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NAMIBIA: Namibiade - III
Diari di Viaggio
02 Febbraio 2019

segue... 

 

9° giorno

Ore 4:30, la sveglia impone di alzarsi, richiudiamo la tenda e andiamo ad attendere l’apertura dei cancelli per arrivare all’alba a Sossusvlei, il centro del deserto del Namib, luogo iconografico alla massima potenza. Percorriamo al buio buona parte dei 60 km che separano il camp col parcheggio dei mezzi 2x4, strada tutta asfaltata, da qui ci sono 4 km fino al parcheggio dei mezzi 4x4 lungo un percorso di sabbia finissima dove sprofondare è cosa comune. Non bastano le ridotte della trazione integrale, occorre obbligatoriamente sgonfiare le gomme, fatta questa operazione non dico che sia un gioco da ragazzi ma si arriva senza eccessivi problemi cercando di evitare i solchi più profondi lasciati da chi ci ha preceduto. Dal parcheggio di Sossusvlei, immerso nel fondo del letto dello Tsauchab tra dune rosse che si stanno accendendo ai primi raggi del sole, si attraversano le dune verso sud per circa 3 km con meta Dead Vlei, l’immagine per antonomasia della Namibia. Sull’ultima piccola duna attendiamo che il sole faccia la sua comparsa su questo specchio bianco attorniato da altissime dune e costellato di alberi bruciati da vento e sabbia, scheletri viventi degli agenti atmosferici. C’è chi osserva il tutto dalle dune più alte, altro luogo suggestivo di osservazione, però da lì si entra nel Dead Vlei quanto più avventori già vi si aggirano ed i colori visti dall’interno perdono di intensità. Siamo i primi a mettere piede in questa meraviglia della natura, c’è un poco di soggezione come se entrare in questo tempio magico non sia possibile perché se ne rovina il contesto, ma niente di tutto questo, si può andare ovunque magari con circospezione perché tutti possano cogliere le migliori immagini possibile nel momento di luce perfetta. La bellezza del luogo, col bianco del fango e del sale, il rosso delle dune ed il blu del cielo è indescrivibile, definirlo un centro di energia è banale, chi non si ricaricherebbe in un luogo del genere che per magia può rivaleggiare con il Salar de Uyuni o con l’Assekrem? Quando il sole è già alto decidiamo di rientrare al nostro pick-up per tornare al parcheggio dei 2x4 e intraprendere un’ulteriore escursione di vaghi 2 km verso l’Hidden Vlei. Non ci sono più i decantati e poco amati paletti bianchi che ne indicano la via, si parte verso il mare di dune vagando in direzione sud, saliamo e scendiamo più dune a non troviamo traccia del vlei, facciamo sosta e ci vengono incontro alcuni tedeschi che ci chiedono lumi, un’anima buona dotata di tanto spirito d’avventura parte in solitario alla ricerca del vlei, prima scompare poi dopo