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Il Nord Ovest Argentino - III

Data: 31/08/2012 ARGENTINA Categoria: Diari di Viaggio

13° giorno 

Con un remis (in pratica un taxi) partiamo alle 7 per raggiungere Salta via Valle Calchaquies, Cachi ed il P.N. Los Cardones. Il tutto costa 260p che diviso per 2 diventa più economico di un tour proposto da un’agenzia (che comunque per oggi nessuna propone). Non ci sono mezzi pubblici che facciano tutto il percorso, la valle è veramente dimenticata da tutto e non se ne capisce il motivo visto lo spettacolare paesaggio in cui è incastrata. Qui un tempo c’era il mare, l’emergere delle terre che diede vita alle Ande lascia le formazioni in bella vista e quello che si può ammirare lungo il percorso è impressionante. Si incontrano piccoli paesini, Payagostilla, Angostaco, El Carmen, La Arcadia, Molinos e Seclantas, ricordatevi che state percorrendo la più famosa, mitica ed impraticabile strada argentina, la Ruta Nacional 40 sogno di ogni vero caminante. Ora ha il chilometro 0 a Ushuaia ed il 4950 (più o meno…) ad un vago incontro tra Tres Cruces ed Abra Pampa nell’estremo nord argentino. Nonostante sia la più famosa strada argentina è spesso in condizioni impossibili, poche parti sono asfaltate e correndo sempre a ridosso delle Ande oltre a dover sempre essere nel mezzo delle curve presenta tratti a volte impraticabili causa condizione atmosferiche avverse. In uno dei piccolo paesini ci fermiamo a far colazione, gustandoci luoghi dall’integrità ancora intatta. Sullo sfondo, dall’alto dei suoi 5700 m fa bella mostra di sé e dei suoi ghiacciai il Nevado de Cachi. Arrivati nel pueblito più famoso, Cachi, ci ristoriamo in un bar della piazza, il Cafè Oliver prima di ammirare le costruzioni di pietre cotte al sole che riempiono il posto. Da qui si sale verso il P.N. Los Cardones (è il nome del fusto del cactus candelabro, il più bello e famoso tra i vari tipi di cactus), che regala colori splendidi. Il Passo di Pedra del Molino (3348m) fa da spartiacque verso la Costa del Obispo. Da qui, con una discesa increbile in 41 km si raggiunge la valle a circa 1150 m. La vista dall’alto è inquietante, nel caso di incroci con altri mezzi c’è da aver paura, ma nel cielo vi allieteranno le visioni di condor padroni dei cieli. Il remis ci scarica a Salta presso el Hostal Salamanca dove si possono avere svariate info su cosa fare e come organizzarsi per l’estremo nord andino. Cena presso Barbas sulla strada lungo il parco cittadino, poi giro della animatissima zona centrale piena di bar all’aperto, spettacoli e gente allegra.

 

Il Salar de Arizaro

 

