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La Cina delle minoranze etniche - Parte II

Data: 25/06/2012 CINA Categoria: Diari di Viaggio

 

4° giorno - Stupende terrazze 

La sveglia è suonata puntuale per essere pronto all'alba ma fuori è ancora piuttosto buio: tutto coperto di nuvole. Esco ugualmente e comincio la ricerca degli angoli migliori da immortalare. Oltre al sole che esita a fare il suo lavoro, c'è qualcos'altro che gioca a mio sfavore: a metà aprile le risaie dovrebbero essere tutte colme d'acqua, offrendo un ulteriore elemento di spettacolarizzazione alle fotografie, ma questo inverno è stato particolarmente siccitoso e solo con le pioggie di aprile le risaie si stanno colmando d'acqua. Peccato, ma visto da quassù il paesaggio è ugualmente maestoso e mi rincuoro pensando che, se ci fosse il sole, non ci sarebbero quelle nuvolette bianche a dare all'insieme quel tocco magico. Che posto! Non vorrei andare più via, salgo e scendo lungo i sentieri fino a quando Keith, che si è svegliato con più calma, mi viene a prelevare per la colazione. Stabiliamo un patto: ogni mattina appuntamento per colazione alle 9:00, così io sono libero di gironzolare prima a mio piacimento.

 

Fatta colazione cambiamo "valle" e vediamo nuovi angoli di questo eden. Non a caso incontriamo alcuni cinesi che, seguendo la tradizione della pittura classica di ispirarsi alla natura, sono lì con cavalletto, foglio e pennello che riproducono su carta quei paesaggi che io, molto più pigramente, cerco di catturare con la mia Nikon. Ci ferma una vecchietta Yao, evidentemente vuole due spicci per farsi fare la foto e accetto di buon grado. Ora che la guardo con più calma noto anche degli spessi orecchini d'argento che le allungano i lobi, uno degli ornamenti preferiti dalle minoranze etniche e avrò modo di trovarne in seguito. Gironzolando per i tanti piccoli abitati che costellano i terrazzamenti ci imbattiamo in un gruppetto di uomini che si gustano una fumata di pipa, accovacciati in quella posizione che per loro è una comoda seduta e che per me sarebbe un supplizio. Fra di loro c'è anche il nonno del documentario e mi appare subito ben chiaro il motivo per il quale il cameraman francese indugiava su quel volto scolpito dal tempo.

 

Vecchio Yao

Vecchio Yao - Archivio Fotografico Pianeta Gaia

 

Scendiamo a Dazhai e, sulla strada che ci riporta verso Longsheng facciamo tappa in un altro villaggio Yao, Huang Luo, stavolta non attorniato dalle risaie ma appoggiato in fondo ad una stretta valle e per accedervi dobbiamo attraversare il fiume su un traballanete ponticello. Non essendoci paesaggi mozzafiato per attirare i turisti, gli operosi Yao del villaggio hanno costruito un bel teatro dove fanno spettacoli tradizionali che però inizieranno più tardi e le donne sono tutte in tiro, col loro costume migliore mentre, in mezzo alle risaie di Dazhai, spesso hanno abiti da lavoro, ovviamente più dimessi. Chiedo a due donne di poter fotografare i loro capelli sciolti e vengo facilmente esaudito, in cambio di qualche soldo. Si piazzano sulla riva del fiume e sciolgono le chiome per pettinarle: a quella che pare la più vecchia i capelli arrivano tranquillamente al suolo, l'altra lo sfiora solamente. Poi si attorcigliano i capelli attorno alla testa e mi spiegano che la maniera in cui si acconciano i capelli indica la condizione matrimoniale: quella coi capelli più lunghi, essendo sposata, li sistema in modo da fare una specie di protuberanza sopra la fronte, l'altra invece adotta lo stile "liscio" delle nubili (o comunque delle donne senza prole).

 

Di nuovo in autobus e nel pomeriggio giungiamo a Chengyang, il villaggio del popolo Dong che ospita il più bel "Ponte del Vento e della Pioggia" della Cina. Questi ponti sono contemporaneamente luoghi sacri, luoghi di socializzazione e luoghi utili. Sacri perché indicati dalla loro religione come luoghi dove espletare riti; di socializzazione perché sono come una piazza di paese dove prima o poi tutti passano ed è tipico sedersi nelle panche laterali che lo fiancheggiano per oziare o chiacchierare coi presenti o i passanti; utili perché essendo totalmente coperti riparano dalle frequenti precipitazioni ("della Pioggia") e sono spesso sfruttati per il fatto che sono regolarmente attraversati dalle correnti d'aria ("del Vento") che si formano lungo il fiume che possono essere utilizzate, ad esempio, per asciugare i panni tinti dall'indaco o per essiccare la carne. E poi sono proprio belli, con quelle successioni di tetti dalle punte arricciate che ai miei occhi sono l'essenza stessa dell'architettura dell'impero celeste di cui i Dong - che costruiscono tutto, dai ponti, alle case e alle Torri del Tamburo, senza utilizzare chiodi - sono dei magistrali interpreti.

