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Etiopia: Dancalia e Rotta Storica - II

Data: 30/05/2014 ETIOPIA Categoria: Diari di Viaggio

 

7° giorno

 

Di prima mattina si vanno a visitare le saline che fiancheggiano il lago Afera, il cielo è incredibilmente velato ma la temperatura non cambia. Qui, per raccogliere il sale viene portata l’acqua del lago in apposite saline (un tempo la depressione della Dancalia era il fondo del Mar Rosso, una volta ritiratosi non c’è più stata l’acqua ma il sale è rimasto), vi si lavora ancora manualmente ma con mezzi non completamente arcaici come vedremo ad Ahmed Ela, un lavoro duro ma non impossibile, che viene svolto principalmente in inverno. Le saline sono numerose, vengono lavorate una per volta, svuotate con pale che caricano carriole che portano il tutto al di fuori delle saline dove poi il materiale verrà caricato sui camion.

 

Rientriamo ad Afdera, dove ci prepariamo la colazione nell’attesa della riparazione della sospensione della jeep. La cosa va per le lunghe, c’è tempo per rilassarsi al bar locale e per svolgere le pratiche relative alla scorta armata che da qui in poi dovrà essere al nostro fianco. La coppia di poliziotti assegnataci pare Gianni&Pinotto, diciamo che saranno anche loro in escursione ma pensare che questi possano provvedere alla nostra protezione in caso di incursione eritrea pare difficile. Solo nel pomeriggio iniziamo a muoverci, e dopo pochi chilometri la pista non esiste più e si procede dove la sabbia è meno profonda e le rocce più solide. Da qui iniziamo a mangiar sabbia costantemente, aiutano mascherine o veli di protezione ma non è che risolvano il problema.

 

Lungo il percorso si vede una enorme roccia che da lontano da l’idea di monolite tipo Ayers Rock, ed i colori, più quelli della terra nei dintorni che quella della roccia, sono un bel vedere, con tutto attorno vulcani. Il famoso Erta Ale è tra i più bassi, ma lo si nota perché sempre sovrastato da una cortina di fumo. Anche se non pare particolarmente lontano arrivarci è un’impresa, ed in giornata per noi resta una chimera. Il percorso è impraticabile, dopo 4 ore e mezza abbiamo percorso quasi 90 km, è già buio e dobbiamo fermarci vicino ad alcune abitazioni dei locali Afar, che dopo qualche trattativa ci permettono di campeggiare, di utilizzare i loro spazi e soprattutto di utilizzare il loro pozzo.

 

Si montano le tende e si prepara il campo, non c’è possibilità di usare acqua per lavarsi (ovvio che qui non sappiano nemmeno cosa sia un bagno, ma c’è tutto lo spazio del mondo per i propri bisogni…), perché la poca che il pozzo fornisce viene usata solo a scopi alimentari. Gli autisti sono abilissimi nel creare l’illuminazione per cucinare, usando le lampadine delle jeep collegate con lunghi cavi alle batterie e poste su rudimentali pali, così da non dar troppo fastidio alla gente del luogo non abituata alla luce ma permettendo di farci da cena (riso in busta, verdure tirate con berberè, auricchio a volontà e tonno). In lontananza si vede il fuoco che arde dentro al vulcano Erta Ale salire in cielo e arrossare le nubi, primo contatto con questa meraviglia della natura nascosta in questo luogo inospitale.

 

Un lavoratore del salre mentre si prende una pausa

Un lavoratore del sale mentre si prende una pausa

 

8° giorno

 

Colazione da campo alle prime luci dell’alba, mentre smontiamo le tende che notiamo alzate nel mezzo di un possibile percorso (tanto di notte da queste parti nessuno circola), poi sosta al pozzo per recuperare acqua e via verso la base del vulcano. I chilonetri sono 18, ma serve un'ora e mezza per arrivare, non parliamo di strada, si va dove la lava permette. Incontriamo anche un villaggio Afar che sorge nel bel mezzo della lava dove non esiste nulla per ripararsi (qui in estate la temperatura varia tra i 60° ed i 65°, ed anche ora non scende sotto ai 40°…). Arrivati al luogo dove lasciare le jeep dobbiamo attendere fino alle 15:30 per poter salire, altrimenti sole e temperatura ci ucciderebbero. Nel frattempo trattiamo per qualche dromedario che porterà vettovaglie e guida per indicarci il cammino, notando che l’uomo costa meno che l’animale.