circa 20’ riappare facendoci da lontano segnali di obiettivo centrato. Così prendiamo la via del nulla ed effettivamente entriamo in questo Hidden Vlei, di certo non meraviglioso come il precedente ma visitato in totale solitudine, dal centro di questi si vedono dune rosso fuoco a 360°, non sapessimo che da qualche parte c’è il nostro pick-up ci sarebbe da preoccuparci, anche perché ci avevano detto che era cosa facile arrivarci e siamo partiti senza scorte d’acqua. Nel rientrare attraversiamo anche il Cessna Vlei, ormai siamo di casa tra le dune, poi rigonfiate le gomme col compressore in dotazione prendiamo la strada in direzione est per uscire da questo luogo di magia totale. Rifornimento all’uscita del parco dove si può pagare con carte, prendiamo la D826 e alla prima piazzola facciamo sosta per una colazione a orario di pranzo. Continuiamo fino al bivio a T dove svoltiamo in direzione nord lungo la C19 verso Solitaire, situato al bivio con la C14 che imbocchiamo sempre verso nord. Si sale sugli altipiani, si incontrano vari animali tra cui le zebre di montagna, più rare delle zebre normali dalle quali si differenziano perché il sottopancia non ha strisce e mancano le striature marroni nella parte posteriore. Valichiamo 2 passi, il Gaob ed il Kuiser, il primo è un passaggio di un fiume che forma un canyon, il secondo un passo vero e proprio, poi continuiamo per un deserto ghiaioso per oltre 160 km nel nulla più assoluto di una strada sempre dritta con avallamenti che poco si notano ma che scompongono il Nissan. L’area nord del Namib Desert Park è suddivisa in più settori, quello attraversato corrisponde al Namib-Nunkluft Park, dalle condizioni di vita estreme, fino a pochi chilometri dal bivio lungo la ferrovia per Swakopmund nulla cambia, qui sorgono le prime dune, sulla destra quelle celeberrime per il sandboard tendenti all’ocra, dall’altra parte quelle piccole che vanno verso l’infinito di un giallo paglia. Arriviamo fino al mare a Walvis Bay, un’ordinata e ricca cittadina con una serie di ville che si affacciano sull’oceano di grande pregio, non troviamo un campeggio né un ufficio informazioni aperto essendo domenica, così continuiamo il nostro viaggio verso Swakopmund, ad est della città sorge il Sophiadale Base Camp, lungo la B2 circa 10 km fuori città sulla dx, indicato lungo la strada. Il camp è particolarmente battuto, troviamo una piazzola di ripiego, senza allaccio per l’energia elettrica e senza acqua ma essendo vicino alla reception il wi-fi funziona senza doversi spostare, servizi sul fondo non proprio vicinissimi. Dopo un lungo trasferimento e mirabolanti vedute mattutine facciamo tappa immediata senza nemmeno passare per la piscina, cena e poi a dormire. Percorsi 505 km.