14° giorno

Con l’agenzia di Raul ci organizziamo per raggiungere un luogo che col pianeta terra ha poco a che fare. L’escusione di 2 giorni nella Puna argentina (gli altipiani andini) costa sui 550p a testa, se siete in 3 o 4 riuscite a spuntare prezzi migliori. Dico subito che questa era l’unica maniera di raggiungere tali luoghi, il percorso non è semplice ed una guida è obbligatoria. Visto che il famoso Tren a Las Nubes non marcia più da quasi 3 anni, evitate di pensare a questa opzione, anche se la troverete esposta in tutte le agenzie di Salta che sono numerose. Il viaggio in auto costeggia spesso quel percorso, e vedere i numerosi viadotti di ferro è cosa comune. L’asfalto ben presto cede il cammino allo sterrato e velocemente si inizia a salire. Prima sosta a Santa Rosa de Tastil per un caffè e per andare a vedere le rovine di una fortificazione preincaica su di una collina che domina la valle. Si raggiunge poi S. Antonio de los Cobre (dove facciamo provviste per il pranzo), luogo di miniere dove un tempo fermava il treno e da qui in poi inizia più che un viaggio un’avventura della mente. Velocemente si sale al Passo Abra del Gallo (4630 m), dove i sintomi dell’altura possono colpire. Qui il vento è forte, ed anche per una veloce foto si può passare dal caldo del sole al freddo intenso, ma gli scenari iniziano a farsi paradisiaci. Scendiamo verso il Salar de Pastas Grande (dove ci fermiamo per il picnic) e poi riprendiamo per il Salar de Pocitos, luogo di incontro tra treno e ben 2 strade differenti per raggiungere il confine con il Cile. Il treno da carico ci dicono che dovrebbe ancora girare 1 o 2 volte alla settimana ma viste le condizioni dei binari siamo tentati di non crederci. Per accedere al Cile la strada che prendiamo noi non è aperta ai viandanti se non su richiesta specifica. I dintorni del passo di Socompa, in seguito agli scontri legati al Canale di Beagle durante la Guerra delle Falkland/Malvinas fu minato da parte dei cileni e visto dove si trova non è ancora stato bonificato. Faccio presente che da S.Antonio non abbiamo più incontrato nessuno per oltre un giorno di viaggio. La strada quando non passa nel mezzo dei vari salares attraversa a volte sabbie difficilmente affrontabili da chi non abbia molta esperienza con questo tipo di terreno. Arriviamo poi in un luogo marziano chiamata Sietes Curvas. Descriverlo è impossibile, immaginate un’enorme valle rossa ripiena di montagne tondeggianti e rosse a loro volta che danno l’impressione di ingoiarvi. All’aprirsi della valle lo sguardo vaga perduto incapace di focalizzare qualsiasi cosa (stesso problema che si verifica alla macchina fotografica...). Passato questo luogo che pare frutto di immaginazione o di un acido ipereale, arriviamo alle montagne di velluto dove è più facile incontrare vicuňas (che sono specie protette, se ne uccidete una vi prendete 5 anni di gabbia) che a Bologna gatti e cani, passando per il Salar del Diablo. Oltre a queste si incontrano con facilità le volpi del deserto, oltre ad infiniti uccellacci che pare non aspettino altro che la vostra carcassa da spolpare. Dopo tutto questo arriviamo nel pueblito di Tolar Grande, centro mineiro dotato di tutto, compreso un complesso sportivo inviadiabile. Presi accordi per la notte presso una casa del posto per la cena serale, continuiamo per il Salar de Arizaro. Ci sono altri 80 km di pessima strada per arrivare ad una delle cose più incredibili che si possano vedere. All’interno di un grande salar, lungo oltre 200 km e largo più di 30, attorniato da montagne di oltre 6000 m si erge imperioso un perfetto cono di oltre 150 m. Questa incredibile ed attualmente inspiegata formazione rocciosa è il Cono de Arita, e quando il sole splende la visione è indicibilmente favolosa. Se non fosse per Raul che richiama l’attenzione all’orario saremmo ancora là come 2 che hanno perso la ragione e non fanno altro che scattare foto. C’è da dire che quassù le condizioni del tempo variano velocemente ed il passare di nuvole regala colori sempre differenti. Visione assoluta, conturbante e quasi disturbante per quel suo racchiudere bellezza, perfezione e lontananza, visibile da quasi 50 km di distanza e associabile ad un miraggio (qui chiamato Fata Morgana). Rientriamo col buio al Refujio de Tolar Grande Afapuna,costituito da 2 grandi stanzoni da 20 persone cadauno, uno per donne e l’altro per uomini dotato di ogni comfort, in primis quello di svariate coperte. Ad oltre 3500 m, oggi senza riscaldamento, faranno comodo. Siamo la sola presenza, all’interno c’è il libro dei viandanti e noterete che ben difficilmente, mineiros a parte, ci sono più di 3/4 viandanti a settimana. Ma colpisce leggere che una coppia italiana ci abbia passato il Natale in luna di miele. Cena presso la casa di una signora allertata per tempo che ci preparara milanesa con ensalada. Posso dormire tranquillo, ho sognato tutto il giorno…

 

Il Cono de Arita emerge come un miraggio nel mezzo del Salar de Arizaro

 

