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La Cina delle minoranze etniche - Parte III

Data: 13/08/2012 CINA Categoria: Diari di Viaggio

 

6° giorno - Prese in giro e festeggiamenti 

Come da prassi all'alba sono per strada, a godermi l'inizio del giorno dei locali, compresi i bambini che vanno a scuola nel cui cortile troneggia, immancabile, un canestro. Sarà per via di Yao Ming, sarà che in queste zone collinose è più facile ricavare lo spazio per un campo da basket che uno da calcio, fatto sta che qua la pallacanestro è davvero lo sport nazionale: a fine viaggio avrò visto un solo campo di calcio non deserto contro centinaia e centinaia di bambini che buttano la palla verso un cesto. Gironzolando mi imbatto in un macellaio che mentre prepara la carne da vendere deve stare attento che un cane non gli freghi qualche bistecca; bimbi che litigano e poi fanno la pace; nonne e mamme orgogliose che vedendomi straniero mi sorridono e mi porgono i loro paffuti pargoli; due cani che s'ingroppano, spaventati da una motocicletta, vanno per staccarsi precipitosamente ma rimangono incastrati; un maiale lancia urla strazianti, quasi umane, mentre il padrone cerca di legargli le zampe ma poi desiste, forse sfiancato pure lui dalle grida dell'animale. Mi pare tutto bello.

 

Ci inoltriamo per la strada che prosegue oltre il villaggio nella speranza, prima o poi, di imbatterci in un bus che prosegua in quella direzione e ne approfittiamo per ammirare un po' di risaie dall'alto, visto che ce ne sono delle belle. Mentre scambiamo due chiacchiere con dei contadini, si ferma un minibus: a bordo ci sono due giovani donne cinesi di città, un'avvocato con la sua segretaria, che hanno noleggiato mezzo e autista per andare a Xiao Huang, il remoto villaggio Dong al quale anche noi siamo diretti, e ci offrono un passaggio. Se è possibile Xiao Huang pare ancora più dimenticato dalla civiltà di Gaozeng e mi rimarrà impresso come uno dei posti più autentici che abbia visto. Scendiamo dal minibus e ringraziate le gentili cittadine che vanno all'albergo prenotato, i primi nei quali ci imbattiamo sono tre impertinenti monelli che, non capiamo il motivo, appena ci vedono si mettono a cantare abbracciati, interrompendosi solo per scoppiare dal ridere. Ci inoltriamo nel paese che pare davvero fuori dal tempo: tutti indossano i (più o meno) lucenti abiti color indaco tipici dei Dong; quasi tutte le donne portano quella specie di peso sulla schiena che serve come fermaglio; per strada non passano auto, bus o motociclette al punto che i bambini scorrazzano tranquillamente e le donne sfruttano la sede stradale per tendere e lavorare dei fili di cotone che saranno lunghi un centinaio di metri. Smangiucchiamo qualcosa in un posticino, con al nostro fianco delle giovani mamme che giocano a mahjong coi poppanti in braccio. Strano destino quello di questo gioco che, a parte la madrepatria cinese, pare avere un certo seguito solo in un altro posto al mondo: la mia Romagna. Provo a seguire le giocate, ma a parte le tessere coi simboli diversi, vanno talmente veloci che non riesco a star dietro a quello che succede. Una mano durerà un minuto o poco più e, da bravi cinesi con una lunghissima storia di gioco d'azzardo che il regime comunista non è riuscito ad estirpare, giocano ovviamente a soldi (cosa che invece con le carte non è altrettanto automatica).

 

Le tre simpatiche canaglie che ci stavano chiaramente sfottendo

Le tre simpatiche canaglie che ci stavano chiaramente sfottendo - Archivio Fotografico Pianeta Gaia

 

Il cielo però comincia a rabbuiarsi, non promette nulla di buono. Prudentemente ci avviciniamo ad un Ponte del Vento e della Pioggia e così, quando Giove Pluvio decide di sfogarsi, almeno rimaniamo all'asciutto, assieme alla varia umanità che ha avuto la nostra stessa idea. Un paio di bimbi mi sorridono e allora li "premio" con una foto e a rivedersi nello schermo della mia reflex mi chiedono, divertiti, il bis; un altro tiene in tasca un uccellino caduto da un nido e ci gioca a farlo scontrare con una piccola tartaruga che tiene nell'altra tasca, come i nostri bambini farebbero con due macchinine; un contadino è tutto assorto e chino nel cercare di scrivere una lettera; un altro porta al pascolo le sue anatre che lo precedono compite; un pezzo di cortile si è quasi allagato e due bimbe, con la scusa di svuotarlo, si divertono a sguazzare in una grande pozzanghera; una vecchia fila con un antico arcolaio mentre tiene d'occhio quattro anatroccoli in una bacinella. È tutto così banale ma allo stesso tempo fantastico che mi spiace che spiova e che sia ora di tornare verso Gaozeng.

