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Lungo la Carretera Austral - Parte II

Data: 22/03/2013 ARGENTINA - CILE Categoria: Diari di Viaggio

 9° giorno 

Colazione al hospedaje, poi ci organizziamo per andare a Puerto Chacabuco da dove parte l’escursione alla Laguna San Rafael ma anche per scendere a Chile Chico, un villaggio fuori dalla C.A. sul Lago Carrera raggiungibile solo con l’ennesima barcaza. Trovare posto su questa pare un grande problema, ovviamente non c’è un servizio regolare e dipende dai giorni, alla fine un gentilissima impiegata ci trova un posto tra quelli a disposizione dell’equipaggio così abbiamo questa giornata da sfruttare in pieno. Con un taxi raggiungiamo l’ingresso della Reserva National Coyhaique, da dove parte un sentiero di 9,5 km che raggiunge lagune e miradores. La prima parte in salita regala viste della città e del suo imponente Cerro Macay, poi ci si immerge nella fitta boscaglia per raggiungere le lagune, Verde, Los Mallines, Venus e Los Sapos (forse la più bella), prima della forte discesa che riporta presso l’ufficio di partenza del Conaf dove occorre registrare l’uscita, altrimenti qualcuno verrebbe a cercavi se preventivamente non si avvisa dell’intenzione di campeggiare (area attrezzate e gratuite ma occorre portare i viveri). Nei campeggi è possibile passare la notte se si vuole affrontare il percorso più lungo che sale ad un lontano mirador, tutto il sentiero non è fattibile in un unico giorno. Per chi ha una giornata libera qui a Coyhaique questa riserva è veramente qualcosa di molto interessante. Il ritorno in città lo facciamo a piedi (circa 6 km), è tutta discesa ed in meno di 75’ si è in centro dove fra i tanti posti per rifocillarsi finiamo al ristorante Loberia de Chacabuco e poi assistiamo ad un concerto in piazza (pentagonale, a forma di stella dal simbolo dei carabineros del Cile) contro la Endesa che vuole costruire centrali idroelettriche in Patagonia (Patagonia sin represas leggerete ovunque come slogan di protesta, come dal bel libro di foto realizzato dal solito Douglas Tompkins). Col bus Suray raggiungiamo Puerto Aysen, il vecchio porto della XI regione fino al 1991 quando l’ennesima eruzione del Vulcano Hudson ha riempito di cenere il fiordo e le navi non riuscivano più a giungere fin qui. Così si è dovuto realizzare un nuovo attracco a Puerto Chacabuco che si raggiunge in 15’ sempre con bus Suray attraversando il ponte sospeso più lungo del Cile, intitolato al General Carrera. In Cile tutto è intitolato a generali, carabinieri od ammiragli, sovente agli stessi e così alla lunga i nomi son sempre identici e si familiarizza facilmente. Puerto Chacabuco è luogo terribile per via della pestilenziale puzza di farina di pesce che si respira ovunque e che qui viene prodotta. Se non fosse per l’accesso alla Laguna San Rafael nessun viaggiatore arriverebbe (per sua fortuna) qui, ma il passaggio è obbligatorio. Ci fermiamo a dormire ad un residencial al cui bar soggiornano alcuni marinai in condizioni drammatiche. Decidiamo di cenare nello stesso locale, e la padrona vedendo la situazione ci prepara da mangiare in casa sua, lì a fianco. Ovviamente non si sceglie cosa mangiare, c’è salmone e null’altro, però porzioni enormi e gustose. La banda locale (dei carabineros ovviamente) suona lungo la strada verso la sera/notte, e questa è l’unica attrattiva serale del luogo. Da segnalare comunque la presenza di un bancomat anche in assenza della banca.

