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Sahara algerino - II

Data: 19/03/2016 ALGERIA Categoria: Diari di Viaggio

5° giorno

Lo spettacolo dell’alba sulle montagne di fronte è splendido anche se non vale la magnificenza di Tinakacheker. Consumata colazione e caricate le jeep, occorre dar una mano a una jeep nei paraggi che non riesce a partire. L’autista è un amico dei nostri due autisti (ovvio, si conoscono tutti tra di loro) e sta trasportando due ragazzi francesi preoccupati per le prossime partenze nel deserto, visto che gli incontri sono saltuari. Scendiamo a malincuore dall’altipiano affiancando un’enorme roccia a forma di cammello per percorrere svariati uadi dovendo rientrare lungo il percorso nei paraggi di Tadant. Dallo uadi di Telonfasa si passa per quello di Afalarfal, poi Tihinarar dove incontriamo un ragazzo con al seguito due dromedari (con lui una bottiglia di acqua non proprio potabile e nulla di più, per un percorso a piedi di almeno due giorni e mezzo), e poi Takaloss dove, dopo stranissime formazioni rocciose con infiniti buchi e anfratti, c’è una distesa di marmo nel bel mezzo del deserto. Arrivati allo uadi di Tadant troviamo un luogo all’ombra per pranzare (sempre tonno e salmone in scatola nel mezzo di baguette che tengono sempre ottimamente la forma, con pomodori che anche loro dimostrano valida tenacia nel sopravvivere al deserto) e poi arriviamo in un posto dove recuperare ottimo legno di acacia. Subito si riparte per il villaggio di Tadant, facendo però prima tappa all’omonimo pozzo dove facciamo scorta d’acqua. Questo pozzo è controllato dall’ufficio sanitario di Tam, quindi si va sul sicuro, ma noi filtriamo sempre una tanica destinata ad essere bevuta. A fianco del pozzo c’è anche una piccola costruzione che serve per lasciare acqua agli animali, insomma, tutto è preparato a dovere. Vista l’acqua, ne approfitto per un abbondante lavaggio di capelli e piedi, che centellinando quella dello spruzzino non avevano ricevuto getti del genere già da un po’. Facciamo tappa al villaggio di Tadant nel mezzo di nulla, dove si stanno costruendo abitazioni in muratura, ma dove la popolazione ha un grave problema, quello della congiuntivite dettata dalla forte e costante luce del sole. Tanti ne sono soggetti, ma qui nessuno mendica nulla, al massimo chiedono se è possibile avere del collirio adeguato. Il villaggio è chiuso dietro a un muro bianco, si scorgono da subito pentole e bollitori per il the ad asciugare, però all’interno non entriamo non essendo stati invitati, anche se tutti ci tengono a far chiacchiere sul perché siamo da quelle parti. Lasciata Tadant continuiamo per lo uadi che passa nel mezzo di un largo canyon attorniato di dune di rocce tutte tonde e che per miracolo non cadono sulla pista, per fermarci a far campo presso Yfarakaten, sotto ad una roccia a forma di tartaruga, nel mezzo delle montagne del Tissalatine. Si sale facilmente la roccia fino al punto più alto dove ammirare il solito splendido tramonto, poi vista le temperatura ancora buona è tempo di lavarsi alla solita maniera con lo spruzzino, alzare le tende e regalarci una mangiata abbondante. Finite le innumerevoli bevute di the, buonanotte a tutti dopo 252 km tutti su pista e qualche fuoristrada vero e proprio.

 

I colori dell'alba a Tinakacheker

 