 

Gli iconici alberi anneriti di Dead Vlei

 

10° giorno

Sveglia e colazione, poi ripiegata la tenda (l’unico inconveniente di averla assieme al pick-up è dato dal doverla ripiegare ogni volta che ci si muove, vedi oggi che facciamo nuovamente tappa nel medesimo campeggio) prendiamo da Swakopmund la C34 per costeggiare la famigerata Skeleton Coast. Come leggenda vuole, questa costa è sempre avvolta dalle brume che l’Oceano porta con sé e così dopo qualche decina di chilometri il bel sole viene coperto dalla nuvole e l’aspetto della costa torna quello più volte ascoltato, il Dorob National Park da poco istituito fa parte di questo contesto. La nostra meta, passata Henties Bay uno dei pochi villaggi sul mare, è la Cape Cross Seal Reserve, una colonia di otarie del Capo che sorge a circa 80 km da Swakopmund. Già a distanza il terribile odore emanato dalle otarie è percepibile, viene consigliato di attrezzarsi con bandane o stoffa sul naso, meglio arrivare preparati al giro tra questi animali. A circa 2 km dalla reception si trova la gigantesca colonia, oltre 300.000 animali che in questo periodo dell’anno sono alle prese coi piccoli nati da meno di un mese, un’infinità di piccole otarie urlanti in ogni dove, alcuni dei piccoli entrato perfino sulle passerelle elevate e separate che permettono di girare tra gli animali. Le madri fanno avanti e indietro dall’oceano per procurarsi cibo per loro e per i piccoli che vengono rintracciati grazie all’olfatto ed alle grida, ma va detto che un numero elevatissimo non supera il primo mese di vita, come ben si nota aggirandosi nei paraggi. Il tremendo odore che emettono resterà impresso a lungo e anche nei giorni seguenti ci parrà di respirarlo di continuo. Da qui riprendiamo la strada in senso opposto con sosta a metà per un relitto vicinissimo alla costa, parliamo appunto della Skeleton Coast. Avvicinandoci a Swakopmund il clima cambia e il sole ha di nuovo la meglio, anche se vicino al mare la temperatura non è nemmeno lontana parente di quella percepita a Sesriem. Facciamo tappa alla Duna 7 vicino a Walvis Bay per la vista di questo parco giochi naturale e per un piccolo break, qui si può fare sandboard (con risalita della duna a piedi però…) oppure noleggiare quad per visitare la parte di deserto che corre parallela alla linea ferroviaria Walvis-Swakopmund. Ma la nostra meta pomeridiana sono le saline e lagune a sud di Walvis, dove i fenicotteri si danno appuntamento a migliaia. Basta imboccare la D1986, lasciare il centro abitato della cittadina e sono già visibili a distanza ravvicinata, voli di gruppo compresi. La parte più affascinante non è qui, bensì dalla parte opposta della baia, col blu intenso del mare solcato da migliaia di fenicotteri bianchi e rosa e dune gialle sullo sfondo. Se i colori non vi bastano allora tanto vale entrare tra le saline, dove le pozze verdi si alternano a quelle azzurre, rosa e bianche, con miraggi continui, uno spettacolo incredibile viaggiando su sentieri tutti attorniati dall’acqua e dal sale. Non si finirebbe di scattare foto tra fenicotteri e colori vari, i più audaci e intraprendenti possono anche lanciarsi nell’escursione verso Sandwich Harbour, ma farlo in autonomia è un rischio eccessivo che non ci sentiamo di prendere per l’indomani, la strada è in pessime condizioni e varia a seconda del posizionamento delle dune, ma se questo di Walvis Bay è l’antipasto del luogo immagino che si tratti di un viaggio altamente emozionante, dai più effettuato però con un’agenzia di zona che può combinare anche un volo sul Namib. Ma per chi passa da queste parti consiglio assolutamente di dedicate del tempo all’escursione delle lagune e delle saline, ne tornerà ben contento, e come per la penisola di Lüderitz il tutto è ben descritto nelle vecchie edizioni delle LP ma non sulla nuova. Rientriamo lungo la strada costiera B2 a Swakopmund dove visitiamo velocemente il centro cittadino con angoli tedeschi e scegliamo un ristorante dove pranzare per l’unica volta serviti e riveriti. Optiamo per il Kucki’s pub, trovando posto a fatica, ci sarebbero anche i tavoli all’aperto ma il vento ne sconsiglia l’utilizzo. Testiamo alcuni piatti locali tra cui lo springbok con ottimi risultati, poi recuperato il pick-up che un personaggio locale si era offerto di badarci (mancia a piacimento, anche pochi $ faranno la felicità dei locali), rientriamo al campeggio per un caffè corroborante in vista della nottata che come altre volte vicino all’oceano porta temperature “tiepide”. Percorsi 394 km.

 

Fenicotteri in volo nei pressi di Walvis Bay

 