 

Attendiamo la partenza rifugiandoci sotto ad una veranda improvvisata costruita con un telo steso tra 2 jeep a mangiare e far passare il tempo, mentre le guide gradirebbero insegnarci a sparare col kalashnikov. Ok che non si veda nulla in giro, ma il solo sentire gli spari inquieta, ma inquieta anche il fatto che pare se la prendano a male se nessuno si lanci nell’addestramento. Così Oswald decide di assecondare le guide facendo tornare il sorriso sulle loro labbra. L’ascesa al vulcano dura circa tre ore, dipende dal passo, ma le prime due sono poco più di una passeggiata: i circa 700m di dislivello sono tutti nell’ultimo tratto (il vulcano è a 612 metri, ma si parte da circa -100 m). Quando si arriva in vetta, al di sotto si apre un piano interamente coperto da lava di vecchie eruzioni, c’è un passaggio non propriamente semplice per scendere che porta alla caldera più particolare di tutto il pianeta.

 

Al suo interno si apre un lago di magma costante e continuo, come se il cuore della terra qui emergesse e non si solidificasse mai, uno spettacolo che lascia senza parole. Il cuore della terra alla portata dei miei occhi, anzi volendo ci potrei finire dentro tanto qui non esistono protezioni, limiti stabili e guide che ti indichino dove andare e dove no. Lo spettacolo osservato sul far della sera è un’emozione enorme, una visione che ripaga di qualsiasi sforzo affrontato per arrivare in questo luogo che definire inospitale è un eufemismo. Non si vorrebbe mai andar via, le esplosioni all’interno della caldera sono continue e le mutazione costanti, il fuoco di pietra fusa regala visione da Venere e non da pianeta Terra, ma ad un certo punto occorre rientrare sul bordo superiore perché dormire quaggiù potrebbe essere a rischio vita. Già, le esalazioni sono tossiche, fino a quando si vedono i fumi puntare sull’altro versante si può star tranquilli, ma se rimanendo a dormire qui non ci si accorge che cambiano verso, il giaciglio che offre la lava potrebbe diventare la propria tomba. Così meglio tornarsene sul bordo principale, non si vede il lago di magma ma il fuoco colora il cielo sovrastante e lo spettacolo continua.

 

Si dorme lì, occorre un sacco a pelo perché di notte la temperatura si abbassa parecchio e qui non si è sotto al livello del mare, poi se non volete rovinarvi la schiena un materassino potrà salvarvi. Per cena non eravamo andati oltre a tonno e simmenthal, col solito auricchio prima disprezzato e ora amato come specialità sopraffina. Serve acqua, tanta, perché il bisogno di bere che generano la salita, il caldo ed i fumi è molto forte. Una nota sul vulcano col lago di magma: ne esistono 4 al mondo, in Islanda l’Erebus (ma il lago è sotto ad un ghiacciaio), sul Kilauea alle Hawaii e sul Nyragongo in Congo, ma questo in Dancalia è l’unico in cui costantemente è visibile l’occhio di fuoco.

 

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L'Erta Ale, dalla caldera sempre attiva

 

9° giorno

 

Sembrerà strano ma quassù c’è un gran via vai di genti e dromedari, fra viaggiatori come noi, studiosi e guide, c'è poco silenzio e con l’arrivo della prima luce tanto vale alzarsi e tornare in escursione al vulcano. Lo spettacolo col sole nascente è altrettanto splendido, e potendoci vedere si può raggiungere senza problemi anche la seconda caldera, molto più grande ma senza laghi magmatici all’interno. Si riesce a fare il periplo del cratere più interessante, rimirandosi le continue esplosioni, anche se una ventata anomala fa deviare i fumi e ci troviamo quasi immediatamente al limite dello svenimento. Fondamentale aver acqua al seguito per questo periplo, ma non farlo sarebbe da pazzi, poi rientrati sul bordo più alto e fatta colazione alla meno peggio si scende quando ancora il sole non fa la voce grossa.

 

Arrivati alle jeep abbiamo tempo per uno spuntino, ma dobbiamo partire il prima possibile perché le condizioni della strada sono pessime. Troviamo un pozzo dove recuperare un po’ d’acqua (ma in prima battuta alcune donne al nostro arrivo ci tirano sassi), poi nella parte centrale della depressione (qui altre indicazioni non esistono) risaliamo verso nord in direzione Ahmed Ela. Percorriamo un terreno talmente arso che le crepe sulla terra in alcuni casi possono contenere una piede. Poi la situazione migliora, si trova anche un po’ di verde ed iniziamo a cercare un luogo vicino ad alcune tende Afar dove passare la notte. Fra guida Afar e scorta pare esserci qualche incomprensione, avremmo trovato un luogo tutto sommato nemmeno male, ma la scorta vuole qualcosa di diverso, pare di capire che preferisca arrivare ad un altro villaggio, forse più amico, dove si saranno accordati per farci fermare così da lasciare i nostri avanzi che per loro sono tutte cose favolose.