15° giorno

Se Tolar Grande ci era apparsa in un luogo fatato, Raul non ci aveva ancora portato all’interno del salar de Tolar Grande. Qui emergono svariati ojos (grandi spaccature della crosta salata da dove sbuca l’acqua) che provocano colorazioni favolose e danno vita a forme di cristalli impensabili. Fare giochi con la macchina fotografica è qualcosa di irrinunciabile, piccolle torri di 5 centrimetri si trasformeranno in grattacieli da big town, insomma libero sfogo alle fantasia e vi sentirete Alice nel paese delle meraviglie. Rientriamo col percorso del giorno precedente passando dal Salar de Pocitos osservandolo al suo meglio, visto che il giorno prima avevamo preso una piccola bufera proprio qui nel mezzo. A Pocitos prendiamo la via esterna verso il Salar de Cauchari sempre costeggiano un numero impressionante di vicuňas e lama. Si incrocia la via per il Paso de Sico, aperto al traffico in direzione cilena anche se la strada è in ripio. Da qui ci inerpichiamo verso El Viaducto. Se c’è un’immagine del nord andino che viene sempre riproposta è quella del Viadotto della Polvorilla, un immane ponte lungo 224 m ed alto 64 ad una altezza di 4200 m. Opera tra l’assurdo e l’insensato, fu costruita in Italia e poi installata in mezzo alle Ande. Si narra che il primo treno che passò fece scendere il livello del ponte di oltre un metro, e fra i costruttori di questa pioneristica ferrovia ci fu il maresciallo Tito, quando di Jugoslavia ancora non parlava. Il treno serviva a portare le ingenti quantità di materia prima verso il porto cileno di Antofagasta molto più vicino che la capitale Buenos Aires. Da là le merci potevano raggiungere comodamente l’Europa attraverso il canale di Panama ad anche l’Asia senza dover circumnavigare l’ostico Capo Horn e senza dover passare per il conteso Canale di Beagle. Ripercorriamo il cammino fino a rientrare di nuovo a Salta via Quebrada del Rio Toro, dopo aver percorso in 2 giorni oltre 900 km di cui solo 150 su asfalto. Abbiamo fatto una sfacchinata, inutile nasconderlo, ma si può dire che luoghi simili siano unici, quindi a questo punto qualsiasi fatica ne vale la pena. Arriviamo a Salta di nuovo al Salamanca, con solo la voglia di mangiare qualcosa da Alvarez uno dei pochissimi ristoranti aperti. Oggi è l’ultimo dell’anno, qui si cena in casa e poi si sparano fuochi per lungo tempo. Ma noi siamo già cotti ed a letto, tempo per divertirci ne avremo quando i luoghi della terra saranno meno interessanti.

 

16° giorno

In giro per Salta la Linda c’è poca gente, o meglio nessuno! Visitamo la chiesa di San Bernardo ed ammiriamo il portale che da sul convento senza poter entrare perché vige ancora la clausura. Facciamo un giro per ammirare gli splendidi palazzi della più importante città del nord argentino, poi decidiamo di salire al Cerro S. Bernardo. Ma visto che el teleferico oggi non funziona ci facciamo portare da un taxi. La vista è un po’ chiusa nel versante nord, mentre sulla città si possono vedere costruzioni e valli adiacenti. Scendiamo a piedi i 1070 gradini in mezzo ad un caldo tremendo per trovarci ai piedi del monumento a Gϋemes. Ora, ai più questo nome poco dirrà, come quello di Quiroga riportato giorni fa. Sappiate solo che fu uno dei generali a capo dell’indipendenza dagli spagnoli, caudillo del nord ed eroe legato ai gauchos di qui, di cui almeno il famoso cappello a falda larga e piatta è diventato famosissimo. Leggenda narra che nacque già eroe e già di bronzo… Ci troviamo nella zona se non bene benissimo della città, mi vien difficile pensare che qui abbiano sentito il crack del 2002! A questo punto ci rifocilliamo in uno dei pochi ristoranti aperti, cadendo veramente in piedi presso Resero, con un bife de chorizo superlativo.