11° giorno

Solita colazione da campo, poi andiamo a Swakopmund per fare spesa, una ragazza che lavora in un market ci guida velocemente al Shoprite più prossimo, nei paraggi facciamo anche controllare una gomma che agli occhi dei più sembra non in asse, si rivelerà a posto e per il controllo non ci chiedono nulla visto che il problema non sussiste, gentilissimi. Da qui destinazione Welwitschia Drive che si raggiunge prendendo la C28 e voltando a sinistra per la D1991. La prima parte del percorso tra i licheni grigi che si difendono nel mezzo del deserto è caratterizzato dal Moon Landscape, una valle solcata dal fiume Swakop che regala visioni lunari, ci sono più punti dove ammirare il panorama e intraprendere percorsi a piedi per approdare a punti panoramici improvvisati, da qui si continua verso est dove si scorgono le prime piante di welwitschia, anche se quelle più grandi e celebri sono più lontane. Al bivio a T si prende a sinistra verso nord, poi dopo circa 10 km una deviazione a destra porta alla più antica, oltre 1.500 anni, protetta da una recinzione ma visibile da un ponte che sormonta la protezione. Questa stranissima pianta, formata da due uniche foglie che si allungano sul terreno come rettili, vive praticamente senza acqua, un miracolo del deserto, in questa zona sono numerose e praticamente monopolizzano il luogo, altre forme di vita vegetali non vi si scorgono. La temperatura già di mattina è elevatissima, ma non c’è molto da camminare. Ritorniamo sulle nostre tracce e prendiamo il bivio verso nord che ci porta sulla B2, attraversando il canyon formato dallo Swakop, dalla B2 andiamo a est fino al bivio della D1918, ma già prima di giungerci si vede in lontananza lo Spitzkoppe, il Cervino dell’Africa. Ma tra vederlo e raggiungerlo ne passa, almeno 60 km, dalla D1918 (da qui asfalto da dimenticare) si prende quasi subito a destra la D1930 per aggirare la montagna, accessibile da nord lungo la D3716. Lo Spitzkoppe, ancora più rosso delle dune del Namib, è affiancato dai Pondok, dolci rocce arrotondate dagli agenti atmosferici. Dedichiamo un tempo non eccessivo a queste montagne che segnano l’ingresso nel Damaraland, un altipiano contraddistinto dalla montagna più alta della Namibia e da valli con vegetazione bassa e gialla che attraversiamo lungo strade deserte fino a Uis, dove si trova un distributore di benzina (da queste parti diventano particolarmente rari, possibile pagare solo in contanti) e poco altro. Facendo qualche rapido calcolo, decidiamo di spingerci il più a nord possibile in giornata, così la meta diviene l’Aba Huab Camp che si raggiunge prendendo la C35, deviando a sinistra sulla spettacolare D2612, vista delle montagne sullo sfondo molto belle e tanti alberi con vari nidi ma non collettivi. Al termine di questa occorre svoltare a sinistra lungo la D3254 per pochi chilometri e si raggiunge il camp situato nel letto del fiume Huab. Il camp è grandissimo, con una parte in costruzione per il resort, molto dispersivo con costruzioni a protezione del vento e servizi igienici non proprio al massimo, forse gli unici non di livello incontrati, ma comunque ancora vivibili. Per l’acqua calda delle docce occorre richiedere l’intervento del personale, 30’ di attesa, il vento è molto forte ma non crea problema perché le costruzioni adattate per i picnic sono costruite in modo da proteggere dal vento così prepararci la cena non è un problema. Percorsi 476 km, in larga parte su strada non asfaltata ma in ottime condizioni.

 

Le saline di Walvis Bay

                   

