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Ghana, non la solita Africa

Data: 05/02/2013 GHANA Categoria: Diari di Viaggio

 

Dopo pochi passi smetto di preoccuparmi delle mie All Star nuove. La terra rossa bagnata dal solito acquazzone mattutino, si appiccica come colla. Seguiamo Jessie nel suo incedere svelto. Non c’è tempo di riflettere, sul lungo volo, su uno scalo notturno interminabile di più di 5 ore a Casablanca. È passata la fatica, svanita la paura di iniziare il viaggio già stanchi. Sono lontani le centinaia di uomini e donne prostrati sui tappeti a pregare in quell’improvvisata moschea che era la sala d’attesa del gate 21. Camminiamo in leggera salita, sotto un cielo grigio che sembra trattenere a fatica una seconda scarica d’acqua. Anche se non c’è traccia del sole, fa caldo, un caldo umido e pesante per ricordarci che l’equatore non è poi tanto lontano. Non riesco a riconoscere una vera e propria strada. In effetti non ci sono strade, né vie, né vicoli, le baracche affollano la collina senza alcuna logica. Qua e là rivoli a memoria dell’ultimo temporale solcano il fragile terreno trascinando brandelli di rifiuti. Giulia mi stringe la mano. Uno sguardo è più che sufficiente a trasmetterci le nostre prime impressioni. Un bambino, ci osserva standosene nascosto nell’ombra dell’uscio di casa sua. Ma dopo un istante vince la timidezza, lasciando che la sua piccola mano ci dia il benvenuto con l’unico saluto universale. Jessie si ferma. Osserva gli zaini che io e Giulia portiamo sulle spalle. «Di qua non ci passate. Facciamo il giro lungo». Mi ci vuole un istante per realizzare che quella che mi sembra poco più di una fessura tra due pareti sia di norma un passaggio.

 

Cerco di classificare questo luogo in base alle mie esperienze pregresse. Rinuncio. Mi trovo al cospetto di una “prima volta”. È come una città dove tutto è in miniatura. Tralasciando le condizioni di degrado innegabili, ciò che impressiona è lo spazio ridotto. Le case si susseguono senza respiro, gli spazi vitali sono minimi, tanto all’interno quanto all’esterno delle abitazioni. Un disordine quasi entropico sembra dettare legge sulla vita quotidiana di queste parti. Aggiriamo un agglomerato di piccole case in muratura, tutte con i tetti in lamiera. Sull’altro lato si apre un cortile, sembra un aia. Qui l’atmosfera è diversa. Ci ritroviamo in un contesto familiare, più pulito e ordinato. Niente fango, niente immondizia, un leggero odore di bruciato e una coppia di cani intenti a spulciarsi. L’aia è delimitata sui quattro lati da case tutte ugualmente disadorne. Gli ingressi rivolti verso l’interno a formare una sorta di minuscola corte. Si tratta di pochi metri quadrati in parte coperti da una tettoia, al centro un focolare e quello che sembra un forno fatto di fango secco. Lungo il perimetro se ne stanno sedute a chiacchierare alcune donne. Altre due vicino al primordiale fornello sono impegnate a spennare altrettante galline aiutandosi con la brace quando le penne del malcapitato volatile si dimostrano troppo coriacee. Jessie ci introduce alla sua famiglia. Colpisce subito la corporatura di queste donne evidentemente abituate a lavori pesanti. Dei veri e propri donnoni, tutte, senza eccezioni. Per prima la madre «Akwaba». Poi le zie all’unisono «Akwaba». Sembrano divertite. Probabilmente dobbiamo risultare abbastanza buffi così conciati, con i nostri zaini enormi e l’aria spaesata. «Vi stanno dando il benvenuto. Voi dovreste rispondere Yo». Prima lezione di ewe, una delle 12 lingue parlate in Ghana. Prontamente ripetiamo «Yo». Ora le risa si fanno più convinte ma sempre indubbiamente amichevoli. Jessie indica casa sua. Mentre armeggia con il lucchetto mi accorgo di come a volte nell’immaginare un viaggio, pianificato a lungo e fortemente voluto, si possa cadere così lontano dalla realtà. Mai avrei pensato che la nostra prima notte in Africa sarebbe stata in una bidonville della immensa periferia di Accra.