 

Il marziano aspetto della zona de Sietes Curvas

Il marziano aspetto della zona de Sietes Curvas

 

17° giorno

Raul ci passa a prendere di mattina presto per un’altra escusione in direzione nord. Prima fermata in quel di Purmamarca dopo aver ammirato la montagna dai sette colori. Forse sono anche di più che 7, ma ormai pensare ad una montagna a “tinta unica” ci vien difficile. Il pueblito è molto carino ma turisticissimo, con un bel mercato ma con prezzi adattati al viavai di gente (per quanto ci possa essere turismo qui…). Partiamo per Salinas Grande, con una forte ascesa che ci porta ai soliti 4000 m, C’è da dire che dopo qualche giorno l’altura diventa abitudine ed il problema del soroche non si fa minimamente sentire. Salinas Grande è qualcosa in stile Uyuni, poligoni di sale delimitati ai bordi da montagnette di colore bianco-rosa. Spettacolo splendido, chi ha già visto Uyuni può apprezzare alla grande (ma ricordatevi che non è Uyuni, quella folle ed impossibile bellezza non è riproducibile), chi in quel luogo “obbligatorio” non è passato rimarrà estasiato. Nel mezzo si incontrano lavoratori di pietre e sale intenti ad intagliare oggetti che poi rivendono a pochissimi pesos. Li troverete completamente coperti, con passamontagna che chiudono ogni spiraglio dal sole. Starsene qui in mezzo ai riflessi del sale a quasi 4000 m vuol dire venir cotti dal sole e nessuna protezione solare è sufficiente. Quindi attenzione e vedete di non rimanere troppo tempo esposti ai riflessi del sole sul sale e tantomeno a quelli dell’acqua nelle vasche di sale dove questo viene estratto. Da qui Raul ci porta sulla nostra amata Ruta 40 verso nord. Ogni tanto in mezzo al nulla incontriamo abitanti locali che si spostano in bici, ma anche viaggiatori che discendono la ruta verso Ushuaia in bici o moto. Il fascino di questa strada resta elevatissimo. Sbuchiamo nei pressi di Abra Pampa sulla RN9, dove ci fermiamo per recuperare un po’ di cibo e ad informarci sulle condizioni delle strade per raggiungere la Laguna Pozuelos. Usciti dal pueblito la RP7 si inerpica verso il Monumento Natural Laguna de los Pozuelos. Ma chiamarla strada non è propriamente giusto ed appena il cielo si oscura una nuvola fa cadere pioggia, neve e grandine sulla strada che si trasforma in fiume. Ad un guado troppo grande dobbiamo fermarci e ne approffitiamo per pranzare. Atteso che il grosso dell’acqua si sia spostato, Raul tenta l’attraversamento, cosa che sarà ripetuta più volte perché fiume e strada per lunghi tratti saranno la stessa cosa. In un modo o nell’altro Raul riesce a condurci fino alla laguna, ma viste le scarse precipitazioni l’acqua non è proprio così vicina. Ci vogliono circa 40’ per arrivare a piedi al limite dell’acqua ed avvistare l’infinita colonia di fenicotteri (andini, cileni e di James, qui ci sono tutte e 3 le tipologie del Sud America) dopo avviamente aver incontrato vicuňas a più non posso. Silenziosi e tranquilli al nostro arrivo iniziano a spostarsi, ma alcune formazioni in volo regalono splendidi spettacoli. In mezzo al nulla incontriamo il pueblito di Cieneguilla (ogni piccolo pueblito ha la sua scuola statale e tutte sono numerate, qui nella pizza principale c’è una lapide con l’inno argentino…) dove troviamo la strada per La Quiaca, luogo dove l’Argentina termina. Trovato da dormire presso il Residencial Merced, decidiamo di fare un salto al mercato boliviano di Villazon. Per attraversare il confine non serve nulla se si rientra in giornata, è un viavai continuo di genti e merci perché a Villazon tutto costa non poco ma pochissimo. Ci si trova di tutto, potete pagare in pesos, bolivianos, dollari ed euro, solo che nelle prime 2 valute avrete il resto nella stessa moneta e ci rimettete di meno. I prezzi sono imbarazzanti dal tanto son bassi, provare per credere! Ad un bar ci ferma un’insegnate argentina che ci tiene una lezione su come intende l’insegnamento ed il cooperativismo, ed esalta la recente situazione boliviana legato a El Evo, come chiama confidenzialmente Evo Morales il recente presidente indio della Bolivia. Raul la pensava diversamente, ma sembra che trovino molti punti in comune. Comunque la figura di Evo Morales, come constateremo in seguito a contatto con molti giovani argentini ed uruguagi, è assieme a quella di Hugo Chavez la nuova icona della ritrovata identità sudamericana. Rientriamo a La Quiaca dove veniamo accolti dal cartello che ci segnala che Ushuaia (dall’altra parte dell’Argentina) dista 5.121 km e ci vien da pensare che esattamente 365 giorni prima eravamo con altri 4 compagni di viaggio proprio in quel posto. Cena presso Kasola, visto che La Quiaca non propone molte alternative (a chi interessa stavano cercando un cuoco, un lavapiatti ed un cameriere).