12° giorno

Il camp di prima mattina è invaso da svariati uccelli che cantano numerose melodie quindi la sveglia arriva poco dopo l’alba, terminata la colazione difendendoci da buceri per nulla intimoriti iniziamo le escursioni nei paraggi. La prima e più celebre della zona è quella a Twyfelfontein (sorgente incerta), nota per le sue incisioni rupestri. Si pagano 60$ per l’ingresso, la guida obbligatoria necessita di mancia libera ed è ovviamente il valore aggiunto del luogo altrimenti la sola vista delle incisioni poco avrebbe da dire, anche se una volta terminata la visita si può rimanere quanto si vuole e spingersi a piacere per la valle. Le incisioni partono da circa 6.000 anni fa e rappresentano principalmente gli animali che abitavano o ancora abitano la zona. Ora di animali qui se ne scorgono pochi, a parte i numerosissimi suricati. Poco dopo verso sud ci s’imbatte negli Organ Pipes, una piccola gola dove sorgono rocce che paiono le canne di un organo gigantesco, luogo situato a ridosso della strada. Quasi di fronte sorge la Burnt Mountain al centro di un crinale vulcanico, serie di montagne completamente arse da lava e fuoco. Il Wondergat si trova invece lungo la D3254 in direzione della D2612 ma non è segnalato, si prende un passaggio nel nulla a sinistra, a noi ci viene indicato da alcuni abitanti locali, poi si seguono le impronte di alcuni mezzi, ci dicono di tenere la sinistra su più passaggi, non giungiamo a nulla e per evitare di perderci tentiamo di tornare sulla via, quando sbuca un mezzo locale che ci indica la dolina non contrassegnata da nessuna indicazione. Questo squarcio della crosta terrestre pare non aver fondo, proviamo a lanciare qualche sasso per udirne un contatto sul fondo ma non avviene mai, escursione che comunque si può tranquillamente evitare. La prossima meta è la foresta pietrificata situata lungo la C39 in direzione di Khorixas, ma prima di arrivare al parco vero e proprio molti abitanti locali mettono le loro indicazioni di foreste pietrificate, diffidiamo di tutte queste che costano come l’originale e facciamo tappa appunto alla Pietrified Forest, ben indicata dalla strada. I grandi alberi pietrificati ben visibili lungo l’anello da percorrere a piedi misurano fino a 34 metri, provengono da molto lontano, dal Congo, e si trovano in questa forma pietrificata in seguito a un processo iniziato all’incirca 260 milioni di anni fa, quindi niente fretta nel visitarli, l’aspetto non cambia. Aggirandoci tra queste formazioni spuntano qua e là alcune piante di welwitschia e in alcuni casi si distinguono bene le piante femmine da quelle maschili. Le escursioni di giornata di fatto terminano qui, ora ci aspetta il trasferimento per Sesfontein, iniziamo percorrendo a ritroso la C39 per immetterci nella C43 verso nord. Al bivio con la D3706 si oltrepassa la red line è c’è il controllo veterinario che per gli stranieri consta in poco più che inserire i propri dati sul foglio di passaggio. Oltrepassato questo cancello si incontra il villaggio di Palmwag dove c’è un distributore di benzina (solo contante) e si iniziano a scorgere le prime donne himba, seguiamo la C43 fino ad Anabeb iniziando a notare il netto cambio di condizioni di vita e di impostazione di villaggi. La case in mattoni lasciano spazio a baracche costruite con quanto si riesce a trovare, la sabbia la fa da padrona e i vari villaggi si dividono sovente a seconda delle etnie o sotto etnie. Continuiamo lungo la D3707 sempre in buono stato, a Sesfontein (sei sorgenti) giungiamo prima del tramonto, la città avamposto Damaraland a ridosso dell’inesplorato Kaokoland è ben lontano da quanto ormai identificavamo come cittadina namibiana, ora sì che siamo in Africa e tutto diventa più complesso. Qui ci sarebbe da visitare un forte ma, anche se viene indicato come hotel, pare lasciato andare. In paese si trova un negozio abbastanza fornito e un benzinaio aperto solo in alcuni orari, campeggi indicati tanti, ma operativi ben pochi. Uscendo dalla cittadina sulla destra è indicato il Camel Camp Site, ci si arriva dopo oltre un chilometro nel nulla, gestito da un ragazzino sveglio che vedendoci è al settimo cielo. Siamo gli unici avventori, possiamo sistemarci a piacimento, è dotato di servizi a cielo aperto costruiti tra pietre e massi, l’acqua calda arriva dopo che il ragazzino ha attivato il fuoco, doccia all’aperto fantastica, magari se non tira il vento che sposta il getto meglio, toilette dotata di sciacquone, piazzola con acqua e illuminazione, insomma un gioiellino nel mezzo della natura. Visto il nulla che ci circonda, iniziamo i preparativi per predisporre tenda e cucina prima del tramonto, la possibile presenza di animali non inquieta più di tanto, ma rimane il fatto che si campeggia nel mezzo della natura totale e i versi animaleschi non mancano. Percorsi 304 km, tutti su sterrato.

 

continua...

 

Namibiade - I

Namibiade - II

 

 



Luca viaggia con lo stesso spirito dei suoi esordi portando con sé non solo il fido zaino ma soprattutto un’innata voglia di conoscere e di vivere il viaggio, che non è solo vedere cose mai viste prima ma anche affrontare le sorprese, belle o brutte, che possono capitare dietro ogni curva.

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