 

Rientriamo a Conjiang e nella fangosa stazione degli autobus, dove di bus non ce ne sono, prendiamo delle motociclette per raggiungere Zhaoxing, il più grande dei villaggi Dong e anche quello più rinomato per le sue architetture. Giunti a destinazione, troviamo l'albergo, idillicamente posizionato sul bordo del fiumiciattolo che attraversa il villaggio, dove mi faccio una doccia calda ristoratrice per togliermi di dosso l'imbarcata di freddo umido presa in moto e poi usciamo a spasso. Più che un villaggio è proprio una cittadina, costellata di alte Torri del Tamburo e tanti bei ponticelli del Vento e della Pioggia, qui più corti del normale perché il fiumiciattolo attraversa il villaggio incanalato. Nei pressi di uno di questi ponti, sotto ad una Torre del Tamburo, stanno festeggiando non so cosa: ci sono alcune tavolate ricolme di ogni ben di Dio e veniamo presi di peso e costretti ad unirci alle libagioni da dei signori abbastanza su di giri. Come da prassi, un momento conviviale non è tale se non è accompagnato da abbondanti bevute di vino di riso e, per quanto non mi piaccia proprio, non posso rifiutarmi. Il vino di riso ha una gradazione attorno ai 20° e, come da tradizione, va bevuto tutto d'un fiato, se l'offerta viene preceduta da un "Gampei!". In seguito imparerò che se invece è preceduta da un "Maman-ho!" allora va sorseggiato. Comunque, visto che il mio vicino di posto non parla inglese, l'unica cosa che sa fare è quella di riempirmi continuamente il bicchiere e, per quanto cerchi di mettere qualcosa nello stomaco per fare un po' di "fondo", dopo 4 bicchieri comincio a sentire gli effetti dell'alcool ingurgitato. Riesco con mille scuse a salutare l'allegra combriccola e, tornando all'alberghetto devo per forza fare le ultime decine di metri prima dell'albergo su un lungo-fiume largo meno di un metro e ancora oggi mi chiedo come ho fatto a mettere i piedi uno davanti davanti all'altro e ad arrivare incolume. Ovviamente dormo come un sasso.

 

Riti funebri di fronte alla Torre del Tamburo

Riti funebri di fronte alla Torre del Tamburo - Archivio Fotografico Pianeta Gaia

 

7° giorno - Funerale

Il giorno seguente, nel mio solito giro solitario pre-colazione, mentre sto contrattando l'acquisto di alcune belle collane antiche d'argento, mi imbatto in una processione, in testa alla quale c'è un maiale al quale hanno fatto la festa, seguito da un'orchestrina che suona e una lunga fila di persone. Riconosco uno dei suonatori: è l'invasato che la sera prima ha fatto di tutto per farmi ubriacare, allora abbandono la trattativa e seguo il corteo. Tornano sotto la Torre del Tamburo della sera prima, davanti alla quale ora c'è un feretro: è un funerale. Da queste parti si usa festeggiare il morto con feste e pranzi per 3 giorni, al termine dei quali si procede al rito funebre vero e proprio. Più gente partecipa all'evento e più si fa fare bella figura al defunto, che ricambierà con la sua protezione dall'aldilà i parenti rimasti che gli hanno fatto fare una così spettacolare uscita di scena. Scatto qualche foto e poi avviso con un sms Keith che è ancora in albergo: lui mi dice che arriverà subito ma di mettere via la macchina fotografica, cosa che faccio. Il motivo è che non è una cosa per turisti e in passato si sono verificati problemi con turisti che disturbavano per fare foto o filmati, incuranti della dolorosa situazione. Keith è davvero rispettoso delle usanze locali e per tutto il rito ad ogni turista che capita (all'improvviso hanno cominciato a saltarne fuori, senza che il giorno prima ne avessi visto manco uno) va a ripetere lo stesso invito, peraltro spesso ignorato. I parenti sono raggruppati alle spalle della bara, con la testa fasciata da un nastro bianco (il colore del lutto). Vengono fatti esplodere migliaia di petardi e bruciati altarini di carta.

 

Torno poi al negozio delle collane e concludo con soddisfazione il primo acquisto del viaggio. Zhaoxing, oltre che per l'architettura, è rinomata anche per la lavorazione dei tessuti di cotone tinti con l'indaco, che costituiscono la base per ogni abito tradizionale dei Dong, una tradizione che risale per lo meno a oltre 500 anni fa. Il cotone utilizzato proviene dai campi degli stessi Dong e viene sapientemente tessuto dalle donne e poi messo in bacinelle assieme ad una mistura di fiori di indaco e calce spenta che danno il caratteristico colore blu scuro. Poi la tela così ottenuta viene lavata e messa ad asciugare sui Ponti del Vento e dell'Aria oppure appesa ai balconi.

