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Asia Centrale: Uzbekistan, Tagikistan, Kirghizistan - III (fine)

Data: 24/02/2014 KYRGYZSTAN - TAGIKISTAN - UZBEKISTAN Categoria: Diari di Viaggio

 

15° giorno

Colazione e poi partenza per Khorog dove dobbiamo registrarci immediatamente. Nel frattempo ci giriamo il posto, luogo di accesso al Pamir. Qui la figura di riferimento è l’Aga Khan, ismaelita come la locale popolazione e praticamente finanziatore di tutto quello che avviene da queste parti, in primis l’università. Qui a Khorog c’è anche uno dei pochi posti di passaggio ufficiali verso l’Afghanistan, e quindi i controlli sono molteplici. Il mercato è in smobilitazione, allora tanto vale fermarsi per una foto col busto di Lenin che qui non è stato rimosso. Del resto dal dissolversi dell’Unione Sovietica questo angolo di mondo è passato da trovarsi all’interno di una delle maggiori potenze mondiali ad essere al termine della guerra civile uno dei luoghi più poveri del mondo, tanto che i soldi non circolavano più e proprio qui a Khorog si viveva di baratto. Anche ora la situazione non è che sia così florida, le donazioni dell’Aga Khan fanno il suo percorso, ma come noto l’attività più remunerativa è il sequestro delle droghe che passano dall’Afghanistan per raggiungere l’occidente. Ritiriamo l’ennesimo permesso, questa volta per entrare nella zona del Pamir (non basta il visto tagiko), facciamo spesa e poi si parte sulla M41, la strada del Pamir considerata una delle vie montane più belle del mondo. Lasciamo Khorog e dopo poche curve si entra in lunghi tunnel di costruzione sovietica, e vien da pensare che probabilmente dal 1991 nessuno abbia più prestato manutenzione a queste strade. Sosta lungo la strada per un pranzo al sacco, alcuni avanzi di scatolette di pesce locale le diamo ad una famiglia di contadini del posto, ma invece di mangiarle le danno al cane, evidentemente la nostra spesa non deve aver privilegiato la qualità. Poi dopo pochi kilometri incontriamo le statue della capra di Marco Polo, simbolo dell’entrata nel Pamir. Si sale immediatamente verso il passo Koi-Tezek (4.272 m) mentre bambini vendono latte e yogurt di yak che il nostro autista non lesina a comprare e a conservare fuori dal finetrino, e con le prime nuvole arriva la neve. Ma non è un freddo duro, si sta comunque bene all’aperto a rimirare i primi grandi panorami, per arrivare al remoto villaggio di Bulunkul (3.715 m circa). La sensazione che ci sia lasciati il mondo alle spalle è forte, il villaggio è formato da alcune costruzioni e da yurte, a noi vengono lasciate alcune stanze nelle case, stanze dove bisogno mangiare e dormire, mentre i servizi igienici sono la solita buca maleodorante e per lavarci c’è un secchio attaccato ad un palo all’aperto (e di sera o notte fa veramente freddo). Ma il luogo è comunque incantato, non sarà oltre la fine del mondo ma è sicuramente un altro mondo. Ci si scalda con potenti stufe alimentate con sterco di animale, ci si adatta a distinguere quali siano i materassi e quali le coperte, e si prende confidenza con le batterie delle macchine che servono per alimentare l’impianto elettrico di alcune stanze. Per il resto è contatto diretto con la natura, tra cielo, terra e vento.

 