 

10° giorno

Sveglia all’alba per andare al luogo di ritrovo per la partenza verso la laguna. L’escursione che abbiamo trovato è solo quella con Catamaranes del Sur, ma quando arriviamo al lussuosissimo hotel Loberias del Sur (degli stessi proprietari della nave) ci vien detto che per un problema ad un generatore non è possibile salpare per la laguna. La maledizione del luogo pare rincorrerci, già due anni prima non riuscimmo ad arrivarci perché gli incastri di tempo non permettevano il collegamento tra questo viaggio e quello verso sud del Navimag, ma questa volta con già tutto pronto la delusione è enorme (oltre al discorso dei soldi, ma per quello ci vien sistemato il tutto entro un mese con accredito direttamente sulla carta di credito). In cambio ci offrono una super colazione in hotel (e l’uso di internet), poi veniamo portati a visitare il Puerto Aiken del Sur, privato e degli stessi proprietari. La visita è guidata, viene spiegato ogni arbusto e richiede tempo solo per quello, non si tratta di un brutto posto, ma niente di particolare. Al rientro pranzo faraonico sempre in hotel poi dobbiamo ammazzare il tempo nel luogo più puzzolente dell’intero Cile. Decidiamo di risalire a piedi il fiordo fino ad un punto dal panorama splendido, e la giornata magnifica ci è amica, poi rientriamo nel nostro residencial particolarmente delusi, la laguna San Rafael era uno degli obiettivi principali del viaggio e ci tocca saltarlo. Qui non c’è un’alternativa pronta, la Catamaranes del Sur non ha al momento altre partenze in programma, con Navimag (3 giorni e 2 notti) c’è una sola partenza alla settimana ma non questa (non viaggia nei giorni che comprendono il Natale e la partenza è solo di lunedì, le prossime 2 son già tutte piene, mentre l’unica altra compagnia che ci va, la Skorpio, realizza solo crociere all-inclusive senza programmazioni specifiche). Così non ci resta che ammirare lo splendido fiordo alla luce di un sole tiepido e di un vento che inizia a farsi insistente, mentre nel cielo sfrecciano nubi lenticolari. Rientriamo al residencial per passare la nottata, unica consolazione il fatto che non dobbiamo cenare visto che abbiam passato la giornata ad ingozzarci. Oggi niente marinai al bancone del ristorante quindi nessuna traccia di vita e nessuna leggenda del luogo da ascoltare. Anzi, il ristorante non apre nemmeno, per entrare dobbiamo passare dall’abitazione della padrona a dimostrazione che al di fuori delle spedizioni alla Laguna San Rafael, Puerto Chacabuco non esiste.

 

