storicamente più scafati europei. Dopo cena l'americano si va a letto, io e Keith veniamo invitati al tavolo degli uomini mentre le donne cominciano a dedicarsi alle faccende di casa. Come ci sediamo ci porgono il solito bicchiere di vino di riso che io, per non tenerla lunga, trangugio tutto d'un fiato, ignaro che il brindisi lanciato fosse del tipo "Maman-ho", cioè quello che va fatto sorseggiando un po' alla volta. Non l'avessi mai fatto: divento immediatamente l'idolo dell'allegra combriccola e dovrò scansare l'invito a ripetere la prodezza in media ogni 5 minuti. Mi vado a letto così carico per l'atmosfera speciale di quel posto e in fremente attesa di vivere la giornata seguente che non mi disturba nemmeno il ragno di quasi 10 cm di compasso di zampe che trovo nella mia stanza.

 

Shidong: le ragazze Miao sfoggiano tutta la loro ricchezza con abbondanti decorazioni in argento

Shidong: le ragazze Miao sfoggiano tutta la loro ricchezza con abbondanti decorazioni in argento - Archivio Fotografico Pianeta Gaia

 

14° giorno

Sveglia presto anche oggi, lavaggio mattutino reso più gradevole da acqua calda portata in un thermos: i motivi dell'odierna levataccia non sono solo fotografici ma anche più prosaici. Nel piazzale davanti alla nostra guest house, in realtà un po' discostata dal centro della cittadina, si radunano tutti venditori di antichità, per lo più donne, che stendono per terra i loro vetusti tesori, principalmente gioielli in argento e abiti tradizionali finemente ricamati. A casa mi ero preparato sulla materia ma principalmente avevo studiato i gioielli che sono stupendi, ma adesso che li vedo devo dire che gli abiti non sono da meno. Chiedendo in giro mi rendo conto che i prezzi (almeno quelli iniziali) sono gli stessi e allora individuo la venditrice con la roba più interessante e scelgo una dozzina fra gioielli e stoffe, piglio uno sgabello e comincio la trattativa. Molto lentamente il prezzo complessivo scende, sollecitato dalle mie periodiche esclusioni di pezzi dal lotto che mostrano la mia buona volontà nel comprare tarpata dall'effettiva esosità della richiesta. C'è anche l'americano che dà un'occhiata ma non sta comprando e qualche altro occidentale che più che altro curiosa: in pratica sono l'unico, almeno a quell'ora, a fare acquisti, per la gioia dei fotografi cinesi che sento scattare foto su foto del "ricco bianco che compra tutto".

 

Finiti gli acquisti, colazione e poi via verso l'entrata a nord del villaggio, dove si tiene la cerimonia del benvenuto agli stranieri. Le ragazze sfoggiano i loro migliori costumi e attendono pazientemente che venga dato il via alla cerimonia. Quando finalmente il maestro cerimoniere dà l'ok, offrono il vino di riso da bere in corni e regalano palline di riso colorato (per questioni igieniche dentro a sacchetti di plastica) e uova da legare al collo. Poi di nuovo danze al ritmo del solito tamburo. La luce è bella, il sole ha deciso se non altro, se proprio doveva uscire, di farlo nei giorni migliori e io sono come un topo nel formaggio, scatto foto a soggetti fantastici che si lasciano fotografare senza battere ciglio.

 

Finita la cerimonia rientriamo nella cittadina alla spicciolata assieme alle ragazze che, poverette, sotto questo sole credo non vedano l'ora di togliersi le pesanti corazze argentee. Conosciamo un vecchietto francese, che gira in solitaria pur non parlando che uno stentato inglese. Ma sta in giro per quasi due mesi, può permettersi gli errori di percorso che ci fa capire di aver spesso commesso. Vagando per la cittadina vedo scene di vita quotidiana, non diverse da quelle di altri villaggi: un bambino che viene rasato a zero; donne che controllano la fermentazione del vino di riso in grandi vasi; bambini al massimo di 10 anni che giocano a carte; una macchina che produce finissimi spaghetti di riso che vengono messi ad essicare al sole; cani pronti da mettere in pentola. Per il momento non sono previsti eventi e allora torno alla guest house, di fronte alla quale scopro che si sta tenendo un concorso per il miglior orafo nel lavorare l'argento. Più tardi, verso mezzogiorno, ritorno in centro, dove si stanno radunando centinaia di persone in costume che daranno vita ad una processione lunga chilometri. Donne con abiti tradizionali ma anche bande musicali, donne dell'esercito, ragazze e ragazzini divisi per età e ognuno con costumi diversi, vi sono anche dei vegliardi con le giacche blu di Maoista memoria, sembrano quasi dei reduci della Lunga Marcia.

 

La processione parte e pian piano, non essendo costretto a stare in fila, rimonto ma sembra che la fila non finisca mai. Dopo non so quanti chilometri la lunga coda di gente attraversa un villaggio e finalmente giunge nel luogo dove si tiene l'evento: l'argine del fiume Qingshui in un punto in cui si c'è una spaziosa spiaggia di ghiaia. In un clima da sagra paesana, tra bancarelle di zucchero filato e ogni altra leccornia, pian piano i vari gruppi che costituiscono la processione giungono a destinazione e si dispongono lungo il fiume in ordinate file, ognuna col suo bel cartello davanti in incomprensibili pittogrammi. Anche qui tanti fotografi, anche qui tante opportunità per foto strepitose, con le ragazze riccamente adornate che si prestano docilmente a farsi immortalare. Ce n'è una veramente bella e, cosa davvero inconsueta per le Miao che di norma sono piuttosto tozze, decisamente alta, sarà circa 1,75 m. La fotografo a ripetizione, poi la vedo alzarsi e prendere ordini da uno con la telecamera e capisco che è una modella.

 

Ma non c'è nessun bisogno di modelle, basta girarsi ed è pieno di ragazze e bambinette in abiti sgargianti e la luce, nell'abbassarsi, è sempre più propizia: anche un perfetto incapace potrebbe fare delle foto magnifiche. Prima che faccia buio del tutto rientriamo al villaggio, visto che data la distanza coperta all'andata, ci vorrà un po'. Ormai giunto alla zona abitata incontro un gruppetto di italiani che sale su una corriera: sono lì, portati dal t.o. Kel12 Dune, forse attirati anche loro da un catalogo galeotto come quello che mi stregò anni fa.

 

La sera, in un vasto spiazzo lungo il fiume nel centro della cittadina, la festa prosegue ma stavolta non a beneficio dei turisti che difatti sono poco numerosi. Un grande falò brucia e tutt'intorno si formano catene di giovani che ballano tenendosi per mano, mentre altrove si mangia in grandi tavolate e si sparano fuochi d'artificio. Le ragazze, ne riconosco alcune che avevo visto nel corso della giornata, ora hanno smesso gli abiti tradizionali e, in jeans e tacchi alti, si dedicano a quello che è il vero scopo della Festa del Pasto delle Sorelle: conoscere dei ragazzi. Solo che adesso, più che con le palline di riso, l'eventuale gradimento del corteggiamento viene comunicato via cellulare.

 

continua...

 



Roberto è un grande appassionato di minoranze, arti e culture extraeuropee e una prolifica penna. Si diverte a raccontare le sue avventure in giro per il mondo su libri autoprodotti e sul nostro blog, arricchendo il tutto con scatti che immortalano volti e posti unici.

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