 

Giriamo per il villaggio anche se ogni tanto sembra finire e cominciare la campagna ma poi subito dopo vedi un altro ponte, un'altra Torre del Tamburo e altri gruppi di case: una specie di villaggio diffuso. Attraversiamo un altro ponte meno grandioso di quell'altro e un po' più male in arnese ma ugualmente ricco di fascino. Ha bisogno di ristrutturazione e un vecchietto raccoglie donazioni per farlo riparare: verso il mio obolo e così, quando avranno completato i lavori, il mio nome, momentaneamente scritto col pennarello su un pannello di legno, verrà scolpito su una targa di marmo: ormai sono legato a doppio filo con la Cina... Rientrando verso la zona più centrale del villaggio visitiamo la locale Torre del Tamburo. Questi alti edifici nascono originariamente come una specie di stazione dei locali vigili del fuoco, essendo le case costruite interamente in legno si può ben capire l'attenzione nei confronti degli incendi. All'ultimo piano della torre, che ha sempre un numero di tetti dispari (tra i 7 e i 13) perché segno di buona fortuna, viene disposto un grande tamburo in pelle di vacca che viene suonato per dare l'allarme, sia in caso di incendio che di qualsiasi altra calamità o urgenza, anche di tipo bellico, visto che una volta qui venivano custodite le armi. Di fatto la torre è il vero centro del villaggio e, non solo per motivi logistici, viene sempre eretta nei punti più strategici. Costruito su 4 pilastri centrali (che rappresentano le stagioni) e su 12 minori laterali (i mesi), ha al centro un fuoco che viene acceso in occasioni speciali. E' il vero fulcro della vita del villaggio, prima ancora dei Ponti del Vento e della Pioggia: è facile trovarvi gli anziani che vi passano il tempo fumando la pipa, giocande a carte o a scacchi, leggendo o calligrafando.

 

Il

Il "Ponte del Vento e della pioggia" di Chengyang - Archivio Fotografico Pianeta Gaia

 

La sera usciamo dall'alberghetto alla ricerca di un posto dove cenare e vediamo, fuori da un ristorante che promette pizza e spaghetti, due che stanno armeggiando con la fiamma ossidrica. Mi avvicino e vedo che l'operazione è lo scuoiamento di un cane, che stiano preparando il ragù per gli spaghetti? Ovviamente no, quella della carne di cane rifilata agli inconsapevoli turisti è la classica leggenda metropolitana. La carne di cane, consumata in Cina ben prima della nascita di Cristo, è considerata un piatto invernale perché, secondo i criteri della medicina tradizionale cinese, genera calore nel corpo umano anche se, tradizionalmente, i cani venivano allevati soprattutto come pastori o guardiani e mangiati solo in caso di carestia. In realtà è piuttosto pregiata perché ritenuta in possesso di proprietà medicinali e non viene certo sprecata nei ragù o data di soppiatto a chi non la richiede specificamente. Scegliamo un altro posto ma dico a Keith di non escludere una delle prossime volte di assaggiarla.

 

5° giorno - Tosature a secco e suadenti gorgheggi

La mattina dopo esco di buon ora a vedere il villaggio che si sveglia pian piano: le donne vanno al fiume a lavare i panni; altre dotate di stivaloni e un retino pescano molluschi nel fiume; un uomo gira con un gong ad annunciare non so cosa; i contadini affondano i piedi scalzi nelle risaie costruite a ridosso del villaggio per infilare nel terreno sommerso le verdi piantine coltivate altrove. Pioggia, fiumi, risaie allagate: l'acqua è un elemento dominante di questi luoghi così come la nebbia, che pare trarre nuova linfa dal fumo bianco che esce dai camini. Più tardi prendiamo di nuovo lo zaino in spalla, e col bus giungiamo a Conjiang. Da lì vogliamo andare a visitare l'ultimo villaggio abitato dai Basha. Non ci sono bus, o almeno non a quest'ora, e allora ci serviremo dei motociclisti che campano sfruttando le falle del pur capillare servizio di bus pubblici. Di caschi nemmeno a parlarne, del resto perché nascondere dei bulbi degni di Elvis Presley come quello spavaldamente esibito dal motociclista che mi fa salire dietro?