11° giorno

Colazione al residencial e poi in bus si va a Puerto Aysen. I bus passano ogni 20’ e non occorre fare il biglietto prima, lì si ferma con un gesto e si sale. A Puerto Aysen c’è tempo per un giro del piccolo centro, ma non c’è molto da vedere al di là del grande ponte sospeso, poi sempre col bus Suray raggiungiamo Coyhaique dove abbiamo un bus Acuña prenotato per Puerto Ing. Ibañez. Questo tratto di strada è asfaltato fino al bivio sulla C.A. per il villaggio sul lago che si raggiunge passando nel bel mezzo della R.N. Cerro Castillo. La R.N. prende il nome dall’omonimo monte, uno dei più spettacolari dell’intero Cile, che deve il suo nome proprio alla somiglianza con le guglie di un castello. Quando arriviamo sul lago General Carrera il vento è tremendo e rimanere in piedi è una piccola impresa. La barcaza Pilchero della Mar del Sur trasporta di tutto, auto, camion, provviste, trattori, maiali, pecore, agnelli ed anche persone. I posti son pochi, se le condizioni del lago sono buone il comandante può caricare più gente rispetto ai biglietti prenotati, altrimenti occorre attendere anche 2 giorni per un’altra barcaza. Il lago fa da confine tra Cile ed Argentina, se da una parte si chiama General Carrera, dall’altra si chiama Buenos Aires, ed è il secondo lago più grande dell’America del sud, solo il 5% in meno del Titicaca. La prima parte è calma e verdissima, col Cerro Castillo a troneggiare su tutto, quando entriamo nel mezzo, la parte argentina domina la colorazione col suo blu cobalto, e le onde iniziano a farsi importanti. Il lago, veramente splendido, pare un piccolo mare, i colori ora verdi ora blu con la cordigliera cilena sullo sfondo sono impressionanti, e la sensazione di essere ai caraibi c’è tutta visto lo spostamento più da mare che da lago che perseguita la barcaza. Sbarchiamo a Chile Chico dopo le 20, ma il sole è ancora alto e la temperatura pare elevatissima. Impareremo che questo piccolo avamposto cileno a soli 8 km dal confine argentino gode di un suo microclima senza mai piogge e con un vento secco che tutto brucia (verificate lo stato dei capelli a fine serata…). Il villaggio è piccolo ed i pochi luoghi per dormire son tutti pieni, per fortuna una signora che sta predisponendo il suo residencial per il futuro ci intercetta e presso una bulgara camera di un luogo in lavorazione troviamo un letto ed una doccia calda. Unico posto per cenare è il ristorante Loly y Elisabeth, dove ritroviamo tutte le persone che han fatto l’attraversata del lago assieme a noi. Il nome Chile Chico deriva dal fatto che i primi pionieri cileni che arrivarono qui dovettero farlo via Argentina, e per loro quel piccolo angolo di paradiso era come una piccola patria. Solo nella prima metà degli anni ’80 venne costruita una strada che collegò Chile Chico con la C.A., fino a quel periodo se uno voleva muoversi in Cile doveva prendere una delle barche dei pescatori sul lago e sperare che durante una battuta di pesca lo portassero sul versante opposto. Ma anche sul versante opposto al massimo si giungeva a Coyhaique e nulla più. Insomma, Chile Chico non a caso, e nome adatto ancora oggi.

 

12° giorno

Svegliandoci si sentono strani rumori nel patio interno del residencial, dietro alla porta stanno squartando un paio di agnelli per festeggiare alla grande il Natale. La scena è tanto agghiacciante quanto rustica, nulla di più tipico e patagonico della preparazione di un cordero da cuocere al palo, ma vedere la testa sanguinante spenzolare alla finestra del bagno fa un certo effetto. Ma qui funziona così e tanto vale adattarsi ad usi e costumi, nella speranza che un po’ di agnello ci sia anche per noi. Fatta colazione vediamo di organizzare le giornate successive, per via delle festività potrebbe essere problematico muoversi. Aspettando che l’unica guida del paese rientri nel suo ufficio notiamo che il sole splende alto e forte, cancellando in un attimo il pensiero che il sud del Cile sia emblema della pioggia. Riusciamo incredibilmente ad organizzare un giro per il giorno di Natale ma il problema è incontrare qualcosa che ci porti via da Chile Chico nei giorni seguenti. Visto che all’orizzonte non c’è nulla (dopo infiniti vai e vieni tra gli organizzatori dei bus locali, non esistono regolari servizi ma soltanto corse messe su dai gestori dei supermercati) non ce ne preoccupiamo e saliamo sul mirador Las Banderas da dove il panorama del lago, delle isole vicine e del pueblito è favoloso. Da qui si possono raggiungere vari punti panoramici, ma il più alto dove si trovano le antenne della televisione non è raggiungibile dal promontorio lungo a costa ma solo lungo la strada che rientra verso la CA. Ce ne stiamo a goderci la clamorosa giornata quassù, poi quando il sole diventa insopportabile utilizziamo le panchine della piazza che sono protette da grandi alberi. Le poche nuvole che compaiono sono le caratteristiche nuvole del sud patagonico, ovvero quelle lenticolari. Sembrano irreali, tutte dello stesso tipo somiglianti agli ufo, quando il sole inizia a calare (verso le 21) prendono svariati colori e danno l’idea di essere veri e propri dischi volanti. Per la Noche Buena (la vigilia di Natale) il paese è deserto, tutti i locali sono chiusi e cenare è difficile. Fortunatamente una panaderia sulla via principale in direzione del confine di Los Antiguos è aperta fino alle 22:30, così rimediamo qualche empanadas particolamente sostanziosa. A dire il vero avevamo anche provato a farci invitare a cena dalla famiglia Ventura che ci ospitava, non avevano detto di no, ma avendo una montagna di parenti in giro per casa abbiamo pensato bene di soprassedere per non finire come l’attrazione turistica del luogo.

