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Le posate degli altri

Data: 24/07/2012 CINA - GIAPPONE - COREA DEL NORD - COREA DEL SUD - SINGAPORE - THAILANDIA - VIETNAM Categoria: Pillole di viaggio

 

Gli orientali, per mangiare, usano due bacchette, di norma lunghe meno di 30 centimetri, coi quali i viaggiatori occidentali spesso si esibiscono in infruttuosi e divertenti tentativi di portare il cibo alla bocca. Al di là delle numerose leggende sulla loro origine, è provato che venivano utilizzate in Cina già in epoca Shang (1600-1100 A.C.) e che poi si diffusero in Giappone, Corea, Vietnam, Indonesia e Filippine, dove spesso hanno finito con lo sviluppare alcune differenze nella forma e nell'uso. Va da sé che queste posate, che non permettono di "lavorare" l'alimento come le nostre, richiedono una preparazione del cibo specifica: in particolare la carne viene già predisposta in bocconcini e il riso (di tipo diverso da quello che consumiamo in Occidente) viene preparato con meno acqua in modo che, a cottura terminata, sia agglutinato e quindi che si appallottoli facilmente e non sia necessario raccogliere un chicco alla volta. Contrariamente a quello che generalmente si pensa, non è vietato usare altre posate al loro fianco: il cucchiaio è spesso previsto, sia quello cavo tipico di Cina e Giappone che quello più piatto in uso nelle due Coree.

 

Generalmente di legno o bambù, i bastoncini possono essere anche di plastica, metallo, avorio, giada, osso e laccate. Quelle di legno o bambù sono le più economiche, conducono poco il calore e hanno una buona presa ma vanno pulite bene perché non diventino alloggio di batteri; quelle di plastica non presentano questo problema ma non sono adatte alle grandi temperature (cioè per cucinare) e hanno una superficie che fa meno presa; quelle di metallo conducono troppo il calore e tendono ad essere costose; quelle in avorio, giada e osso vengono prodotte più che altro come oggetti pregiati. Laccare le bacchette le rende impermeabili all'acqua e quindi ne ritarda il deterioramento, tipico delle bacchette di legno e bambù.

 

Di norma nei ristoranti (sempre in quelli giapponesi, meno in quelli di paesi più poveri) vengono fornite bacchette di legno monouso unite ad un'estremità, cosa che comprova che nessun altro le ha usate in precedenza: pratica poco sostenibile, visto che porta alla distruzione di circa 25 milioni di alberi adulti (ma anche a dare lavoro a circa 60.000 persone) e difatti ultimamente si sta cercando di spingere la gente a portarsi le proprie bacchette al ristorante. Io mi sono già adeguato: da tempo utilizzo un paio di bastoncini di metallo che si possono ripiegare a metà per renderle meno ingombrati, tanto il pericolo di scottarmi nel cucinare non mi sfiora nemmeno...

 

Usare le bacchette è sicuramente più complesso che le nostre posate e questo può portare vantaggi e svantaggi: fra i primi vi è il fatto che porta ad avere una maggiore abilità e precisione nei movimenti delle mani, cosa che - assieme al complesso sistema di scrittura - ha reso gli asiatici storicamente insuperabili nei lavori di precisione; fra i secondi una maggiore predisposizione a malattie come l'artrosi alle mani. Esiste un'etichetta da rispettare quando si usano le bacchette: non andrebbero mai puntate verso il volto di qualcun altro, non vanno usate per pulirsi i denti come se fossero degli stuzzicadenti ed è considerato maleducato leccarle. Quando si intende riporle vanno appoggiate al bordo del piatto o su appositi appoggi. Assolutamente mai piantarle ritte nel riso: ricorderebbero l'incenso piantato davanti ai defunti.

 

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L'ora della pappa - Archivio Fotografico Pianeta Gaia

 

Una curiosità sono i bastoncini lunghi 80 centimetri usati dal popolo Achang, una minoranza etnica dello Yunnan cinese. Quando un ragazzo vuole prendere moglie, i genitori della sposa gli donano un paio di questi bastoncini coi quali il futuro sposo deve cercare di estrarre da un tubo di bambù vermicelli, arachidi fritte ed altri cibi. La prova è tutt'altro che semplice, al punto che spesso il futuro sposo non riesce a portarla a termine dall'alba al tramonto. La metafora che questa usanza intende trasmettere al giovane è che nessuna cosa, nemmeno un matrimonio, può essere condotta in porto con successo senza un impegno serio e prolungato.

 



Roberto è un grande appassionato di minoranze, arti e culture extraeuropee e una prolifica penna. Si diverte a raccontare le sue avventure in giro per il mondo su libri autoprodotti e sul nostro blog, arricchendo il tutto con scatti che immortalano volti e posti unici.

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