Un mezzo sull'autostrada del Pamir


16° giorno

Mi sveglio con un forte mal di testa causato dall’altitudine, ma appena prendo aria mi passa immediatamente e già dopo colazione il problema dell’altitudine è solo un lontano ricordo. Ci dirigiamo verso il lago Yashil-Kul che sovrasta il villaggio. Verde intenso, nel mezzo di montagne che sembrano non finire mai, fa bella mostra di sé mentre i paesani se ne vanno lungo i suoi sentieri a cavallo. Rientrando sulla M41 ci imbattiamo in un padre e figlio che corrono veloci sulla loro vecchia HH, moto del Pamir. Però i guasti sono tanti, così li raggiungiamo e familiarizziamo, notando che qui il copricapo è già quello tipico kirghizo, altissimo, biancopanna con scritture nere. Ovvio che faccia le veci del casco, che non mi pare obbligatorio. Lungo la M41 si incontrano laghi salati (Tuz-Kul), chiaro il riferimento ad un vecchio mare, come avviene sovente anche nel mezzo delle Ande, mentre poco dopo con una passeggiata breve si può raggiungere il lago puzzolente (Sassyk-Kul). Da qui si percorre l’altopiano, e la bellezza dei luoghi è padrona di ogni visione. Nel mezzo del nulla sbucano yurte abitate, per arrivare al lago e fonte sacra di Ak-Balyk presso Alichur. Ci fermiamo a pranzare presso la yurta di una famiglia particolarmente gentile, e anche se non riesce a capire da dove provenga, fra le varie cose che ci portano c’è anche del pesce. Sento per la prima volta lo yogurt di yak (delizioso) e la panna (buona ma di una pesantezza unica), mentre lo sterco di animale sta facendo diventare la yurta una specie di camera a gas dal tanto scalda. Però fuori una nuvola ha cambiato il tempo, un po’ di neve fa capolino e lo sbalzo interno/esterno è devastante. Si continua verso Murgab, passando per la splendida valle di Madiyan che col bel tempo già di ritorno regala visioni affascinanti. Murgab è il paese di riferimento del Pamir occidentale, qui la gente si considera kirghiza e ne adotta l’orario (un’ora avanti). Ci fermiamo presso una casa locale molto bella nella parte finale del paese, anche se i servizi sono i soliti, buca per i bisogni e secchio attaccato ad un palo all’aperto per lavarsi (volendo ci sarebbe un metodo per incamerare acqua calda in un catino e provare a lavarsi con quella, ma è impresa per contorsionisti visto il tipo di bagno a disposizione). Una volta accordatici per l’orario (tagiko o kirghizo?) si esplora il paese. Se le montagne che lo circondano sono splendide, altrettanto non si può dire per Murgab, cresciuta casualmente lungo la M41. Il centro è ancora ai piedi di una bianca statua di Lenin che indica la via, ed un grande pannello indica tutto quello che il Tagikistan ha fatto per la zona (in pratica nulla, a parte costruire l’ennesima moschea qui però col tetto fatto come quello di una yurta). Teoricamente dovrebbe esserci anche un museo ma nessuno ne conosce l’esistenza. Chiunque incontriamo vuole farsi fotografare, e soprattutto i bambini si accaniscono gli uni con gli altri per essere i soggetti unici delle foto, ma i vecchi col tipico capelo kirghizo sono veramente una fonte infinita di immagini particolari. In centro sorge anche lo spazio per un grande mercato, ma verso sera è completamente deserto. Si mangia bene presso la famiglia che ci ospita, con due delle ragazze che assistono la proprietaria che addirittura parlano inglese, così fra le varie richieste si può perfino recuperare della carta igienica modella carta vetrata.