 

Il Lago General Carrera col Cerro Catedral sullo sfondo

Il Lago General Carrera col Cerro Catedral sullo sfondo

 

13° giorno

Colazione al residencial poi la guida Ferdinando Giorgia (famiglia di origine calabrese) di Expediciones Patagonia ci viene a prendere per andare alla R.N. Jeinemeni. Entrati nella riserva ci inoltriamo a piedi lungo un percorso di 10,5 km (prima parte in forte pendenza, poi leggera salita e ultimo tratto in discesa accentuata, in meno di 5 ore si percorre) dove entriamo in un canyon che sul finale ha la Piedra Enclavada, una pietra alta 27 metri larga circa 3 che il vento e gli agenti atmosferici hanno lavorato in questa maniera lasciandola a presidiare la vallata. Lungo il percorso si incontrano ancora gauchos che portano le vacche a pascolare, ma gli incontri più interessanti son quelli con le aquile. Ferdinando conosce a menadito la zona, così ci porta lungo sentieri dove si trovano nidi di aquile. Col piccolo dentro, una grande aquila vigila su di noi emettendo grida poco raccomandabili, ma lo spettacolo è splendido. Continuando arriviamo ad una Cueva de Las Manos degli antichi Tehuelches (antichi abitanti di queste terre di cui Ferdinando conosce storie e leggende) e scendendo ci si imbatte nella Valle della Luna (qui ogni luogo ne ha una), poi ritornati alla macchina si continua verso la Laguna Esmeralda abitata da fenicotteri rosa, neri e gialli. Anche qui Ferdinando conosce le abitudini dei volatili e facendoci fare un particolare giro li vediamo volare verso di noi. Sono enormi e tantissimi, un paradiso per gli amanti del birdwatching e di fotografia in generale, visto anche il favoloso scenario naturale in cui siamo immersi. Da qui a piedi scendendo lungo la R.N. Jeinemeni in 2-3 giorni a piedi si può arrivare fino a Cochrane, occorre portarsi la tenda ed il necessario per mangiare. Finita questa visita rientriamo a Chile Chico a bere qualcosa nel ristorante di Ferdinando (chiuso per la festività del Natale) e poi continuiamo con lui in macchina per Puerto Bertrand sulla C.A. visto che alternative oggi e domani non ce ne sono. Il percorso costeggia il Lago General Carrera, salendo al Paso Las Llaves, aperto solo nel 1992. Scenari incredibili, strada a picco sul lago, poco indicata ai deboli di cuore, fortemente indicata agli amanti degli scenari naturali favolosi, il percorso richiede parecchio tempo perché alcuni tratti sono ancora in condizioni pessime. La strada fu costruita dai militari solo dopo che la C.A. arrivò a Cochrane, ad inaugurarla nel disinteresse generale arrivò il solito Pinochet che all’epoca non era più il presidente del Cile ma solo il capo dell’esercito. Ovviamente per molti abitanti del posto lui rimane la figura mitica, tendendo a minimizzare omicidi, desaparecidos, colonne della morte e tutto il resto per il fatto di aver costruito i collegamenti in questo remoto angolo del Aysen. Scendendo dal passo, nel mezzo di una giornata dal tempo favoloso si apre in tutta la sua bellezza la catena di montagne che fanno da sfondo al Campo de Hielo Norte, che unico nel sud rappresenta il terzo ghiacciaio al mondo. È possibile distinguere ogni singola montagna, fino al Cerro San Valentin, la più alta vetta della Patagonia, una vista che qui raramente si può conseguire. Spettacolo incredibile, soste forzate per foto ed immersioni in un luogo che pare più un falso disegno da sfondo del desktop che visione terrena, poi arriviamo a Mallin Grande dove vivono i genitori di Ferdinando. Sosta con megamangiata di cordero e bevute infinite a compensare il caldo e la tanta strada a piedi della giornata, ma continuiamo velocemente per il cruce El Maiten, quello dove ci si reinmette sulla C.A. Da qui c’è una vista che permette di ammirare tre laghi distinti, ma ormai è tardi e dobbiamo arrivare a Puerto Bertrand dove Ferdinando ci lascia presso una hosteria, splendido posto che fa anche da minimarket del paese. Per il lungo viaggio in auto (circa 4 ore più la sosta per cena) ci chiede 80.000p, se non si hanno troppi bagagli ci si potrebbe stare anche in 4 in auto, il più è incontrare altra gente che faccia il medesimo percorso visto che girando per Chile Chico il giorno prima non avevamo trovato nessuno interessato a proseguire verso questi luoghi. Ci sono bus di linea, ma non tutti i giorni e non agli stessi orari, però il percorso è talmente bello che farlo in bus ne limita forzatamente la vista. Comunque per chi facesse tale giro in bus, è fondamentale prendere un posto dalla parte destra del mezzo, altrimenti non si vedrebbe nulla.