 

Dopo almeno 4 ore di jeep abbiamo percorso appena 70 km, ci fermiamo e montiamo il campo, attorniati da tanti bambini che non si capisce da dove possano arrivare. Anche qui acqua zero, ma per bagno spazi infiniti. Per cena è la sera di tortellini ai funghi, che definire immangiabili è poco. Ma questo c’è e questo si mangia, fortuna che con crackers, tonno ed auricchio ci prepariamo tartine prelibate che ci danno una carica incredibile in questo luogo che definire impossibile è poco.

 

Gli incredibili colori di Dallol

Gli incredibili colori di Dallol

 

10° giorno

 

Colazione al campo, poi si parte nelle mezzo del nulla, lungo un terreno con crepe dove potrebbe infilarsi una gamba intera. 20 km ancora e sosta presso un villaggio in cui veniamo accolti senza paure, lanci di sassi, gente che si nasconde o robe simili. Forse sarà per via della produzione locale e della loro abitudine a commerciare. A 2 km di distanza (che sotto un sole infernale sembrano una maratona) si trova una fabbrica di birra. Una volta sul luogo di produzione vediamo alcune palme tagliate, dove nella parte bassa del fusto viene inserita una foglia che fa cadere un liquido tra il bianco ed il trasparente in un cono non più alto di 15 cm. Questa è la produzione locale di birra, di questi contenitori ne troviamo vari ma non oltre i 20, ci vien spiegato che per riempire i coni servono almeno 6 ore, ma alla fine della visita nessun assaggio, evidentemente la produzione del prelibato liquido è talente importante per la sopravvivenza delle genti del villaggio che nemmeno l’amichevole ricevimento può cambiare le abitudini secolari.

 

Continuiamo nel mezzo di una assolata e disabitata depressione, insabbiarsi è cosa normale, mentre cercare di liberare le jeep è piuttosto difficoltoso. Ad un certo punto liberarne una diventa impossibile, anche scavando (e a molti tocca farlo a mano) non si arriva che a sabbia su sabbia, non è possibile arrivare vicino al mezzo con un’altra jeep per trainarla vista la paura di insabbiarne una di più, così una volta atteso il ritorno delle prime jeep passate si decide di lasciarla con l’autista nel mezzo del nulla per tornare con mezzi più adeguati. Unica possibilità di sopravvivere per l’autista quella di rimanere sotto la jeep, visto che non c’è ombra da nessuna parte dove l’occhio umano getti la sua visuale.

 

A 40 km dal luogo dell’insabbiamento, percorsi viaggiando a caso per cercare di evitare altre insabbiature, arriviamo al villaggio di Ahmed Ela, un insediamento di baracche di rami in prossimità della piana del sale. Troviamo alloggio presso una capanna che ha steso alcune stuoie al di sotto di una veranda che da verso nord, quindi non invasa dal sole, e cerchiamo il bar del posto, dove per qualche ora del giorno pare esserci elettricità, e quindi qualche bibita fresca. Di fresco solo succo di mango, c’è anche aranciata e pepsi, ma calde, nel frigo durante il periodo di elettricità c’era spazio solo per il mango. Scaricati gli zaini e visionato il luogo ci accorgiamo che c’è un posto per docciarsi (se qualcuno procura l’acqua), ma non c’è in tutto il villaggio un bagno, nemmeno la solita buca che si trova un po’ ovunque. Così meglio attendere la notte per trovarsi un proprio luogo.

 

Vicino alla nostra capanna sorge la caserma dell’esercito, qui siamo a ridosso del presunto confine con l’Eritrea e le incursioni “nemiche” sono all’ordine del giorno. Nel pomeriggio dovrebbe passare la carovana del sale, le genti di qui dicono che oggi dovrebbe essercene una importante, stando ai tempi ed ai giorni del loro calendario. In effetti, una volta presa posizione sull’argine di un ipotetico fiume iniziamo a scorgere una fila interminabile dal villaggio alla piana, lentamente arrivano i dromedari ed i muli carichi di piastrelle di sale, accompagnati dai tagliatori e dai portatori che dovranno risalire gli altipiani per portare il sale e barattarlo con tutti quanto servirà per vivere quaggiù nella depressione della Dancalia. Lo spettacalo è fuori dal tempo, non termina mai, la carovana una volta entrata nel villaggio lo attraversa passando dal posto del dazio (dove viene trattenuta una tavoletta di sale a seconda del numero degli animali di ogni capobranco) per poi iniziare la lunga marcia per le montagne.

