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NAMIBIA: L'anacronistico look delle donne Herero
Pillole di viaggio
07 Luglio 2018

Anni fa, durante il mio viaggio in Namibia, feci una sosta mentre cercavo di raggiungere la remota Purros, dove volevo incontrare una comunità Himba, uno dei sempre più rari gruppi etnici africani che non ha abbandonato l’abbigliamento tradizionale per le ormai onnipresenti ed economiche magliette di produzione orientale. La sosta era presso un piccolo negozietto gestito da due donne Herero.

 

Una mamma Herero - Archivio Fotografico Pianeta Gaia

 

Gli Herero, stretti parenti degli Himba, hanno un’identità culturale davvero singolare, l'unica nel suo genere che io sappia: le donne adottano un abbigliamento che sembra catapultato ai giorni nostri direttamente dal periodo vittoriano (1837-1901), solo con colori molto più sgargianti di quelli in uso in Europa due secoli fa. In un clima che può essere torrido – la Namibia ha veri e propri deserti, come la zona in cui le ho incontrate – queste elegantissime donne indossano abiti estremamente voluminosi, con numerose sottogonne e gonfie maniche a prosciutto, caratteristiche della moda occidentale dell’Ottocento. Il tocco di classe definitivo è dato dal bizzarro copricapo – spesso prodotto con la stessa stoffa dell’abito – a forma di corna di mucca, l’animale tanto prezioso nella loro economia e autentico status symbol di benessere.

 

Spesso abito e cappello sono ricavati dalla stessa stoffa - Archivio Fotografico Pianeta Gaia

 

Sono abiti davvero imponenti, pesanti da indossare e difficili da tenere puliti in un ambiente così polveroso. Come capita anche in altri contesti africani, è proprio questa loro qualità di “inutile complicazione” che dà al tutto un valore aggiuntivo: fare una cosa difficile, anche se non strettamente necessaria, significa mostrare di essere pronte ad affrontare le difficoltà richieste dal ruolo di donna, moglie e madre in una società dove la vita non è delle più semplici. Da tempo questo look è considerato l’unico socialmente accettabile per una donna sposata ma è anche un modo per le ragazze celibi di rendere noto di essere ormai donne adulte pronte a farsi carico di una famiglia nel rispetto delle tradizioni della comunità, oltre che di essere abili cucitrici – visto che gli abiti vengono prodotti autonomamente – e quindi dotate delle virtù del focolare.

 

Nel cappello spesso viene messo un legno per farlo stare rigido - Archivio Fotografico Pianeta Gaia

 

Lo stile nell'abbigliamento non fu però una scelta spontanea. A cavallo tra il XIX e il XX secolo, l’epoca in cui gli stati europei colonizzavano intere fette d’Africa, qui giunsero i Tedeschi che non tardarono a fare schiavi per i lavori nei campi e in casa. Gli Herero, non diversamente dagli attuali Himba, erano seminudi e le donne stavano a seno scoperto. Di solito si legge che furono i missionari a richiedere un abbigliamento più pudico ma, nella realtà, ancora più decisivo a spingere al cambiamento di look fu la diffusa abitudine dei soldati tedeschi di violentare le donne, non l’unica atrocità perpetrata nei loro confronti. Dopo decenni di soprusi, nel 1904, gli Herero si ribellarono, ma la maggiore tecnologia a disposizione dei tedeschi non lasciò scampo ai rivoltosi. La repressione fu spietata, non molto diversa da quella operata qualche decennio più tardi in Europa, al punto da potersi considerare una specie di prova generale dell’Olocausto ebreo. Vestirsi pertanto con abiti pesanti e scomodi, non solo da indossare ma anche da togliere, finì col diventare anche un modo per difendere la propria sicurezza. Ciò nonostante le donne Herero portano ancora oggi con grande orgoglio questi abiti che le rendono uniche in tutto il continente africano.

 



Roberto è un grande appassionato di minoranze, arti e culture extraeuropee e una prolifica penna. Si diverte a raccontare le sue avventure in giro per il mondo su libri autoprodotti e sul nostro blog, arricchendo il tutto con scatti che immortalano volti e posti unici.

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