 

14° giorno

Abbondante colazione poi decidiamo di perlustrare Puerto Bertrand, ma dopo 100 metri il paese finisce. Il lago su cui riposano le poche abitazioni ha colori blu/azzurro intensissimi, ma non c’è proprio nulla da fare, visto che entrare in acqua è impresa ardua anche per i personaggi locali. Così ce ne andiamo a vedere il luogo in cui nasce il Rio Baker, uno dei più impetuosi del mondo, e per il ragazzo che gestisce la Hosteria il secondo fiume del Sudamerica… Impetuoso lo è già in origine, nasce come emissario del lago Bertrand, ma lungo non direi proprio, esagerando sarà sui 200 km, ma per gli amanti del rafting può essere un ottimo intrattenimento. Non resta altro che attendere il bus per Cochrane, che dovrebbe passare tra le 16 e le 18. Verso le 17:40, dopo aver a lungo litigato coi tafani vediamo arrivare il bus Interlagos. Ma l’autista ci dice che è pieno e non può caricarci, senza nemmeno prendere in considerazione tale idea buttiamo lo zaino sopra e ci fiondiamo dentro anche noi. Un posto sul motore ed uno in piedi assieme ad una coppia israeliana che nel prosieguo del viaggio incontreremo sovente lo troviamo arrivando a Cochrane dopo aver a lungo costeggiato il Rio Baker che si insinua in gole, canyon e quebradas spettacolari. Cochrane è l’ultimo paese vero e proprio lungo il cammino, l’ultimo posto dove trovare benzina ma soprattutto l’ultimo posto dove trovare un bancomat. Non c’è una stazione dei bus, ogni compagnia ha il suo ufficio, quindi a seconda di dove si vuole andare occorre andare in una determinata stazione dei bus. Noi veniamo caricati dalla proprietaria di un hospedaje che gentilmente ci porta al bancomat ed all’ufficio dei bus Acuario 13, gli unici che hanno un collegamento con Caleta Tortel. Regolate tutte queste questioni ceniamo presso un ristorante su consiglio di Doña Ana. Da una giovane coppia catalana raccogliamo le prime indicazioni sul famoso passaggio di frontiera di Villa O’Higgins-El Chalten. Il dubbio è quello previsto, la nave da Villa O’Higgins a Candelaria Mansilla quando c’è? Si dice solo il sabato, oppure mercoledì e venerdì, oppure quando il vento lo permette, insomma entriamo nel gorgo del si dice, forse, senti questo o quello ecc, insomma nel mondo dei viaggiatori che possono permettersi di non pensare a quanti giorni di viaggio manchino alla fine. Per loro poi “fine” che significa?