 

Qui siamo a circa 160 m sotto il livello del mare, loro dovranno arrivare a circa 2500 m, un percorso sfiancante e della durata indicativa di una settimana. Spettacolo incredibile, sembra di assistere ad un documentario invece ci si trova nel mezzo di vita vera, le genti sono molto cordiali anche se non hanno il tempo di fermarsi nemmeno per una bibita da offrigli, un rito che si protrae da tempi immemori e che a oggi rimane l’unica possibilità di sopravvivenza per la popolazione Afar che qui vive. Sono oltre 2000 gli animali che passano questo pomeriggio, lo spettacolo sembra non terminare mai e solo la sera che si fa largo ci fa desistire dall’osservare la lenta e lunga marcia. Fortunatamente mentre noi eravamo presi dalla visione primordiale della carovana del sale, gli autisti erano tornati a liberare la jeep insabbiata (usando una lunghissima panca di ferro sbullonata da mettere sotto alle ruote) e nel frattempo avevano fatto sosta ad un pozzo per portarci acqua per le doccie.

 

Gettarsi addosso acqua dopo tanto tempo che non ci si poteva lavare, in un ambiente ostile, caldissimo e salato ovunque, riempito da esalazioni tossiche è qualcosa di paradisiaco, la doccia migliore della vita, anche se fatta riempiendo un secchio e buttando acqua dal fondo di una bottiglia tagliata per far da colino. Poi cena, al solito pasta con tonno e auricchio, con quel po’ di affettati che ancora non si erano fusi al caldo. Col calare delle tenebre è tempo di toilette, ma occorre fare attenzione ai camminamenti delle guardie di confine, anche quando pare essersi nascosti ben bene nel mezzo del nulla al buio qualche sentinella incredibilmente passa, son sempre molto gentili, ma la situazione sulle prime può essere imbarazzante. Notte sotto le stelle, visibili per forza visto che non c’è il tetto dove dormiamo e non esiste una luce nel giro di 100km.

 

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L'interminabile carovana del sale

 

11° giorno

 

Colazione da campo, poi via verso la piana del sale che si raggiunge scendendo lungo il letto del fiume e poi attraversando un pantano dove anche le jeep faticano ad avanzare. Ovviamente i lavoratori del sale devono fare questo martirio ogni giorno andata e ritorno (3 ore all'andata e altrettante al ritorno, da aggiungersi al lavoro vero e proprio…). Spettacolo fantastico vedere i dromedari ritornare nel centro della piana di prima mattina controsole, poi raggiungiamo un luogo imprecisato dove abbiamo solo sale alla vista. Bianco ovunque, con le forme saline che fanno bella mostra di sé. Si notano anche i tanti militari che ci fanno da protezione, qui non è presente solo la nostra scorta, ma un mezzo esercito armato di fucili ad alta precisione, mitragliatori e strumenti per la visione a lunghissima distanza. Tutti tranquilli e friendly, ma in mezzo a questa pace della natura (ostile quanto si vuole, ma assoluta) la cosa inquieta.

 

Spazi interminabili, luce accecante, sensazione di straniamento fortissima, uno spettacolo che solo il meraviglioso Salar de Uyuni in Bolivia può essere ancora più intenso, ma questo è solo un assaggio delle visioni giornaliere. Si continua verso bastioni che da lontano, fra miraggi ed impressioni, paiono le mura di una città, mentre lo strato di sale si colora di nocciola per poi divenire ocra e giallo. Ci fermiamo al limite di un vulcano bassissimo e coperto di forme saline dagli strani colori per salirne sulla larga sommità. Questo luogo si chiama Dallol, e quello che ci aspetterà non può essere descritto né rappresentato da foto: i colori son talmente intensi e numerosi che la situazione può essere paragonata a quando, da piccoli, ci veniva descritto il pianeta Venere. La salita corta ma non semplicissima, per via dei detriti del sale in forma cristallina, porta in cima ad un pianoro ricoperto da formazioni saline dove piccole solfatare immettono acqua a temperature ustionanti ed emissioni tossiche. Fortunatamente (per lo spettacolo…) vento inesistente e stando accorti non se ne respirano.