6° giorno

Solita robusta colazione e poi via, sempre lungo lo stesso uadi del giorno precedente, dove c’imbattiamo in un gruppo di rocce basse ma dalle particolari forme, tanti anfratti quasi che fossero comode sedie di giganti, e da qui si prosegue verso il Plateau de Tafarslesnar, prima però sosta a un ulteriore pozzo, a dimostrazione che nel deserto l’acqua non manca. Il plateau è infinito e non ha montagne ai lati, così pare di immergersi nel nulla ripieno di miraggi, il paradiso della Fata Morgana. Lontano scorgiamo un piccolo punto, come fosse qualcosa di reale che cede il passo al miraggio. Non può essere, invece dopo un po’ di minuti pian piano il puntino si trasforma in una jeep in panne. Gli autisti si fermano per cercare di aiutare i due viandanti che occupano il mezzo, ma il problema è legato dall’eccessivo consumo di benzina da parte della vecchissima jeep e non possiamo nemmeno fornire carburante in aiuto perché le nostre Toyota vanno a gasolio. Stipato nella jeep in panne c’è il mondo e anche di più, i nostri autisti ci dicono che è abituale incontrare commercianti (forse meglio dire contrabbandieri) che tentano di attraversare il Sahara portando di tutto dai mercati del nord dell’Algeria. L’unica cosa che possiamo fare è segnalare la loro difficoltà a chi incontreremo per cercare di intercettarli, ma almeno acqua ne hanno e questo basta per lasciarli lì con la tranquillità che ce la potranno fare. Facciamo tappa in anticipo per pranzo riparati sotto a una formazione rocciosa del gruppo Tisnar, visto che in questa spianata fa particolarmente caldo. Finito di mangiare, via subito per affrontare uno dei posti più spettacolari di questa parte di Sahara, l’Erg di Admer, una grande distesa di dune interminabili, alte e intonse. Ci entriamo in jeep passando dove ci si immagina di piantarci, poi è tempo di scalarle per ammirare lo scenario dall’alto delle dune. Vista l’assenza di ogni forma rocciosa, si parte scalzi, così si evita la grande fatica di salire con le scarpe sempre al di sotto della sabbia, immancabilmente la prima parte è facile, poi via via che si sale un passo in alto corrisponde a due in discesa, così come ben si sa occorre trovare la vena giusta per conquistare il crinale e da lì muoversi a piacimento. Dire che lo spettacolo sia grandioso è poco e non rende l’idea, un altro luogo che riempie la memoria della macchina fotografica, e non si vorrebbe mai rientrare alla base. Ma poco prima del tramonto occorre cercare un luogo per la notte, possibilmente ben riparato perché tra le dune fa più freddo non essendoci nessuna roccia a cedere il calore del sole e a far da diga al vento. Troviamo un luogo fantastico, una piccola insenatura nel mezzo di dune mozzafiato e il tramonto qui nel mezzo si colora di ogni tinta possibile, finiamo così a montar le tende già col sole calato, ma la luna è già comparsa e non viene mai scuro. Sembra incredibile, ma c’è sempre luce, nemmeno fossimo al circolo polare artico in giugno, eppure è così. Consumata un’abbondante cena in cui approfittiamo del pane cotto sotto alla sabbia che Ahmed e Mustafa hanno preparato in più per noi in cambio di alcune porzioni di frittata che loro amano particolarmente, finiamo al solito a rimirare stelle di ogni tipo che questa sera danno l’idea di essere in costante movimento. Evidentemente il the della sera ha portato effetti benefici a tutti, al termine di una giornata di 182 km, su piste ma anche nel mezzo di dune andando più a sentimento che a senso vero e proprio, a dimostrazione che non c’è stradario o navigatore che tenga di fronte alla conoscenza del territorio dei Tuareg.

 

La nostra guida per Jabbaren

 