 

15° giorno

Colazione al hospedaje poi raggiungiamo il punto di partenza del bus Acuario 13 (5.000p, 3:30’). È un vecchio bus da 25 persone con ruote alte, i nostri posti sono sui sedili ausiliari ma a differenza di quanto inizialmente pensassimo non si sta scomodi. Non si può più parlare di strada, la C.A. da Cochrane in giù è un sentiero e occorre sperare nella clemenza del tempo per avanzare. Si costeggia a lungo il Rio Baker, con continui saliscendi dove il bus sembra farcela per puro miracolo, in uno scenario magnifico. Ci si ferma ovunque ci sia qualcuno che debba scendere o anche dove occorre lasciare o caricare cose. Arrivati al cruce El Vagabundo si prende la deviazione di 22 km per Caleta Tortel, costruita nel 2002. Prima per arrivare bisognava prendere il servizio di lancia che operava dal cruce (circa 4h) e scendere lungo il delta del Rio Baker. Poco prima di arrivare sosta all’aeroporto, e da qui notiamo che parte una lunga passerella senza una meta precisa. Capiremo poi che la passerella porta al piazzale di accesso di Caleta Tortel dove i mezzi su ruota si fermano. Poche case danno sul grande parcheggio, tra cui un piccolo ufficio del turismo quasi sempre chiuso. Il paese non si trova in realtà qui, ma 187 scalini in basso, e lì sorpresa totale. Caleta Tortel è un insieme di palafitte tra loro collegate da passerelle sul mare od in mezzo al bosco. Se ne contano 7 km solo nel paese, oltre a quelle che vanno all’aeroporto o nella zona che da sul delta del Baker, un’impressione straniante, la prima su tutto quella di essere giunti alla fine del mondo. Non c’è Ushuaia che tenga, quel sentirsi veramente alla fine della civiltà qui c’è tutto, sarà la mancanza di strade, sarà la mancanza di un luogo di fronte da raggiungere, sarà l’incredibile acqua verde del fiordo, saranno la mancanza di telefoni ed altre cose che solitamente si danno per scontate in un paese del tutto civile, bello ed ospitale, ma l’impressione è unica. Ovviamente il tempo appare inclemente, qui siamo nel bel mezzo della cordigliera andina, proprio nel punto in cui si immerge nell’oceano e si sdoppia verso sud in quel sottile lembo di terra che da vita al Campo de Hielo Sur, e nulla protegge dalle terribili correnti che dall’Antartide risalgono verso l’oceano Pacifico e si infrangono sulle prime montagne che incontrano. Scese le scale troviamo da dormire presso un hospedaje, poi iniziamo la scoperta dei km di passerelle che collegano la parte finale del paese dove stiamo noi col centro vero e proprio. Lungo il camino proviamo a sentire tra i pescatori locali se c’è qualcuno che il giorno dopo abbia in programma un viaggio ai ghiacciai Steffens (nord) o Montt (sud), ma le risposte son sempre negative. I pochi che ci sono stanno rimettendo a nuovo le barche e le case (che qui hanno bisogno di manutenzione continua), solo uno sarebbe propenso a portarci (senza però troppa spinta, è lui stesso che non ha intenzione di star fuori tutta una giornata), ma il viaggio ci costerebbe uno sproposito a testa visto che non c’è nessun altro viandante nel luogo disposto ad imbarcarsi. Alla fine della perlustrazione solo la giovane coppia israeliana già incrociata sarà a Caleta Tortel anche l’indomani, così dobbiamo abbandonare l’idea e decidiamo di mangiare. Esistono solo 2 ristoranti, tentiamo da El Mirador, vicino alla nuova costruzione che ospita gli uffici comunali, mangiando ovviamente salmone, servito prima come ceviche e poi alla piastra. Questa versione è squisita, il cuoco ci racconta di una ricetta con erbe del posto che solo lui serve e devo dire che si tratta di una prelibatezza unica. Alle 23 c’è ancora un briciolo di luce, rientriamo a dormire con la stufa a legna che fortunatamente lavora incessantemente vista la temperatura che verso sera cala di molto.