 

È un susseguirsi di formazioni con piccoli laghetti gialli, ocra, verdi, rossi, azzurri, indaco, insomma qualsiasi colore che ci è dato dalla natura. I piccoli getti di acqua rendono le solfatare bianchissime e permettono a queste formazioni di rispecchiarvisi, non si smetterebbe di osservare il tutto, e per fortuna questo pianoro è talmente grande che si può percorrerlo a lungo senza fermarsi subito e svenire! Ammaliati da questo splendore che non ha eguali, in un luogo senza limiti imposti, dove si può andare ovunque ad osservare quello che più ci piace, si perde la cognizione del tempo e l’unica situazione che riporta sulla terra è la grande concentrazione di militari che in ogni dove ci osserva. A loro nulla importa se qualcuno finirà morto per via dei gas tossici o ustionato in una pozza, l’importante è che bande eritree non vi rapiscano.

 

Veniamo poi a sapere che questa situazione si è verificata 15 giorni prima del nostro passaggio: ostaggi son finiti quattro autisti, due jeep e una turista tedesca (attualmente una jeep e due autisti sono ancora in mano nemica). Al rientro, ancora inebetiti da tanta bellezza, andiamo a visitare il canyon di sale che da lontano pareva una città. Qui si possono ammirare le tante età del luogo, ogni strato rappresenta un’era ben precisa. Ritorniamo sui nostri passi, osservando come le jeep in lontananza sembrano viaggiare all’interno di un miraggio, cielo sopra ed acqua sotto: il miraggio è perfetto, visibile e fotografabile.

 

Sosta poi ad una sorgente nel bel mezzo del deserto, e a dimostrazione di quanto la natura sia stata bastarda qui, si osserva che attorno all’acqua giacciono tantissimi cadaveri di uccelli e cavallette. Le acque belle e colorate con effetto idromassaggio sono in realtà sorgenti di acido solforico, mortali, magari adatte a chi abbia voglia in un attimo di cancellarsi le impronte digitali. Certo saran state la tomba di tanta gente che, arrivata qui stremata, avrà pensato di ritemprarsi con una bevuta iperdesiderata. Ma al di là di questa terribile situazione, la visione è bellissima: acque colorate, campi salati nei dintorni ed i bastioni di sale sullo sfondo. A chi non verrebbe di citare la mitica frase finale di Blade Runner qui, in mezzo sui bastioni di Orione?

 

Ma le visite non sono ancora finite, passando nel luogo centrale della piana del sale (luogo che ad oggi non è ancora assegnato in maniera ufficiale a nessuno stato) arriviamo nel posto dell’estrazione del sale, chiamato Asse Ale. Temperature che superano abbondantemente i 40° adesso in inverno (in estate si va dai 60° ai 65° e nemmeno gli Afar riescono a lavorare), piedi costantemente a mollo nell’acqua salata e mezzi rudimentali per raccogliere il prezioso minerale, siamo a contatto con uno dei lavori più massacranti del pianeta. Gli ultimi uomini della scala sociale di qui con bastoni spaccano la crosta del sale, poi altri con mazze riducono il tutto a pezzi lavorabili che gli Afar più altolocati finiscono col picchetto per farne una mattonella di circa 30x30 cm da caricare sugli animali. A realizzare il carico perfetto e posarlo sugli animali ci pensano altre persone, ogniuno ha il suo ruolo nel mezzo dell’inferno.

 

Per noi comuni mortali la giornata sta diventando invivibile, servono quantità impressionanti di acqua che viene espulsa col sudore in tempo reale. Ma che spettacolo, e soprattutto che impressione, stando a fianco di gente che nemmeno si lamenta e ti saluta con un gran sorriso sulle labbra. Rientriamo al villaggio dove troviamo un po’ di acqua per docciarci (ma molto meno del giorno precedente ed occorre usarla col bilancino) e dove incontriamo una nuova carovana del sale, ma rispetto a quella del giorno precedente pare una copia mignon.

 

Cena da campo, questa sera tutto quello che si mangia è buonissimo, una giornata del genere porta con sé solo sensazioni positive, ed il nome Dallol per me rimarrà qualcosa non solo di incredibilmente bello ma anche di impensabile sul Pianeta Terra. Questa sera al bar ci vien data anche la possibilità di usare l’energia elettrica per caricare batterie varie (fotocamere e macchine fotografiche, il cellulare qui non serve a nulla). Si va a dormire di nuovo all’aperto, viste le temperature anche di notte si può dormire scoperti senza bisogno di sacco a pelo o sacco lenzuolo.


continua...
 



Luca viaggia con lo stesso spirito dei suoi esordi portando con sé non solo il fido zaino ma soprattutto un’innata voglia di conoscere e di vivere il viaggio, che non è solo vedere cose mai viste prima ma anche affrontare le sorprese, belle o brutte, che possono capitare dietro ogni curva.

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