17° giorno

Colazione in casa a Murgab cercando di smaltire il mal d’altura che la notte mi porta con regolarità, poi veloce visita alla locale moschea, quello col tetto fatto a yurta, ma lo scenario più bello è quello con la vista del Muztagh Ata, un 7.546 m che sorge appena al di là del confine cinese. La splendida e limpida giornata permette di vederlo come se fosse a pochi km di distanza, quando invece sono quasi 80. A Murgab ci dovrebbe essere un ampio bazar ed almeno di mattina dovrebbe brulicare di bancarelle e genti, ma in realtà non c’è anima viva, a parte qualche passante contraddistinto dal solito copricapo kirghizo ed alcuni poliziotti che causa l’assenza di Stella trovano modo di farsi pagare per farci procedere. In giro per le strade di Murgab si vedono una infinità di piccoli furgoncini cinesi nuovissimi, sono quelli che arrivano per essere qui venduti, visto che in Europa non possono essere commercializzati a causa del fatto che non passano i crash test di sicurezza. Qui quel problema è irrilevante. Carichiamo sul camion un giovane medico belga che sta girando questi luoghi in un viaggio di 3 mesi, per un passaggio verso nord, senza eccessiva fretta e senza porsi troppe domande su dove sarà domani. Si sale verso il passo più alto del Pamir, Ak-Baital (4.655 m), con viste spettacolari su tutto l’altipiano dove le montagne sempre coperte di neve iniziano a diventare realtà. Il vicinissimo confine cinese è delimitato da una rete metallica avvolta dal filo spinato, nel caso qualcuno non capisse dove si trovi, la terra di nessuno che un tempo faceva da cuscinetto ora è territorio cinese, evidentemente i tagiki han preferito liberarsi di quelle terre in cambio di vari favori gentilmente offerti dai cinesi (vedi la costruzione delle strade). Ci avviciniamo a Karakul, meta della giornata dove si trova l’omonimo lago formato dalla caduta di un meteorite e che fa da sfondo ad alcune delle montagne più alte del Pamir, fra cui il Picco Lenin (7.134 m), oggi chiamato Koh-i-Garmo o Koh-i-Istiqlal a seconda delle interpretazioni (sorge sul confine tra Tagikistan e Kirghizista, ed ognuno lo chiama alla sua maniera…). A Karakul ci fermiamo presso una casa locale che espone perfino un cartello di Homestay, i servizi sono i soliti, stanzone con materassini da mettere per terra, buco per i servizi sulla montagnetta attigua ed acqua in un lavandino portatile al posto del solito secchio attaccato al palo, insomma un passo avanti. Qui il tempo è splendido, la temperatura molto buona (siamo pur sempre a 3.914 m) ed è possibile fare svariati giri a piedi per rimirarsi i dintorni. Però fate attenzione, le montagne che paiono sovrastare il lago nella parte opposta al paese sembrano facilmente scalabili col piccolo problema che son già in Cina e non è possibile attraversare il confine. Così vale la pena di farsi un giro lungo il lago dove però le zanzare sono ovunque anche perché spostandosi nella zona a nord si passa nel mezzo di un acquitrino. A parte questo inconveniente il giro è però molto bello, si finisce per passare in una zona piena di vecchi bunker militari sovietici, un tempo questo confine sovietico-cinese era particolarmente strategico ed ognuno alla sua maniera lo presidiava in qualsiasi modo. I bunker sono ruderi, ma incutono ancora timore e dopo aver visto i resti dei carriarmati della guerra civile sono un altro ricordo di una zona ad alto potenziale bellico sempre pronta per scoppiare. Rientrando alla base, mentre sopraggiunge una comitiva di motard italiani, è tempo per rimirarsi lo splendido tramonto sul lago, ma occorre andarci vestiti pesanti, quando cala il sole ed aumenta il vento il gelo è immediato. Cena in casa, sulle panche che faranno da giacigli per guide ed autisti, ed essendo l’ultima notte tagika è tempo di festeggiare. Spuntano vodke ed anche grappe provenienti dall’Italia in un gemellaggio a suon di brindisi e bevute non propriamente da alta quota.

 

Gente del Pamir

Gente del Pamir

 