 

16° giorno

Alla fine del mondo, in una giornata coperta ma non piovosa, il tempo non è denaro. Così possiamo prendercela comoda e far colazione addirittura dopo le 9. Poi, risaliti i 187 scalini che portano alla parte alta del paese cerchiamo l’inizio del percorso denominato Senda Turistica. Occorre prendere la passerella in direzione dell’aeroporto, uscirne a fianco della palestra comunale in corrispondenza di qualche traccia di sentiero con scalini e passaggi in legno. È un tratto in forte ascesa che gira sul versante nord di Caleta Tortel e che porta al mirador da dove ammirare sia il paese (col verde dell’acqua particolarmente straniante soprattutto nei rari momenti di sole) e il delta del Rio Baker con sullo sfondo montagne fino a dove la vista e le nuvole confondo lo sguardo. L’arrivo delle nuvole rinforza quel senso di fine totale che avvolge il luogo, e regala immagini che si pensava prive di fascino proprio per il grigio delle nuvole. La discesa è un po’ lasciata al caso, il percorso è meno segnalato ed a volte si cammina nel mezzo del nulla che la giusta via si è smarrita. In 2:30 ore si percorre tutta la senda compresa una buona sosta in cima, rientrando poi nella parte ovest di Caleta Tortel in espansione. Qui stanno espandendo le passerelle per nuove costruzioni, l’arrivo della strada pare stia portando turisti nel periodo gennaio-febbraio, ed occorre creare infrastrutture atte ad ospitarli. Nel centro del pueblito, a fianco di una Plaza de Armas tutta in legno, c’è il posto telefonico dove si incontra la maggioranza degli abitanti (il telefono è ancora per pochi, i cellulari dovrebbero funzionare da metà 2008) e la biblioteca dove registrandosi si hanno a disposizione 30’ di internet gratuiti. Per cena tentiamo col secondo ristorante del posto che però propone come al solito solo salmone. I pescatori in questi giorni son pochi e di solo salmone riforniscono i ristoranti, così la scelta non è possibile. La qualità è inferiore a quella del Mirador, e la sola signora a lavorarci tende con facilità a dimenticare le ordinazioni. Ma qui il tempo non vi mancherà di certo, prendetela facile e perdetevi nelle chiacchiere sul cosa ci faccia quaggiù, luogo un tempo abitato dagli alacalufes e solo dalla seconda metà del XX secolo dai pescatori cileni.

 

Un angolo della deliziosa Caleta Tortel

Un angolo della deliziosa Caleta Tortel

 

