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Laos - VI

Data: 09/09/2017 LAOS Categoria: Diari di Viaggio

21° giorno

Colazione al ristorante dell’hotel poi si parte per il percorso circolare meridionale che sarebbe il giro dell’altopiano di Bolaven. Chi noleggia gli scooter fornisce sempre una mappa dettagliata del percorso ma fondamentale si rivela la descrizione precisissima che si trova sulla LP. L’anello si può fare in quanti giorni si vuole, o meglio si ha a disposizione, perché le estensioni potrebbero essere infinite, noi decidiamo di dedicare tre giorni e di conseguenza regoliamo visite e km in base a questo programma, molto empirico va detto. Si scende verso sud e all’uscita di Pakse si prende per Paksong ma al km 21 (qui tutti i paesi si chiamano col numero dei km, quindi Lak …) si devia verso nord-ovest sulla statale 20 iniziando la visione delle tante cascate, Tad Phasoume la prima, poi Tad Lo con le sue tre cascate, la prima decisamente più alta e spettacolare anche ora che l’acqua è poca. Le indicazioni non si sprecano ma si trovano, il giro di Tad Lo si può fare dall’interno in scooter e la vista ci guadagna molto. Qui facciamo tappa per spezzare la giornata, vari sono i posti, infinita la tranquillità, noi scegliamo un ristorante ma direi che uno valga l’altro. Temperatura ottima, molti anche i posti dove pernottare, caratteristici perché danno direttamente sulle cascate ma di notte il rumore non può di certo fermarsi. Volendo si possono anche fare escursioni a dorso di elefante, che in uno dei resort se ne stanno in tranquillità di fatto liberi di andare dove meglio credono. Riprendiamo la via salendo verso Thateng su di una strada ora asfaltata, fiancheggiando vari villaggi katu, che anche ad un occhio poco pratico si distinguono da quelli lao. Ci stiamo per inoltrare nell’altopiano vero e proprio, ma l’escursione la lasceremo ai giorni successivi. Prima di arrivare al paese si incontrano alcuni distributori di benzina, poi proseguiamo sulla statale 16 destinazione Sekong dove arriviamo al calare del sole esausti per i tanti km quasi tutti su buone strade ma comunque alla fine stancanti. Sekong non è proprio un luogo turistico, non è facile trovare un posto da dormire, né in centro vicino al mercato né sulla statale che porta ad Attapeu. Le attrattive della zona sono le cascate e le non facile spedizioni verso il confine vietnamita sul sentiero di Ho Chi Min, ma evidentemente è più un parlarne che un andarci. A fatica troviamo posto in una grande struttura praticamente vuota dove facciamo conoscenza con un inglese di origine siriana che ci segnala come se il dormire sia un problema il cenare sia anche peggio, perché chiusi i mercati le alternative son quasi pari a zero. C’è giusto un postaccio sulla statale proprio all’uscita dell’albergo dove la proprietaria serve riso con carne non identificata e verdure lontanissime dal commestibile. Questo c’è e quindi finiamo per nutrirci qui, pagandone in seguito le conseguenze (quando incontreremo in seguito Rifis ci dirà di aver avuto gli stessi nostri problemi intestinali…). Unica nota positiva il caffè alla vietnamita, veramente gustoso ma occorre tempo per la procedura completa. Del resto come non aver tempo a Sekong? Buio pesto in città, così ne approffitiamo per riposare dopo 196 km.

 

La cascata di Tad Yuang

 