 

Poi di nuovo messa nelle bacinelle, per una media di 3 o 4 passaggi fino all'ottenimento della nuance desiderata. In seguito nella bacinella vengono aggiunti buccia di cachi, gusci di castagne e altre piante locali che donano quei riflessi rossastri tanto apprezzati. Una volta asciugata la tela viene piegata, le viene spalmato sopra albume di uova e poi il tessuto viene martellato con un maglio di legno per oltre due settimane, fino a quando le fibre, così schiacciate, non cominciano a diventare lucide. L'ultima fase prevede la spalmatura di colla animale, per dare robustezza e per impedirne lo scolorimento. Poi comincia la preparazione vera e propria del vestito che meriterebbe una spiegazione altrettanto dettagliata e che assume quasi dei tratti di sacralità, al punto che una tessitrice non può pronunciare determinate parole (tipo "rotto" oppure "disordine") mentre cuce un abito, non può dare inizio ad un abito se non in giorni individuati come propizi e deve interrompere il lavoro il 19imo giorno del settimo mese lunare per non disturbare la Regina Madre dell'Ovest. Alla fine di tutto, per passare dal semplice filo iniziale ad un abito finito possono passare anche 6 mesi ed essere necessarie dozzine di operazioni diverse. Una tradizione ricchissima che va lentamente sparendo, visto che le giovani tendono sempre più a comprare abiti pronti per la vita di tutti i giorni e ad utilizzare nelle feste gli abiti ereditati dalle proprie ave.

 

Il martellamento del tessuto, una delle tante fasi per ottenere le stoffe tinte con l

Il martellamento del tessuto, una delle tante fasi per ottenere le stoffe tinte con l'indaco - Archivio Fotografico Pianeta Gaia

 

Nel primo pomeriggio partiamo per Chejiang e il viaggio è particolarmente spezzettato tra mezzi di vario tipo, compreso una specie di ape piaggio, che dobbiamo prendere perché ormai i bus hanno smesso di partire, sul retro del quale dobbiamo stare in quattro mentre il pilota cerca di evitare le gigantesche buche colme d'acqua della strada sterrata. Quando finalmente giungiamo a destinazione è quasi buio, facciamo un giro veloce nei dintorni per cercare un posto da dormire diverso da quello di fronte al quale l'ape ci ha scaricato, per evitare il rumore del traffico della vicina strada che pare piuttoso trafficata. Non ne troviamo, non abbiamo molto tempo (e a dire il vero nemmeno la voglia) di cercare altro e quindi ci piazziamo qua. Le stanze non sono male, i letti come sempre durissimi (il letto cinese, tranne che negli alberghi per i turisti occidentali, è costituito di fatto da una specie di tavolo basso con sopra una trapunta che fa da materasso) e la cosa non mi dispiace. Solo i bagni sono sotto la mia soglia minima e rimando la doccia a tempi migliori. Quindi sciacquatomi alla meno peggio mi ripresento per la cena anche se, visto che i gestori dell'albergo/ristorante/negozio aperto direttamente sulla strada non si aspettavano più clienti a quell'ora, ci sarà un po' da aspettare. Orgogliosi di averci ospiti ci invitano nel salotto, che altro non è che l'interno del negozio che dà sulla strada, a guardare la tv. E quale meraviglioso programma televisivo si stanno gustando? Un commovente show dedicato all'esercito e alle imprese dei soldati, con tanto di salvataggi interpretati da attori e interviste strappalacrime ai malcapitati salvati dagli eroi in uniforme. Avendo già mangiato prima di prendere l'ultimo mezzo di trasporto non ho una gran fame e, strano a dirsi, nemmeno il solitamente vorace Keith. Poi capisco il perché. Mi dice di soppiatto: "Te che ti piace assaggiare la roba strana, stasera ti divertirai", riferendosi al mio iniziale desiderio di assaggiare la carne di cane. Chiedo maggiori lumi e lui: "Non sono sicuro di aver capito bene, ma credo che stasera abbiano preparato da mangiare dei pipistrelli...". Ovviamente ci invitano a tavola ma ci dimostriamo recalcitranti, dicendo che non è per scortesia ma solo che ci siamo nutriti da poco. Portano la carne, me ne danno un piatto mentre Keith rifiuta, ma io li convinco a darne un piatto anche a lui. Loro mangiano tranquillamente, praticamente con le mani visto che gli animali sono piccoli e pieni di ossa, Keith non osa toccare il piatto e allora decido di tenere io alto l'onore dell'Occidente. "Di cosa sa?" mi chiede Keith. "Di selvaggina". Allora torna a chiedere informazioni ai padroni di casa e solo ora capisce che non si tratta di pipistrelli ma di un qualche tipo di uccelli selvatici che catturano con le reti, cosa che nella prima spiegazione l'aveva tratto in inganno. Beh, io avevo assaggiato la carne prima di saperlo: una piccolo passo per l'Occidente, una grande vittoria morale per me...

 

continua...

 



Roberto è un grande appassionato di minoranze, arti e culture extraeuropee e una prolifica penna. Si diverte a raccontare le sue avventure in giro per il mondo su libri autoprodotti e sul nostro blog, arricchendo il tutto con scatti che immortalano volti e posti unici.

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