7° giorno

Sveglia alle 6:30 per rimirare l’alba, al termine di una notte molto fredda, però lo spettacolo scalda cuore e mente così si affronta lo smontaggio delle tende con meno ghiaccio nelle mani dopo di una massiccia dose di bollente caffè. Partiamo attraversando l’Erg di Admer e non vorremmo mai lasciarlo anche perché nella parte finale, con la vista sui denti di Tim Rass, lo spettacolo non termina mai. Nel bel mezzo dello scenario, dopo non aver mai incontrato nessuno, ci imbattiamo in una lunga comitiva di Deserctica, una quindicina di mezzi proprio qui dove non pare passar mai persona, ma effettivamente scesi dalle ultime dune si scorge la strada asfaltata che collega Djanet ad Algeri (a circa 2.100 km). La imbocchiamo ma dopo poco la lasciamo svoltando a destra nei pressi di una centrale elettrica per raggiungere Terarar (pista di sabbia, brigosa) dove alla base di una grande roccia rossa intensa si trova scolpita la Vache Qui Pleure, la mucca che piange. L’incisione risale al neolitico, e leggenda narra che fu realizzata da un mandriano che perse le sue mucche. Ha immaginato che le mucche, rimaste sole, si mettessero a piangere, e questa idea del mandriano è giunta fino a noi per mezzo di questa opera che risulta veramente perfetta. Meglio arrivarci dopo le 11:30 quando il sole la illumina di fronte, così da goderne ogni venatura e prospettiva. Nei dintorni ci sono capre al pascolo, non mucche, ma comunque sempre animali che rappresentano la sussistenza dei nomadi del luogo. Rientriamo sulla strada ma dopo Djanet, nel pezzo di strada asfaltata che va all’aeroporto (dista 20 km dalla città, solitamente i voli Algeri-Tam fanno tappa qui al rientro nella capitale), andiamo a pranzare in un secco uadi sotto a un albero di acacia che ci regala una propizia ombra. Ripartiamo entrando in un piccolo canyon per ammirare una roccia che il vento ha lavorato, creando una copia perfetta di elefante. Se arrivando non dava nessuna idea di questo, dal fronte è incredibile la somiglianza, sembra quasi che un elefante vero e proprio sia finito mummificato nella roccia. Riprendiamo la strada imbattendoci nella strada nazionale 3 che si dirige verso est in Libia, asfaltata e ben tenuta, poi dopo meno di 10 km, e 7 km prima di Djanet facciamo tappa al Hotel Tenerè, che sarebbe poi quello gestito dall’agenzia che organizza il nostro viaggio. Si tratta di un villaggio vero e proprio (e decisamente molto bello visto dove ci troviamo), grandi camere con bagno e acqua calda, dove finalmente ci concediamo una doccia, anche se occorre andare subito in città per far spesa e regolare permessi e attraversamenti futuri. Djanet è una cittadina di oltre 30.000 abitanti, che sorge nel mezzo di un’oasi con infinite palme, luogo di accesso al Tassili n’Ajjer famoso oltremodo per le incredibili pitture e incisioni rupestri che hanno permesso di comprendere lo sviluppo della vita di larga parte del continente africano. Ci si può trovare un grande numero di agenzie di viaggio, seppur in maniera molto minore rispetto a Tam, un po’ tutto quello che serve per lunghe escursioni nei Tassili che la circondano. Compriamo frutta e verdura al mercato centrale, ma anche dadi per brodo (con montone), scatolame, olio, pepe, cioccolata, marmellata e pane in un lucentissimo minimarket dai prezzi occidentali, insomma tutto quello che occorrerà per la prossima settimana. Evitiamo di comprare la testa di dromedario che il macellaio espone proprio all’entrata della sua bottega, un’immagine alquanto forte, dopo aver visto tantissimi dromedari muoversi beati nel deserto nei giorni precedenti. Recuperiamo anche una guida per il giorno seguente - e il permesso per il parco del Tassili n’Ajjer che comunque costa la miseria di 100 dz, è più il tempo che si perde a compilare il lungo incartamento che altro -, per raggiungere il sito di Jabbaren è obbligatoria oltre che fondamentale perché il percorso non è segnalato e le pitture rupestri non sarebbero localizzabili nel mezzo di stretti e fittissimi canyon. Qui a Djanet c’è il pieno di gente, il luogo è ideale per riposarsi dalle fatiche del deserto, non c’è tanto da vedere ma, visto che la cittadina si appoggia su di una collina, salire per rimirare la zona è un obbligo. Anche qui stanno costruendo varie case, senza però cadere nella facile tentazione di palazzoni che conterrebbero molti turisti ma che finirebbero per essere un pugno in un occhio rispetto alle case bianche con porte e finestre azzurre che si incontrano ovunque. Vista la tanta gente avevamo tentato di prenotare un ristorante in città ma quando torniamo per cenare ci dice che non è riuscito a comprare nulla al mercato e non ha niente da offrirci. Così rimediamo su un altro ristorante dove avevamo fatto tappa per il solito the ormai immancabile nella nostra giornata, del resto Paul Bowles aveva insegnato a tutti la valenza del tè nel deserto… Siamo a fine giornata ma c’è ancora qualcosa da scegliere - ci fanno entrare direttamente in cucina per mostrarci le loro cibarie - io finisco su polpette con purè, son ottime e non mi chiedo di cosa realmente siano ripiene. Per una volta una cena servita non è poi malaccio, e dopo c’è anche la possibilità di farsi una “vasca” per la via centrale di Djanet, ma alle 21:30 non c’è più anima viva in giro e così ritorniamo al nostro hotel a goderci la nottata su di un comodo letto. Percorsi 134 km, almeno 30 su strada asfaltata, il record fino ad oggi.