22° giorno

Non serve la sveglia, la radio nazionale dalle 6 irradia nel paese le notizie del Pathet Lao (direi unica parola che intendo, anche perché ripetuta tante ma tante volte), colazione poi prendiamo verso sud iniziando ben presto le deviazioni per visitare le cascate in zona. La prima, appena usciti dal paese, è sulla sinistra a Tad Faek, una cascata multipla che si raggiunge al termine di un sentiero non segnalato dove sbagliare è più facile che indovinare. Ma la cascata merita, anche perché vi si trova un punto di osservazione e l’altopiano sullo sfondo rende l’insieme proprio bello. Da qui rientriamo sulla statale e dopo pochi km c’è una nuova deviazione sempre sulla sinistra per Tad Se Noi, meglio conosciuta come Tad Hua Khon, la cascata delle cento teste. Il perché risale ad un fatto avvenuto durante la seconda guerra mondiale quando soldati giapponesi decapitarono un centinaio di soldati laotiani gettando nella cascata le teste. Al di là del fatto, la cascata anche se ampia non è particolarmente scenografica. Da qui rientriamo sulla statale e scendiamo sino al villaggio di Ban Lak (ovvero km 52) da dove una via sterrata risale l’altopiano fino a Paksong. La strada, larga alla partenza peggiora velocemente e i 71 km sono molto pesanti, però scenograficamente spettacolari oltre l’immaginabile, ma vanno “guadagnati”. Si risale una vallata verdissima che contrasta con la terra rossa e sullo sfondo le prime piantagioni di caffè qui portate dai francesi che ora sono la coltura dominante di Bolavan. Lo sterrato migliore termina dopo nemmeno 3 km, dopo si va come si può, quando non si passa da una buca all’altra è solo perché sabbia infinita ricopre il tutto e la tenuta di strada non è facile. Nessuna indicazione per le due cascate che sono la particolarità del posto, anche le indicazioni che abbiamo al seguito lasciano il tempo che trovano perché è tutto in rifacimento così i riferimenti del tipo “dopo tre ponti e due aperture nella giungla…” servono a poco. Per pura fortuna fermo un abitante del luogo in scooter che qualche parola di inglese la conosce così mi spiega dove vedere la prima cascata (facile perché lungo il percorso), ma soprattutto da quella come incontrare la seconda altrimenti non visibile. La prima di queste cascate di cui non sono risalito al nome in nessuna maniera si vede lungo il versante destro del percorso ed è una sosta obbligatoria anche per riprendersi, c’è un piccolo sentiero che scende fino alla parte alta, ma la vista dalla strada è migliore. La cascata sarà sui 30 metri, ma sorge nel mezzo della giungla e la vista è ottima, da qui si continua fino a dove il percorso si inerpica a destra in mezzo a lavori che devastano il fondo, e proprio lì un piccolissimo sentiero scende a sinistra verso Nam Tak Katamtok, la più spettacolare delle cascate laotiane, perché al di là dell’altezza (120 m circa) la si vede sbucare in mezzo alla giungla dopo aver tagliato un sentiero nemmeno indicato, quindi più un’esplorazione in totale autonomia che una vista di una cascata e nulla più (in seguito abbiamo incontrato gente che non è riuscita a trovarla). La vista sarebbe migliore verso sera quando il sole la illumina, ma visto dove ci si trova meglio riuscire in un modo o l’altro a vederla accontentandoci per essere arrivati sani e salvi fin qui (e soprattutto non dover far nottata in questo luogo). Continuiamo nel mezzo dell’altopiano, vista spettacolare, non si incontra quasi mai nessuno, in corrispondenza delle poche abitazioni tutti si fermano a salutare, si è sempre i benvenuti. Facciamo tappa a Huaykong, che sarebbero 5 case e un po’ di terre coltivate ma che a noi pare una ridente cittadina dove pranzare con foe e nam deum (meglio imparare il laotiano per sopravvivere in questi luoghi) e riposarsi. Le distese di caffè a essicarsi iniziano a essere una costante ovunque, meno un enorme istrice ucciso con una sciabolata lasciato a dissanguarsi a fianco del tavolo dove pranziamo. La gente del luogo è comunque integrata tranquillamente coi viandanti, per quanto questo sia un luogo più remoto di altri del Laos, si rimane sempre tra gente civilissima ed informata di quanto succede in giro, solo che causa principalmente strade il posto è ancora poco battuto. Riprendiamo gli scooter pensado che il peggio sia passato e in effetti la prima parte del percorso migliora decisamente, così decidiamo di fare alcune deviazioni per visitare le piantagioni di caffè con alberi alti fino a 5 metri coperti all’inverosimile di caffè, ma a un certo punto la via viene coperta di ghiaia, diventa più trafficata e si trasforma in un vero e proprio inferno. Anche se i cartelli stradali ne vieterebbero l’accesso, siamo costretti a calpestare il percorso a fianco in preparazione per una prossima asfaltatura, ripetutamente annaffiato ma almeno percorribile senza eccessivi rischi. Arriviamo a Paksong sul calare della sera, non certo una città ma comunque un paese, facciamo tappa in una bella guest house il cui proprietario parla inglese così recuperiamo un po’ di info sul posto e sul vicinato, ci consiglia un ristorante nei paraggi, frequentato anche dai giovani del posto. Al termine di 111 km veramente duri crolliamo di sonno appena terminata al cena, dove finiamo gustando il solito caffè alla vietnamita.  