18° giorno

Dopo colazione si parte con prima sosta ai tumuli funerari di Kara-Art, antico cimitero con in bella vista le tombe di alcuni potenti del tempo addobbate coi crini di cavallo. Salendo verso il passo Kyzil-Art ci sono le ultime viste dell’incredibile blu del lago Karakul, mentre le montagne altissime lasciano piccoli spazi a valli dove a volte fanno capolino allevatori di bestiame, soprattutto capre, pecore e yak. Pensare ad una vita in solitaria in questi luoghi fa rabbrividire, ma un senso di pace interiore emerge intenso. Le ultime viste del Tagikistan son fantastiche, il Pamir stupisce ogni giorno di più e lasciarlo diventa triste, nonostante non si abbia mai incontrato un letto, un bagno ed un servizio igenico. All’uscita del Tagikistan occorre far controllare tutti i bagagli che vengono riversati nel mezzo della strada (si fa per dire, ovviamente), dove un piccolo cagnolino ci scorrazza nel mezzo alla ricerca di droga. Dove si ferma per un po’ occorre aprire il bagaglio, ma è più un teatrino che un dispiacere. I militari vestono in tuta e ciabatte, insomma non ci si imbatte in un controllo troppo ferreo, mentre pochi metri dopo c’è la regitrazione dei passaporti, cosa lunga per via delle difficoltà nell’interpretare la lingua ma non brigosa. Da qui ci sono 20 km di terra di nessuno, attraversati a bordo di furgoni kirghizi, strada al limite dell’impraticabile e per percorrerli occorre più di un’ora. L’entrata in Kirghizistan è brigosa e snervante, oltre 2 ore di attesa per la registrazione (e non c’era nessuno altro), con controllo dei bagagli casuale ma da lunga perdita di tempo. Quello che più da fastidio è l’atteggiamento arrogante di alcuni militari, che si rivolgono esclusivamente in kirghizo e dopo qualche rimostranza se ne escono parlando un inglese fluente. Insomma, la solita storia di far valere la leva del comando su viandanti inermi. Coi furgoni guidati da personaggi che paiono più malviventi locali che autisti, partiamo in direzione di Sary Tash, dopo che veniamo fermati due volte da loschi figuri, la prima volta bloccati da jeepponi nel mezzo della strada tipo assalto al furgone dei valori, la seconda da un tipo a cavallo che esibiva brillantemente una pistola nella fondina. Sary Tash è un crogiolo di contrabbandieri, ci sono camion che trasportano di tutto per tutti, ci si muove in modo poco sicuro e trovarci un posto da pranzare decente pare utopia. Si continua così in direzione Osh mentre mangiamo un po’ del solito pane di qui, con l’intento di non fermarci a pranzo, iniziando a rimirare le valli kirghize dove i villaggi di case son sostituiti da quelli di yurte. Di asfalto lungo la strada pochino, e la discesa dal passo Taldyk è impressionante (è impressionante anche la storia della costruzione di tale strada. Un giovanissimo ingegnere sovietico progettò questa ardita ascesa, dopo solo 3 anni il tragitto era pronto, ed al primo passaggio di un mezzo ne fu così felice che fu colto da infarto morendo all’istante. Sul passo c’è ora un piccolo monumento alla memoria dell’ingegnerino). Gli autisti/malviventi hanno intenzione di fermarsi per pranzare in un luogo loro “convenzionato” che ospita anche i preparativi per una festa di matrimonio. Ci rifiutiamo di pranzare per non perdere tempo ma loro lo fanno ugualmente. Scocciati continuiamo, ma seguono a perdere tempo e a litigare, ad un certo punto ci si perde di vista. Così mentre un autista cerca l’altro ce ne rimaniamo lungo una strada buia per 2 ore, riuscendo comunque ad arrivare ad Osh solo alle 23:30 cenando al buio (al ristorante non avevano più la luce dopo mezzanotte) al ristorante Tubaruk. Poi, finalmente, una splendida guesthouse con una doccia spaziale a lavare lo sporco del Tagikistan che ormani era diventato parte di me.


19° giorno

Colazione e subito visita di Osh, con in primis il suo enorme mercato dove si può comprare di tutto e cambiare soldi. Anche qui cambiano di tutto, qualsiasi valuta viene accettata. Il mercato è gigantesco, diviso per tipologie di prodotti, ed ovviamente bella mostra fanno i cappelli locali. Comprarli pare quasi un dovere, le trattative paiono semplici e le venditrici arrendevoli, alla fine per meno di 1,50 € se ne può comprare uno di ottima qualità e fattezza. Ad Osh fanno ancora bella mostra di sé i murales dell’epoca sovietica, col popolo festante mentre se ne va al lavoro, con stelle rosse ancora ovunque, anche se il Kirghizistan è lo stato più aperto al liberismo e quello meno burocratico, tanto che qui non è obbligatorio essere registrati ed avere un luogo prestabilito per passare la notte. In città fa bella mostra di sé il trono di Salomone, una grande roccia che incombre sulla città e che storia/leggenda narra come un luogo dove Maometto si fermò a pregare. Ma è già tempo di andare, si attraversa una zona di grande produzione agricola, la parte kirghiza della valle di Fergana (famosa ora per essere centro di raccolta dell’integralismo islamico nelle terre degli Stan ex sovietici), per poi ripredere a salire verso nord con tappa a Ozgon. Gli autisti/malviventi non sono più i nostri accompagnatori e viaggiamo con maggiore serenità, così ci possiamo godere la visita di questa cittadina che presenta tre vecchi mausolei ed un minareto ma che ai giorni nostri si ricorda per i violenti scontri ai giorni dall’indipendenza tra russi, tagiki ed appunto kirghizi. Di questo non troverete traccia, si vedranno invece file di persone in attesa che venditrici/scrittrici verghino le lettere scritte alle tante persone che non sanno ancora scrivere. Lungo la strada compriamo angurie e meloni (qui va molto quello bianco), che mangiamo in un campo alberato nei paraggi di una bancarella di vendita di altre angurie. Per i proprietari non c’è nessun problema che ci fermiamo qui a mangiare roba nostra, poi vista la gentilezza compriamo qualcosa anche da loro e non ci lascerebbero più andar via. Continuiamo su buone strade costeggiando molti bacini idroelettrici, fonte di tanta energia prodotta in loco, uno di questi forma anche uno splendido lago, il Toktogul, che verso il tardo pomeriggio regala visioni sublimi tra acqua e montagne a forma di piccoli coni vulcanici (che però in realtà non lo sono) sullo sfondo. Per dimora abbiamo una baita dalle parti di Chychkan, a metà strada (circa 160 km fatti oggi ed altrettanti da fare domani) tra Osh e la capitale Bishkek. Cena in baita con possibilità di scegliersi il menù (non ero più abituato), camera gigantesca, dove funziona perfino una doccia con idromassaggio, evidentemente il posto in alta stagione è destinato ai facoltosi nuovi ricchi di qui.