 

Riposo a Djanet

 

8° giorno

Colazione ore 7:00 al ristorante dell’hotel, vista l’ora e, visto che si tratta dell’ultimo giorno del 2009 dove in tanti si prepareranno per le feste, non c’è nessuno, nemmeno gli inservienti. Fortunatamente una persona arriva e pian piano predispone il tutto e recuperiamo anche un extrapranzo da mangiare in seguito. Si parte per salire sul Tassili, destinazione Jabbaren, il sito con la più grande concentrazione di graffiti e pitture rupestri dell’Algeria, scoperte nel secolo scorso da Henry Lhote, Su cui si possono trovare svariati libri in italiano. Si prende la strada per l’aeroporto ma la si lascia subito dopo un nuovo agglomerato, deviando a sinistra nel mezzo del deserto per circa 20 km. Qui verso le 8:00 le jeep ci lasciano con la guida ingaggiata il giorno prima - che parla solo tamaschek e arabo… - e iniziamo a salire sull’altopiano del Tassili n’Ajjer. I primi 75’ sono su di un percorso in leggerissima salita nel mezzo di una pietraia, poi si entra in un canalone in forte ascesa coperto interamente da massi di ogni tipo. Orizzontarsi è facile ma il percorso non è una passeggiata, si arriva al passo dopo 2-2:30’ di cammino, a seconda del proprio passo. Da qui si attraversa un plateau per un nuova salita di 15’ per arrivare sul Tassili vero e proprio, immergendosi in infiniti canyon strettissimi dove si iniziano a vedere le pitture rupestri. La guida è fondamentale altrimenti non sarebbe facile scorgere le opere sulle rocce ma soprattutto si finirebbe per perdersi perché si passa in un toboga interminabile, anche se altamente spettacolare. In un’apertura che da sullo uadi principale consumiamo il pranzo (solito tonno e pane al quale si aggiungono i formaggini prelevati a colazione), è ovvio che occorra portare tutto il necessario visto che qui non si trova nulla e non si può lasciare nulla. Sarà la giornata di attesa per la fine dell’anno, ma non incontriamo nessuno a parte ter ragazzi del nord d’Algeria e relativa guida, quindi il posto è tutto a nostra disposizione. Pian piano che ci si immerge nell’osservazione delle pitture, ci si fa una idea ben precisa della vita dell’epoca: le prime incisioni vengono datate nel mesolitico, e si diventa esperti anche nel capire l’evolversi dei luoghi e delle rocce utilizzate come tela privilegiata. Sull’altopiano si percorre un anello che permette di rientrare dalla parte più alta per godere lo scenario verso Djanet col favore del sole, almeno immaginiamo che l’intenzione della guida sia stata questa. Si potrebbe anche realizzare un trekking fino a sette giorni per attraversare tutto questo Tassili, ma in quel caso occorre un’altra programmazione, cosa comunque fattibilissima con una qualsiasi delle agenzie di zona. Scendere il canalone pietroso non è piacevole, ma senza problemi arriviamo al luogo di ritrovo per le 17:00, notando la mancanza delle jeep. Gli autisti erano andati a Djanet per organizzare la cena, tra una cosa e l’altra arrivano a prenderci – con una jeep sola … - dopo più di un’ora di attesa (che passiamo a vedere il diventare rosso incandescente del Ttassili colpito dal sole calante) che poi si prolunga nel cercare già al buio il luogo dove l’altro autista con la jeep ci attende per la cena di fine anno. Riusciamo a trovarlo, orizzontandoci con le stelle ma solo dopo 30’ di disperazione dell’autista e della guida, rientriamo in hotel per recuperare abbigliamento pesante per la sera nel deserto e per lavarci (la doccia fino a quando c’è va sfruttata), poi si torna nel deserto per la cena che questa volta ci hanno preparato e che gustiamo maggiormente dopo quasi 8 ore di camminata impegnativa. Abbondantissima cena di fine anno, ovviamente la fa da padrone il cous-cous, ma non mancano zuppe, verdure, pollo e così via, comprese le bibite che da tempo avevamo dimenticato (per chi vuole, gli autisti hanno trovato anche la birra, nonostante il paese sia di religione musulmana). Per il tutto lasciamo pochi soldi come mancia, visto che loro non vorrebbero nulla. Fa troppo freddo per attendere la fine dell’anno qui in mezzo, quindi ripariamo in hotel e decidiamo che le 22:00 siano per noi il nuovo anno, tanti auguri e una buona dormita sull’ultimo letto vero e proprio che incontreremo. Il chilometraggio giornaliero della jeep è stato di 111 km, ma perché ha affrontato varie volte il percorso Djanet-hotel-deserto, io di questi ne avrò fatti poco più di metà.

 

continua...

 

 



Luca viaggia con lo stesso spirito dei suoi esordi portando con sé non solo il fido zaino ma soprattutto un’innata voglia di conoscere e di vivere il viaggio, che non è solo vedere cose mai viste prima ma anche affrontare le sorprese, belle o brutte, che possono capitare dietro ogni curva.

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