 

Il villaggio Basha è in cima ad una collina, minoranza etnica in una zona di minoranze etniche più forti. In una mezz'oretta siamo a destinazione e gironzoliamo per le scoscese viuzze del villaggio in mezzo alle abitazioni di legno che non si differenziano molto da quelle dei Dong, se non per un diverso simbolo issato in mezzo al tetto. I Basha, che dal governo centrale vengono ritenuti un sottogruppo dei Miao, in realtà si differenziano parecchio da costoro. Innanzitutto vestono abiti tinti con l'indaco come i vicini Dong. Gli uomini, si fanno tagliare i capelli in una maniera che non trova riscontro altrove e che ai loro occhi è simbolo di virilità: lasciano un cerchio non rasato in cima alla testa e i capelli di questa zona non vengono mai tagliati ma raccolti in una lunga treccia. Questo rito viene effettuato per la prima volta a 15 anni dal capovillaggio e segna il passaggio all'età adulta. In occasione di tale rito al ragazzo viene consegnato anche il suo primo fucile: difatti i Basha vengono anche chiamati Gun Men (Uomini col fucile). Tradizionalmente con queste armi difendevano i villaggi dagli orsi (che ora non ci sono più nei dintorni) e, in rispetto a questa antica usanza, i Basha ora sono l'unica minoranza etnica alla quale viene permesso di detenere armi da fuoco, cosa che dopo la Rivoluzione Culturale è diventato un tabù. Adorano gli alberi e hanno uno stretto rapporto con la foresta anche se, ormai, sono quasi tutti agricoltori. Anche le donne indossani abiti tradizionali e acconciano i capelli attorno alla testa per non doverli tagliare: le donne più anziane non mi paiono troppo dissimili dalle Dong, con i pantaloni e la giacca tinte con l'indaco e delle fascie sugli stinchi. Poi vediamo delle giovani e invece lo stile è diverso, hanno delle giacche che si sblusano in una punta con riquadri colorati che pare una gonna e sotto dei pantaloni corti e attillati.

 

Girando per il villaggio c'è pace, saltuariamente disturbata da una rumorosa famigliola di spagnoli chissà come capitata lì, e l'atmosfera è autentica: i Basha che incontri a malapena ti salutano, non chiedono di farsi fotografare e continuano ad occuparsi incuranti delle proprie attività. Vediamo una vecchietta che aziona una specie di mortaio a pedale, si direbbe un'ultracentenaria; più avanti un'altra che lava dei panni in una fontana; poi un gruppetto di giovani donne che filano e tessono e chiedono di non essere riprese; e cani, tanti cani, in giro. Scodinzolanti, tranquillamente sdraiati a dormire oppure che annusano curiosi, mai aggressivi o abbaianti. Evidentemente non sono abituati a dover stare sul chi va là e nemmeno c'è stato qualcuno che abbia insegnato loro a difendere un pezzo di terra: sono proprio simpatici, è allora che maturo la scelta di non chiederli ad alcun cameriere.

 

Il taglio dei capelli di un Basha

Il taglio dei capelli di un Basha - Archivio Fotografico Pianeta Gaia

 

Finito il giro tra le case torniamo sulla strada principale e ci imbattiamo nella locale guida, appena giunta in motocicletta, al quale va pagato il permesso per la visita. Ne approfittiamo per chiedere se è possibile fotografare qualche adulto, visto che finora abbiamo incontrato più che altro dei ragazzini e delle donne. Fa una telefonata e ci dice di attendere. Arrivano due giovani, sulla moto, ed entrano in una casa poco distante per indossare gli abiti tradizionali. Poi, il più alto dei due, che ha i capelli ben rasati nello stile tradizionale, comincia a fare il filo ad una falce, strisciandola su una pietra che bagna di continuo. L'altro, tarchiatello, ha la coda di cavallo ma non è rasato: è il taglio dei suoi capelli il motivo per il quale sono stati convocati dalla guida. Il tarchiato si accovaccia e il lungo gli passa il falcetto sul cuoio capelluto, così, a secco, incredibilmente senza procurargli nemmeno un graffio, con le ciocche che gli cadono in mezzo alle gambe. Alla fine dell'operazione si mettono in mostra orgogliosi coi loro fucili dei quali ci danno anche una prova dell'efficacia sparando un paio di colpi in aria.