 

Bimbo di Accra

Bimbo di Accra

 

I – ACCRA

Il tempo di sistemare gli zaini nella piccola stanza. Una tenda separa il materasso in gomma piuma dalla zona guardaroba, niente più di un mobiletto poggiato a terra. Sopra il letto volteggia stancamente un ventilatore a pale. La stanza è molto calda. Il tetto in lamiera crea un effetto forno che la finestra, più simile ad un oblò, non riesce ad attenuare. Provo a spalancare l’anta in legno in cerca di un po’ d’aria. Mi scontro subito con la realtà affollata che avevo intuito poco fa. La finestra non si apre del tutto perché le mura della casa adiacente distano meno di 50 cm. Appena si esce dal raggio di influenza delle pale si inizia istantaneamente a sudare. Cerco subito il lato positivo. «Meno male che c’è il ventilatore». Giulia mi guarda con aria poco convinta. «Dopo ieri notte io avrei davvero bisogno di un letto come si deve. Con questo caldo come faremo stanotte?». So che per lei è la prima esperienza del genere e ricordo bene di esserci passato anche io. «Non ti preoccupare, siamo solo un po’ stanchi. Domani mattina tutto ci sembrerà più facile». Mentre stendiamo i nostri sacchi lenzuolo Jessie raccoglie le sue cose per trasferirsi in un’altra casa. Confesso che passare la notte da soli con un semplice lucchetto da armadietto a separarci dall’esterno non è proprio rassicurante. Ma in fondo non abbiamo ancora avuto modo di esplorare il contesto e forse ci stiamo facendo un’idea peggiore di quel che realmente è. «Appena siete pronti partiamo per il tour della città». Non sono ancora riuscito ad inquadrare Jessie. Come guida è sicuramente atipico. Rasta di capelli e nella cultura, a tratti amicone a volte distaccato. «Riposiamo un’oretta e poi ci siamo. A dopo».

 

Accra non offre molto. La città è di costruzione recente, nessuna architettura degna di nota o sito storico. Difficile per un europeo poter apprezzare Independence Square, o il mausoleo del presidente artefice dell’indipendenza dagli inglesi. Molto più interessante invece il mercato che si estende per diversi isolati, una baraonda unica in cui si trova qualsiasi cosa. Un mercato decisamente antiestetico, niente bancarelle, niente colori variopinti. La merce è esposta alla rinfusa a volte per strada, in certi casi al primo piano di una palazzina o nei seminterrati. Tanta, tantissima gente ma l’impressione è che siano più i venditori dei compratori. In macchina ci spostiamo verso James Town. Un altro di quei posti che non scordi mai. La strada scende verso il mare. Dall’alto osserviamo lo strano accostamento di anonime baracche e lunghe barche colorate. Qui il degrado è molto più accentuato rispetto a dove abita Jessie. Le baracche sono in legno e sembrano sfidare le leggi della fisica tanto sono in bilico. Camminiamo tra le tipiche imbarcazioni ghanesi in quello che sembra essere un rudimentale cantiere navale. Molti uomini lavorano alla riparazione o alla costruzione delle imbarcazioni. Altri sistemano le reti. I bambini ci circondano per farsi fotografare. Ora il cielo è azzurro, dei teli rappezzati in qualche modo sventolano. «Ohh... no photos!». Mi sento urlare con un tono per nulla amichevole. Questo è un quartiere un po’ particolare, molto povero dove i bianchi in genere non vengono (e non spendono). Per ora non abbiamo visto altri turisti. Girando in auto abbiamo attraversato un intero quartiere fatto di ville sicuramente abitate da occidentali. Lo sviluppo del Paese ha portato molti bianchi a lavorare qui ad Accra ma per ora restano confinati in una sorta di ghetto. Gli imponenti sistemi di sicurezza e le guardie armate davanti ai cancelli sono segno di paura. Secondo Jessie si tratta di retaggi del passato perché oggi Accra è una città sicura. Rispetto solo in parte il divieto imposto e scatto ancora di nascosto. Jessie in tutto ciò non dice una parola. Non so se lo faccia per lasciarci il più possibile soli in modo da farci integrare più rapidamente o perché non gli piace essere additato come la balia dei bianchi bamboccioni. Ci rituffiamo tra le vie trafficate di Accra diretti verso casa.

 

Maternità ghanese

Maternità ghanese

 

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Fin da bambino la curiosità di Pier lo porta a cercare la sua strada, operazione ancora in corso, nelle maniere più anticonvenzionali. Il viaggio, poi la fotografia, e poi ancora la scrittura si sono rivelati nel tempo strumenti inconsueti ma efficaci per fornirgli quegli stimoli a guardarsi attorno, e dentro, che necessita come l’aria per respirare.

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