 

18° giorno

Si parte di prima mattina per Yavi dopo aver fatto colazione nell’hotel dove stava la nostra guida (per lui i nostri standard erano troppo basici…). Il caratteristico pueblito sorge a 16 km da La Quiaca, attraversato l’altopiano dei Sietes Hemanos, ma pare di essere in un luogo completamente differente.Vie acciottolate, case di mattoni cotti al sole tutte ordinate e hostales splendidi fanno di Yavi una piccola oasi. Gente cordiale che vi illustra in lungo e largo storie del luogo e loro personali, tanto gentili e prolisse che ne approfitto per ricaricare la batteria della macchina fotografica nella chiesa mentre la custode parla e parla… Poi iniziamo a scendere verso la Quebrada de Humahuaca, patrimonio mondiale dell’Unesco. Ci fermiamo nell’omonimo pueblito, caratterizzato da un Cabildo particolare col tetto blu e dal monumento di ringraziamente agli indios che lottarono e caddero per l’indipendenza dagli spagnoli. Luogo trafficato e pieno di ristoranti, scegliamo il Kalapurca perché serve piatti a base di lama. Quello completo di mostaza e purè si rivela una delizia unica con la solita spesa minima. Continuiamo a scendere la quebrada (con varie Animite dedicate in primis al Guachito Gil,una specie di Robin Hood all’argentina ora protettore dei camionisti) con sosta ad Uquia, famosa perché nella chiesa vi sono gli Angeles Arcabuceros, ovvero angeli dipinti con armi in pugno. Pittori indios della scuola di Cuzco diedero fondo al loro modo di vedere le cose, questo è quanto lasciarono alla posterità. Poi si arriva a Tilcara che però non ha nulla di particolare se non una grande confusione ed infine Maimarà famosa per il suo cimitero panoramico esposto al pubblico. Da una piccola collinetta nelle vicinanze si gode una splendida visione della Tavolozza del Pittore che altro non è che la montagna di fronte coi suoi smaglianti colori. Raul ci lascia a Jujuy,  presso el Hostal Yak-Wani ed incredibilmente ritrova Alejandro che un tempo gestiva per lui un luogo analogo a Salta. Alejandro ha organizzato per la serata un asado generale per gli ospiti, avevamo mangiato molto tardi ma ci vien difficile rinunciare ad un mezzo asado a testa quando dobbiamo compartire la tavola con 10 ragazze argentine ed uruguage. Alla fine per due spicci mangiamo quanto vogliamo e beviamo tutto quello che chiediamo, veniamo istruiti sulla storia dell’Uruguay, sulla sua lunga dittatura dal ‘73 al ’85 e solo quando inzia a far mattina troviamo la strada del letto, dopo però una lezione storica incredibile. Quello che emerge ora sono le grandi aspettative di cambiamento a livello sociale che i recenti cambiamenti politici ispirano. Gli argentini (discorso diverso per l’Uruguay, dove il recente cambio di governo, la prima volta della sinistra, lascia spiragli di cambiamento e tempi seppur minimi di attesa), soprattutto i giovani, avrebbero la voglia di incontrare anche loro un Morales od un Chavez, perché iniziano ad aver paura che con governanti legati a vecchie appartenenze alla fine nulla cambi. In questo l’esempio venezuelano ed il recente boliviano ha segnato profondamente l’immaginario delle generazione sotto i trent’anni, quelle “vissute” senza il peso delle dittature militari sia argentine che uruguagie.

 

continua...

 



Luca viaggia con lo stesso spirito dei suoi esordi portando con sé non solo il fido zaino ma soprattutto un’innata voglia di conoscere e di vivere il viaggio, che non è solo vedere cose mai viste prima ma anche affrontare le sorprese, belle o brutte, che possono capitare dietro ogni curva.

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