 

I Miao sono ormai piuttosto rinomati per via della spettacolarità dei costumi e delle feste, anche se gran parte del turismo di cui godono è essenzialmente interno, cioè costituito da altri cinesi e ben pochi stranieri. I Dong, invece, sono molto meno visitati e conseguentemente anche i territori che abitano hanno strade peggiori: è in questa zona che possiamo visitare villaggi veramente remoti e fuori da qualsiasi tour. Scopriamo quasi per caso che la guida del villaggio Basha è in realtà un Dong e che abita a Gaozheng, un bel villaggio tradizionale ad una 40ina di chilometri. Gli chiediamo se può portarci a destinazione e lui, serafico: "Certo! Salite pure dietro". Io però di viaggiare in tre con gli zaini, scomodo ma soprattutto poco sicuro, per risparmiare dei centesimi di euro non mi va, chiedo una seconda moto e così la guida chiama un suo amico al telefono. Dopo un po' partiamo ma la guida e Keith sono più veloci del sottoscritto e relativo pilota (sarà per colpa del mio zainone?), fatto sta che dopo un po' non li vedo più. Ad un certo punto il mio pilota si infila per una strada dagli evidenti lavori in corso, per poi tornare, qualche chilometro più avanti, in una strada asfaltata. Dopo una quarantina di minuti arriviamo al villaggio, ma degli altri non v'è traccia. Dopo un quarto d'ora di attesa provo a chiedere al mio pilota se sa qualcosa. Non sapendo io il cinese come lui non sa l'inglese, faccio l'espressione più interrogativa che posso. Pare capire, visto che la sua risposta consiste nell'allargare le braccia e stringere le spalle, come a dire: "Non ne ho idea". Provo allora a chiamare Keith al cellulare ma da quando siamo usciti dal Guangxi non ci riesco, si sente un incomprensibile discorso e poi la linea cade. Però gli sms funzionano e allora gli scrivo: "Noi siamo a Gaozheng. Voi?". Replica che stanno per arrivare. Attendo per un pezzetto, sicuramente più di mezz'ora, e più passa il tempo e più mi sembra di essere in una situazione fantozziana, come quelle dei turisti no-Alpitour, in un villaggio del quale non sono nemmeno sicuro del nome e tra gente che non può capirmi. Quando in fondo alla strada appare un motociclista alle cui spalle affiora l'inconfondibile cappello di Keith, tiro un bel sospiro di sollievo. Mi dirà che, non avendoci più visti, erano tornati indietro a cercarci, ignari che quel volpone del mio pilota avesse preso una scorciatoia senza dirlo.

 

Le ragazze Dong, simpatici usignoli

Le ragazze Dong, simpatici usignoli - Archivio Fotografico Pianeta Gaia

 

Ci sistemiamo nell'albergo del villaggio, moderno e pulito. Usciamo e ci gustiamo l'atmosfera davvero autentica di questo villaggio che anche Keith vede per la prima volta. Ceniamo, come è ormai abitudine, in un ristorantino sulla strada e, mentre stiamo per pagare il conto, vediamo passare di buona lena un gruppetto di ragazze tutte agghindate. Ci dev'essere una festa da qualche parte, mi dice Keith, e ci buttiamo al loro inseguimento. Le ragazze terminano la loro corsa proprio al nostro albergo, dove un gruppo di cinesi ha intenzione di fare baldoria e hanno assoldato le ragazze all'uopo. Chiediamo il permesso di assistere, entusiasticamente accordato dal gruppo che pare già abbastanza su di giri. Le ragazze sono degli usignoli e al termine di ogni ritornello cantato costringono scherzosamente il malcapitato di turno a bere 4 bicchierini di riso di vino e poi a mangiare dalle loro mani, tra le sguaiate risate della compagnia. Appena finito il giro dei cinesi, le loro attenzioni vengono rivolte a noi e ci dobbiamo sottoporre allo stesso rituale, per il divertimento dei nostri ospiti. Alla fine, quando ce ne andremo, ci saluteranno molto calorosamente, addirittura commossi, oltre che palesemente alticci. Le ragazze se ne vanno e le blocco in tempo per un'ultima fotografia. Il canto è un'attività molto considerata presso i Dong, giustamente rinomati per la loro abilità canora: svolge un ruolo significativo nel rito di corteggiamento e chi non è bravo a cantare fa sempre più fatica degli altri a trovare da sposarsi.

 

continua...

 



Roberto è un grande appassionato di minoranze, arti e culture extraeuropee e una prolifica penna. Si diverte a raccontare le sue avventure in giro per il mondo su libri autoprodotti e sul nostro blog, arricchendo il tutto con scatti che immortalano volti e posti unici.

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