 

Chicchi di caffè stesi a essiccare

 

23° giorno

Colazione poi pian piano iniziamo il lungo percorso delle cascate, ce ne sarebbero ovunque, scegliamo come prima Tad Yuang al km 40, poco dopo l’uscita da Paksong. Cascata spettacolare, con possibilità di vista frontale e di passaggio su entrambi i lati, da qui a piedi si potrebbe raggiungere anche la vicina e più famosa Tad Fane ma avendo gli scooter al seguito sarebbe solo tempo perso. Probabilmente Tad Fane (in corrispondenza del km 38) è la più alta cascata del Laos, a doppio getto in una grande buca dove con l’attuale vegetazione non si riesce nemmeno a vedere la caduta completa, peccato solo che di mattina la luce non sia buona. Dalla parte opposta della strada c’è l’indicazione per Tad Champee che però non è facile trovare. Ci sono due bivi senza indicazioni, al primo occorre prendere a sinistra, al secondo continuare diritto, poi ci si trova nel mezzo di un bosco e lì in tutta onestà siamo andati a sentimento assieme ad altri viandanti che avevano già errato strada, proprio grazie anche ai loro errori siamo giunti alla meta, si scende alla cascata in un scenario naturale molto bello, una volta arrivati alla base si può fare il giro dietro al getto principale, non alto va detto, ma nel contesto questa cascata è veramente affascinante. Da qui riprendiamo la statale con ennesima sosta a Tad E-tu all’interno dell’omonimo resort, al km 31. La discesa alla base della cascata passa per una lunga e malridotta scalinata, lo spettacolo è pero bello ma si trova più gente, probabilmente i facoltosi visitatori che fanno base al lussuosissimo resort. Dopo questa ubriacatura da cascate iniziamo a scendere dall’altopiano di Bolaven, le piantagioni di caffè salutano il nostro viaggio e la temperatura inizia ad alzarsi di vari gradi. In corrispondeza del km 21, dove c’è il bivio tra le strade che percorrono l’altopiano facciamo tappa in una delle tante rivendite di frutta scegliendo quella di una signora che ha banane in ogni dove. Alla fine le banane ce le offre, così paghiamo solo il bere e con tutta calma rientriamo a Pakse alla guest house dove consegniamo gli scooter (controllo pressoché nullo, restituzione al volo del passaporto) e ci riprendiamo gli zaini che avevamo lasciato per i tre giorni sull’altopiano, poi ci viene ridata la stessa camera dei giorni precedenti. Qui sbrighiamo anche tutte le pratiche dei giorni seguenti, biglietti per Don Khon e per il rientro a Bangkok a prezzi più concorrenziali che nelle tante agenzia in città. Essendo l’ultima città vera e propria del Laos ne approffitiamo per recuperare un po’ di cose allo shopping center locale, una via di mezzo tra un mercato tradizionale e un centro commerciale, dove si trovano tanti prodotti per l’occidente ma a prezzo da Laos (per intenderci, qualsiasi paio di sneakers di marca non passa mai i 10€), mentre se intendete procuravi souvenir non è luogo (meglio in alcuni posti sulle isole del Mekong, a sud come vedremo nei giorni successivi). Dopo aver ripreso contatto col mondo presso un internet point per cena ritorniamo a viziarci al Daolinh Restaurant rivendendo un po’ di facce già scorte in precedenza. Niente più caffè alla vietnamita, ma comunque un buon caffè laotiano è sempre disponibile. Poi per sistemare la schiena dopo i 371 km in giro per l’altopiano (come già detto, alcuni veramente pessimi) un massaggio articolare durante il quale la schiena suona come una batteria a tempo di rock. Percorsi 64 km in scooter, gli ultimi del viaggio su questo tipo di mezzo.  

 

Gli immancabili bufali d'acqua

 