 

Il lago Toktogul

Il lago Toktogul


20° giorno

Che il posto sia bello non è in dubbio, il servizio meno perché a colazione non c’è nessuno a servirci, ma ci si arrangia ugualmente, poi si parte verso il passo Ala-Bel (3.184 m). Lo scenario è superbo, montagne di un verde incredibile con un cielo blu intenso, mentre le valli sono piene di abitazioni locali, ovvero yurte, con la vita che scorre tutto intorno. Bambini che giocano con splendidi cani di qui, docili e mansueti, donne alle prese coi lavori di piccole imprese casearie (ok, si fa per dire…), bambini che vendono latte e yogurt di yak sui banchetti lungo la strade, mentre se si entra nelle yurte offrono da bere il famoso latte di giumenta fermentato (che sarà anche buono, ma non al mio gusto). Viste veramente splendide, le yurte tutte bianche (fu per volere di Stalin, così erano più facilmente localizzabili nel mezzo del verde dei prati), le vecchie carovane rosse nel mezzo e gli uomini che sempre nulla fanno se non della chiacchera tra di loro, all’insegna di una civiltà ancora fortemente matriarcale. Ma anche da qui bisogna ripartire, la strada per Bishkek è lunga anche se adesso non occorre risalire il passo Tor-Ashuu in quanto un nuovo tunnel ha abbreviato il percorso, togliendo sicuramente fascino al viaggio. I 150 km li percorriamo in 4,5 ore, arriviamo nella capitale kirghiza dove pernottiamo presso l’hotel Alpinist, ovviamente paradiso degli alpinisti. Ovunque è possibile recuperare info e trasporti per le scalate e le escursioni alle montagne del posto, oltre a riviste, immagini e reperti del mondo dell’alpinismo. Bishkek ha un'impostazione tipicamente sovietica, vie enormi ed alberate, nel centro palazzoni come quello del governo o del museo storico statale, mentre la statua di Erkindik (ovvero la libertà) fa bella mostra di sé al posto di quella di Lenin, che è giusto stata rimossa dalla piazza centrale per trovarsi alle spalle del museo e di fronte al parlamento. Il cuore della città gravita tutto vicino a piazza Ala-Too, come il parco Dubovy frequentatissimo dai giovani locali, dove si rimirano splendide ragazze dai tratti sovietici ma con lineamenti dolci alla mongola, insomma visioni “celestiali”. Per chi vuole riprendere confidenza con lo shopping qui si trovano nuovamente negozi di ogni tipo (ma scritte solo in russo o kirghizo), ma non mercati come sulla Via della Seta. Ci sono vari internet point (un’ora circa 200 som, si paga anche in base al traffico scaricato), quello incontrato all’angolo tra la Kiev e la Togolok anche veloce e con tastiera non solo russa. Bishkek mescola costruzioni del passato sovietico come il grande teatro statale dell’opera e del balletto, a fianco di emergenti hotel occidentali, in una città in grande ristutturazione, mentre fa un po’ tristezza il pacchiano museo costruito nel luogo natale dell’ex Comandante delle guardie dell’Armata Rossa, Frunze. Fu lui a conquistare definitivamente questi luoghi nel 1920, e la città prese il suo nome, ma misteriosamente morì durante un’operazione allo stomaco consigliata da Stalin. Il museo a lui dedicato pare più una casa delle bambole che un vero e proprio museo, visitatelo se proprio avete del tempo. A Bishkek è anche possibile riprendere confidenza con tipi di cucina di vario tipo, così la sera testiamo il ristorante turco Ioca con un ottimo responso personale. Il nome della capitale kirghiza è così cambiato 3 volte in un solo secolo, prima Pishpek, poi Frunze ed ora Bishkek. Il bishkek è il mestolo per movimentare il latte nella lavorazione per ottenerne il burro, ma il nome è poco amato dalle donne, soprattutto anziane, per un uso non riportabile ma immaginabile!


