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Alla ricerca delle montagne

Data: 19/04/2013 BRASILE Categoria: Diari di Viaggio

 

Non era nemmeno passato un mese dal mio primo viaggio in Amazzonia che mi ero già messo a studiare un nuovo itinerario. Volevo andare oltre. Qualcosa che superasse il semplice vedere, e visitare, volevo vivere appieno l’Amazzonia. L’opera di recupero delle informazioni necessaria è stata lunga, ma il tempo non mi mancava. Dal 2006 al 2009 ho studiato carte, perlustrato forum italiani ed internazionali in cerca di qualcuno che avesse fatto esperienze simili e soprattutto preparato l’itinerario. E già l’itinerario. Avrò cambiato idea decine di volte alla ricerca della combinazione perfetta che mi permettesse di saziare il più possibile il mio desiderio di conoscenza nel lasso di tempo che avevo a disposizione. Fissai dei punti imprescindibili: avrei viaggiato da solo, in completa autonomia e con mezzi di trasporto tipici. La tentazione di spostarsi in aereo in Amazzonia è tanta. Si perché l’Amazzonia è immensa. Non basta mettere insieme Italia, Germania, Francia e Spagna per averne un’idea. E, a differenza di quello che credono molti, in Amazzonia ci sono posti completamenti diversi, paesaggi caratteristici di ogni zona, dalle pianure alle montagne. Per questo trovo insensate le domande del tipo «ma come, non ci eri già stato in Amazzonia??». Non sono sicuro che una vita basterebbe a conoscere davvero questa terra.

 

A inizio 2009 tutto è deciso: risalirò il Rio Negro per oltre 1200 km fino alle regioni montuose al confine con il Venezuela. Fisso le ferie, compro i biglietti, e mi iscrivo ad un corso base di portoghese presso l’IBRIT (Istituto Brasile Italia). All’alba del 2 giugno decollo da Linate, scalo a Lisbona, arrivo a San Paolo e di lì proseguo fino a Manaus. È esattamente mezzanotte quando recupero il mio zaino dal nastro trasportatore. Troppo tardi per avventurarmi da solo alla ricerca di un alloggio.

 

I – IO MISSIONARIO

Vengo svegliato dal ronzio di una porta scorrevole automatica. Il rollio di un piccolo trolley mi costringe ad aprire gli occhi. Con una mano mi massaggio il collo dolorante. Le mie natiche non stanno tanto meglio. Ho dormito su una panca proprio davanti all’uscita dell’aeroporto con la testa appoggiata sulla spalla sinistra. L’aria condizionata ha provveduto a fare il resto. L’odore dell’equatore mi scuote all’improvviso. Osservo la porta scorrevole richiudersi. Dall’altra parte una lieve foschia avvolge un paesaggio umido e sconosciuto. L’adrenalina sale. Varco la soglia dell’aeroporto. L’alba spazza via stanchezza e preoccupazioni. Ecco l’autobus.

 

Scendo a metà di Av. Getulio Vargas, uno dei viali principali della città. Rimango stordito dal frastuono del traffico e dalla folla disordinata. Ho bisogno di qualche istante per orientarmi. Imbocco una strada in leggera salita. Lungo il marciapiede scorre un rivolo verde. Poco più avanti la fonte. Una montagna di immondizia. L’afrore è insopportabile ma resisto alla tentazione di coprirmi naso e bocca con la maglietta per non passare per il solito turista schizzinoso. Dopo circa un chilometro un’insegna al neon mutilata indica che sono arrivato.

 

Le camere dell’Hostel Manaus odorano di avventura, un misto di scarponi umidi, vestiti sudati e Autan. L’area comune si presenta bene. I divani sono sudici ma l’ambiente nel complesso è gradevole. Che siamo nella capitale della foresta lo si capisce raggiungendo la zona colazione. Una terrazza in parte coperta dalle fronde di un albero immenso con foglie a cinque punte grandi come il torace di un adulto e radici contorte che affondano nel mezzo del cortile interno. Ciò che di meglio ha da offrire l’Hostel Manaus sono i suoi clienti. Ragazzi da tutto il mondo e con i progetti più disparati. L’americano John sta girando un documentario per la sua tesi in giornalismo alla Columbia University. Mark, inglese, attraversa il Sud America in bicicletta e tutti i suoi averi stanno in una sacca di tela grande come un sacchetto del PAM. Paolo, giovane imprenditore italiano di Pesaro, si è preso 5 mesi di ferie per evitare un esaurimento nervoso dovuto al troppo lavoro.

 

Nel giro di pochi secondi un ticchettio metallico si trasforma in un incessante tambureggiamento. Piove. Piove come solo all’equatore. Una pioggia calda e pesante ripulisce la città, rinfresca l’aria e non ti lascia dormire. L’odore di asfalto bagnato pervade la stanza. Mentre sistemo il mio letto, cercando di non fare troppo caso alla gradazione di gialli che affresca la federa del cuscino, penso che questo sia li luogo ideale dove cominciare un’avventura. Perché l’Hostel Manaus è come Manaus: caotica, multietnica e maleodorante.

 

Un battello lungo il Rio delle Amazzoni

 

Dopo un paio di ore di riposo passate a scambiare informazioni con due ragazzi olandesi decido che è ora di rimettersi al lavoro. Il mio piano è preciso. Andare al porto e imbarcarmi sul primo battello per Sao Gabriel da Cachoeira. Città di confine situata là dove il Rio Negro forma delle rapide (da cui il nome “cachoeira”) che impediscono la navigazione ai grossi battelli pubblici. E’ la regione più settentrionale e una delle più remote dell’Amazzonia, detta “cabeça de cachorro” per la forma prodotta dalla tripla frontiera tra Brasile, Venezuela e Colombia, che ricorda la testa di un cane. E là che vivono gli Yanomami; è là che si trova la montagna più alta del Brasile, Pico da Neblina (3014 mt); è là che voglio andare. Il porto compare un po’ all’improvviso, inaspettato, alle spalle di una bella piazza in stile coloniale corredata di laghetto con orrendi cigni di legno. Uno dei più grandi porti fluviali del mondo sta lì. In perenne attività, brulica di persone indaffarate a caricare o scaricare merci di ogni genere.

 

La fortuna non è dalla mia (o forse si). Una barca è appena partita e non ve ne è un’altra prima di tre giorni. Non posso perdere tutto questo tempo restando fermo a Manaus. Tornato in ostello, chiedo informazioni. Parlo con chiunque mi capiti a tiro. Cerco delle alternative. Alla fine è proprio uno dei ragazzi che lavora lì, Miguel, a dirmi che un gruppo di quattro persone è partito in mattinata per un giro in barca di qualche giorno sul Rio Negro, risalendo il fiume verso nord. Posso raggiungerli con un motoscafo e unirmi a loro, iniziando così il viaggio verso Sao Gabriel. Ottimo. Il mattino seguente parto.

 

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Fin da bambino la curiosità di Pier lo porta a cercare la sua strada, operazione ancora in corso, nelle maniere più anticonvenzionali. Il viaggio, poi la fotografia, e poi ancora la scrittura si sono rivelati nel tempo strumenti inconsueti ma efficaci per fornirgli quegli stimoli a guardarsi attorno, e dentro, che necessita come l’aria per respirare.

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