17° giorno

Colazione in hospedaje e poi risaliti al solito parcheggio dobbiamo cercarci un passaggio per Cruce El Vagabundo. Ci sarebbe stato un bus per Cochrane, ma facendo noi soli pochi km l’autista ha preferito caricare gente che facesse tutta la tratta. Fortunatamente un gruppo di turisti di Santiago sta rientrando, così ci caricano sul loro pick-up scaricandoci un po’ perplessi al cruce nel bel mezzo del nulla ad attendere un bus che forse passerà 6 ore dopo. Al cruce non c’è niente, solo le costruzioni degli operai addetti alla manutenzione della C.A., ma visto il periodo sono a casa per le vacanze e le loro baracche son chiuse. Quando inizia a piovere riusciamo ad aprire una specie di voliera coperta dove spostando una cassa troviamo anche da sedere. Nelle 6 ore di attesa son passati diretti a sud un camion per trasporto animali, 2 jeep piene all’impossibile, 2 uomini a cavallo, 2 cani ed una capra. Possibilità di autostop (dido come si dice qui) scarsine. Quando arriva il bus Los Ñadis siamo le persone più felici sulla terra. Lo avevamo prenotato a Cochrane, non so se avesse posto perché abbia rispettato la prenotazione o perché si erano liberati lungo il percorso, ma è meglio prenotarlo in anticipo. Non ci sono corse regolari, dipende dai giorni, ed a cavallo della fine dell’anno per vari giorni non si muove. Dopo 1 ora raggiungiamo Puerto Yungay dopo aver affrontato di tutto lungo la C.A. Il paese è costituito da non più di cinque case, ma qui ci si imbarca sulla barcaza Padre Alberto Ronchi (gratuita, 1 ora) per attraversare il fiordo Mitchell fino a Rio Bravo (non c’è paese, è solo un posto dove si incontra la strada). Da qui Villa O’Higgins non sarebbe lontana, ma è un susseguirsi di laghi, foreste e fiordi e la C.A. deve fare infiniti giri per continuare. Lo scenario è però di una bellezza unica, e con la pioggia che lascia spazio ai primi accenni di tempo in ripresa lo sguardo rimane incollato al finestrino. Villa O’Higgins è l’ultimo luogo raggiunto dalla Carretera Austral, oltre non è più possibile spingersi in auto. Il senso di isolamento è totale, ma la gente del luogo lo vive senza affanni, ormai abituati ai viandanti che qui arrivano a completamento di un percorso come raramente è possibile fare in altri luoghi del mondo. Alla fermata del bus incontriamo Jorge, un gallego che vive qui e che ha messo su un piccolo camping, trasformando la sua casa in mini ostello. Ci porta in giro per il paese e ci da tutte le informazioni sul come andare in Argentina. Alla domanda del perché si sia trasferito a vivere quaggiù, ci risponde sorridente: “Porquè estoy loco!”. La nave sul lago O’Higgins ci sarebbe in effetti il mercoledì ed il sabato (oggi è sabato), ma causa vento non è partita e così ritenterà domani. Ci organizziamo per le provviste e per i passaggi. L’ufficio di Hielo Sur vende il passaggio della nave per Candelaria Mansilla da dove iniziano i 20 km da fare a piedi, quello della nave alla Laguna del Desierto in Argentina e quello del bus per poi raggiungere El Chalten. Si può pagare con pesos cileni ed argentini, dollari ed euro (meglio farlo con pesos cileni) ma non con carta di credito. Jorge ci porta a mangiare da Salchi Pap Genesis, in pratica casa di una signora del posto che fortunatamente non ha solo salmone. Una volta sceso il sole la temperatura precipita, unita al vento costante occorre essere coperti bene per poter girare per l’ultimo angolo di Cile dove odorare la sensazione di fine del cammino. A casa di Jorge incontriamo di nuovo la coppia israeliana (Nedev e Chamina) che viaggiano per un anno in Sud America reduci dal servizio militare (3 anni per gli uomini e 2 per le donne) e Ann, una statunitense di Bolder in Colorado qui in bicicletta con carrellino al traino. Entrambi faranno la traversata per l’Argentina con noi domani, così s’inizia a parlare di quanto ci aspetterà, nel bene e nel male, di questa impresa tanto celebrata dalla Lonely Planet, anche perché altrimenti bisognerebbe ritornare per il medesimo percorso impiegando tanti giorni.

 

continua...

 



Luca viaggia con lo stesso spirito dei suoi esordi portando con sé non solo il fido zaino ma soprattutto un’innata voglia di conoscere e di vivere il viaggio, che non è solo vedere cose mai viste prima ma anche affrontare le sorprese, belle o brutte, che possono capitare dietro ogni curva.

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