21° giorno

Sveglia alle 2:30, colazione improvvisata e via all’aereoporto Manas di Bishkek. La particolarità dell’aereoporto è quella di far da base agli aerei militari statunitensi di supporto alle operazioni in Afghanistan, così a fianco del nostro volo Turkish ci sono cacciabombardieri ed aerei cisterna che incutono una certa tensione (ma per questa base di supporto il governo kirghizo percepisce una cifra talmente ingente che visti i problemi economici del momento non ne può fare a meno). I controlli per accedere ai voli sono limitatissimi, qui non vigono le regole statunitensi importate in Europa e si può ancora passare con tutto quello che si vuole, bevande, tagliaunghie e coltellini. Unica cosa, la precedenza al volo è per gli aerei militari, così magari si finisce per far un po’ di fila al momento della partenza. Nota a margine, noi partiamo di mattina, di sera partirà un aereo di una compagnia iraniana sulla lista nera della Iata che si schianterà dopo nemmeno 5 km dalla partenza, aereoporto chiuso e coincidenze che sarebbero inevitabilmente saltate. Arrivo a Istanbul dopo 5 ore, l’attesa è lunga e come non approffitarne per testare un buon kebab a prezzi da centro di Londra e qualità scarsa nell’aereoporto? Il volo per Milano parte puntuale come puntuale ne sarà l’arrivo dopo 2:45 ore, con l’ottimo servizio offerto dalla Turkish su entrambi i voli. A Milano mi aspetta il solito triste cammino verso casa fatto col Malpensa shuttle e col treno per Bologna. Il primo che incontro è un Eurostar che costa la bellezza di 30 € (cifra che in Kirghizistan poteva bastarmi per qualche giorno) e che arriva a Bologna in perfetto orario senza strade interrotte dai cinesi, camion rotti nel mezzo ma anche senza viste di scenari unici come quelli del Pamir che ti accoglie in maniera dura ma che ti lascia dentro una sensazione indelebile di sconfinata beatitudine.

 

2 note di commento

Al di fuori delle capitali non c’è praticamente mai possibilità di trovare bancomat, quindi approffitatene in quelle città, oppure cambiate nei vari posti ufficiali preposti a farlo che son sempre numerosi. Il viaggio si è svolto durante il mese di agosto, tempo ideale per il Pamir e per le valli kirghize, ma indubbiamente molto caldo per l’Uzbekistan. L’unica lingua che permetta di parlare con qualsiasi persona è il russo, l’inglese è conosciuto da rare persone, praticamente solo le guide e non tutte, gli autisti mai. Per entrare nei 3 paesi è obbligatorio arrivare già coi visti, le richieste richiedono circa un mese. Per il Kirghizistan, non essendoci ambasciata in Italia occorre fare richiesta a quella kazaka, mentre non c’è questo problema per Tagikistan ed Uzbekistan. Ma per quello tagiko, se si entra via terra occorre indicare il luogo di accesso (vale anche per il visto multientrata nel caso del primo accesso) e solo da lì si è autorizzati ad entrare, mentre questa procedura non serve per quello uzbeko, dove però la domanda deve essere corredata da un modulo aggiuntivo con svariate informazioni richieste (oltre a circa 10 foto che però mi son state rese col passaporto, forse con una semplice scansione hanno semplificato i moduli), tra le quali tutti i dati del lavoro compreso un telefono lavorativo di riferimento. Devo dire però che nessuna spia uzbeka mi abbia mai cercato, e che durante tutta la mia permanenza il cellulare di lavoro che avevo lasciato come riferimento era a casa sempre spento e non ho avuto nessun problema. La copertura per i telefoni cellulari va e viene a seconda delle zona, quasi mai in Pamir, sempre nel Pamir serve un prefisso particolare che però non so dirvi visto che non avevo con me un cellulare. Le postazioni internet son scarsissime, sovente di una lentezza insostenibile ed a volte con tastiera solo in russo, scordatevi Skype, se proprio avete bisogno di essere sempre reperibili prendetevi un telefono satellitare, come fanno tutti i motociclisti che ho incontrato.

 

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