24° giorno

Colazione al solito nel ristorante attiguo all’hotel poi con Pakse Travel partiamo per Shi Phan Don, o meglio le 4.000 isole del Mekong. Il servizio bus non è quello di linea e ci vengono a prendere all’hotel, facciamo una sosta lungo il percorso per cibo e bisogni fisiologici poi stop ai due luoghi di imbarco, il primo a Ban Hat destinazione l’isola di Don Khong e il secondo a Ban Nakasang per le isole di Don Det e Don Khon. In questo punto del Mekong il fiume si allarga fino ad oltre 16 km nella stagione delle pioggie, poco meno in quella secca come ora dove affiorano tantissime isolette sabbiose, mentre le tre citate (va detto assieme a molte altre) sono permanentemente raggiungibile ed abitate. Don Khong, la più grande a nord, la scartiamo perché sulla carta contiene meno attrattive, Don Det è famosa per la movida mentre Don Khon la più tranquilla e pacifica contiene anche la maggior parte di luoghi di interesse, così optiamo per questa anche perché collegata con un ponte a Don Det oltre al fatto che dopo essere sempre stati in movimento continuo vogliamo utilizzare questi ultimi giorni per riposarci e vivere l’atmosfera del luogo al ritmo locale. A Ban Nakasang sembra di essere ai mercati generali, si deduce velocemente che chiunque passi per il Laos qui terminerà il suo percorso (prima di entrare in Cambogia e continuare il viaggio, confrontandoci con tutti gli altri presenti sull’isola risultiamo di nuovo gli unici a dover far ritorno dopo aver visitato solo il Laos…), la barca per andare all’isola è una scelta non propriamente semplice, al momento di imbarcarci la si cambia varie volte (con zaino lanciato al volo da una all’altra) perché tutti i barcaioli abbiano un numero di passeggeri congruo, poi ci inoltriamo tra i tanti bracci del Mekong lambendo un bel wat, e facciamo scalo a Ban Khon, di fatto l’unico villaggio sull’isola che grazie al turismo si espande su tutto il lato nord dell’isola, divisa in due dal ponte che collega Don Det e dove occorre pagare la tassa di soggiorno per muoversi nella parte ovest. Nel luogo di approdo, dove le palme fiancheggiano il grande fiume, i bungalow sono ovviamente più cari che altrove in Laos così decidiamo di fermarci in una guest house sul lato interno, tipica costruizione laotiano palafittata molto bella e caratteristica, possibilità di soggiornare con amache nella parte sottostante e vecchie poltrone di vimini sulla grande terrazza all’ingresso, oltre al wi-fi gratuito. Mangiamo qualcosa nel ristorante di fronte e ci accorgiamo che qui occorre tempo per ogni cosa, ma del resto chi ha scelto di vivere qui è ricco proprio di quello. A piedi iniziamo l’esplorazione della zona a est dell’isola prendendo per il Wat Khon Tai, poi scendiamo sul sentiero che costeggia l’isola passando tra varie abitazioni, notando che nel fiume i grandi bufali sono padroni assoluti dell’acqua, fino ad arrivare alla deviazione per Don Pak Soi, raggiungibile su di un piccolo e traballante ponte che sorge sopra alle rapide. Eh sì, qui il Mekong non è navigabile in nessun punto, tra la parte nord e quella sud delle isole della zona ci sono circa 50 m di dislivello, in ogni braccio o canale del fiume sorgono cascate e rapide, alcune veramente spettacolari e a causa di questo fenomeno naturale i francesi durante il periodo coloniale costruirono una linea ferroviaria per collegare le due parti del fiume in modo da far scendere a valle le tante merci provenienti dal nord, in primis il legname. Ma non solo, anche alcuni tratti del fiume son stati sistemati con barriere protettive in modo da guidare parte dei carichi il più a sud possibile così da limitare al massimo l’uso del treno, che si rivelò però assolutamente necessario. Continuiamo a scendere a piedi verso sud, ma lo sterrato si inoltra nella giungla interna e dopo oltre un’ora dalle rapide decidiamo di rientrare alla base tagliando per le risaie al momento non predisposte all’uopo. Quando arriviamo alla guest house è già calato il sole e non riusciamo a gustarci quello che ci accorgeremo in futuro essere lo spettacolo assoluto del luogo, spettacolo che come un pifferaio magico attrae a se tutti i visitatori del posto, il tramonto sul Mekong. Vabbè, sarà per i prossimi giorni, finiamo a cenare in un ristorante scelto anche perché uno dei pochi pieni di gente ma che ci lascia insoddisfatti, come molti altri clienti presenti al nostro fianco. Finiamo la serata seduti sulle poltrone della guest house immersi nella lettura alternata alla visione del cielo stellato, con sottofondo di ventilatore come se i bei tempi andati delle terre di oltremare francesi fosse ancora attuale.

 

conitnua...

 



Luca viaggia con lo stesso spirito dei suoi esordi portando con sé non solo il fido zaino ma soprattutto un’innata voglia di conoscere e di vivere il viaggio, che non è solo vedere cose mai viste prima ma anche affrontare le sorprese, belle o brutte, che possono capitare dietro ogni curva.

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